Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 11

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 11

«Casa circondariale – dice Monti trattenendo le risate – E che cazzo circonda? Ahahah!»

Gredy è seduto sulla branda di fronte, dall’altra parte della piccola cella e guarda Akura sopportare le fiatate rumorose dell’amico, sul punto di lanciare un urlo isterico. Si chiede se la punizione per i suoi crimini sia la galera o piuttosto essere costretto a passare venti ore al giorno con quei due imbecilli.

«Circonda noi, brutto coglione.»

Monti smette subito di ridere, questo dovrebbe rendere contento Akura, invece abbassa lo sguardo. Proprio quello che voleva Gredy, gli piace quando gli altri hanno paura di lui, per questo rimane tranquillo mentre quei due scherzano e provano a ritrovare un po’ di normalità nel loro stato di reclusione. Quando si illudono al punto da poterci quasi credere, interviene e gli ricorda che non conta niente quello che vogliono loro, dentro o fuori dal carcere, sono degli animaletti, lui è la bestia. Bastano poche parole e la vita torna a essere quella che è, la merda torna a puzzare.

Comunque non si aspettava di meglio, non è mai stato uno di quelli che nella vita pensa di meritare di più. Quello che ha avuto l’ha avuto perché se l’è preso e se non l’ha avuto è perché non è stato abbastanza forte, furbo o spietato per prenderselo. Non è granché come filosofia di vita, se ne rende conto da solo. Mai stata il suo forte la filosofia. Neanche la matematica, però a forza di sbatterci il grugno alcuni numeri rimangono incastrati anche nel suo cervello da scimmia poco evoluta, come diceva il suo professore di algebra. Ora, per esempio, si trova in una galera con più di altri cento uomini in una struttura che ne può contenere meno della metà. Poco male, mentre quasi tutte le altre celle hanno quattro o, più spesso, cinque occupanti, loro se ne stanno “comodi” in tre. Nessuno ci vuole stare con loro, gente superstiziosa i delinquenti, da questo punto di visto i negri e gli zingari non sono quelli messi peggio. Prima o poi comunque se ne andranno, stanno lì in custodia cautelare o in restrizione carceraria, non ha capito bene, perché li hanno beccati in flagranza di reato e sono indiziati di delitto. Chissà poi che c’è da “indiziare”, il tizio che li ha arrestati, Maffei, gli ha chiesto se aveva mai ammazzato qualcuno e lui gli ha fatto la lista, senza nomi, i nomi non se li ricorda, ha detto di chiedere a Max, lui i nomi se li ricorda di sicuro. Quelli pericolosi come lui non li tengono a Littoria, li mandano a Roma o affanculo chissà dove. Lì cominciano i casini, gli hanno detto, gli assassini non fanno una bella vita. Se li beccano no. Se li beccano poi gli tocca avere a che fare con dei coglioni come quello che si affaccia dalle sbarre della cella.

«Buongiorno, principessine, è arrivata la colazione.»

Il tono ironico è fastidioso non più di tutto il resto che riguarda Loffredo. Gredy non ha ancora capito se Loffredo è il nome o il cognome, tutti chiamano la guardia carceraria in quel modo, per come la vede non è il nome giusto.

«Frocio di merda.»

Lo sanno tutti che Loffredo non è un uomo vero, l’ha capito appena l’ha visto, gli si sono rizzati i peli alla base del collo e gli è diventato moscio. La stessa cosa gli era successa con Akura, uno con quel nome non poteva che essere frocio, cioè, se un nome del genere te lo danno i tuoi genitori magari ti salvi, ma se te lo scegli da solo, cazzo, sei proprio frocio. E comunque Akura tiene le mani a posto, invece Loffredo pare che le mette dove non deve; gli piacciono i negri giovani, quelli che non parlano italiano, così poi non possono dire nulla contro di lui.

«Vabbè, si vede che non hai fame.»

La guardia infila il vassoio con la colazione nella buca passavivande della cella e lo lascia cadere a terra. Le tre ciotole spargono il loro contenuto molliccio sul pavimento sbreccato della cella.

Gredy salta giù come una molla dal materasso e si getta contro le sbarre, le afferra e ci infila la faccia in mezzo; la testa è troppo grossa per passarci, lo sa, sono fatte apposta, ma arriva abbastanza vicino alla guardia per fargliela fare addosso dalla paura.

Loffredo arretra per lo spavento, inciampa e cade pesantemente sul culo bagnato lanciando uno strillo poco dignitoso.

«Che cazzo fai, merda! Tu devi finire come quel bastardo del tuo capo!»

Gli occhi si aprono un po’ più di quanto vorrebbe, riflettono un interesse che automaticamente diventa un’arma a favore dell’altro. Lui ha sorpreso Loffredo e la guardia ha sorpreso lui. Brutta situazione, odia gli stalli, se non ci fossero le sbarre sarebbe tutto facile, gli torcerebbe i polsi fino a farsi dire tutto e poi continuerebbe fino a sentire gli schiocchi di ogni singolo ossicino che si rompe; stringe quelle sbarre maledette fin a farsi sbiancare le nocche, ma la porta se ne fotte e rimane lì, a un metro e mezzo da quel frocetto di merda che si appena cagato nelle mutande.

«Perché, che è successo?»

Monti, che se non ci fossero quelle sbarre probabilmente sarebbe già finito a pecora con Loffredo alle spalle, non si pone nessun problema in termini di lotta, ha già perso e può permettersi di essere solo curioso.

«Non lo sapete, principessine? – risponde la guardia – Il vostro “gran sacerdote” sta per incontrare Satana in persona. Anche se non gli staccano la spina, le sue condizioni sono critiche.»

Il silenzio cade pesante dentro la cella.

«Non ci si riprende da un colpo di pistola in fronte – continua Loffredo – Cosa pensavate di fare?»

L’uomo si rialza, il suo sorriso beota li prenderebbe per il culo anche se non dicesse nulla, invece ci tiene a mettere il dito nella piaga.

«No, dico, ci credevate davvero a tutte quelle cazzate sul diavolo? O vi stavate solo divertendo? Dico davvero, mi interessa. Quello stronzetto viziato vi ha fatto davvero credere che nessuno vi avrebbe detto niente? Manco fosse il figlio del Papa. Avete ammazzato delle persone, ve l’aspettavate o no di finire all’ergastolo o ammazzati pure voi? O pensavate di essere più cazzuti della morte stessa?”

Mentre Loffredo parla, Gredy annuisce, con gli occhi bassi, nella testa un casino assoluto, non si era mai posto il problema di poter morire, sarebbe successo e basta, prima o poi. Non si era mai posto nemmeno il problema della morte di Max. Non credeva sarebbe mai morto, cioè il pensiero non lo aveva mai sfiorato, dava per scontato che non sarebbe successo e basta. Ora gli veniva detto che stava succedendo. Un vero casino.

«Guardia!»

Il tono non è minaccioso, denota più che altro una certa urgenza. Non conoscendo il seguito, Loffredo ripone il suo sorriso beffardo sostituendolo con una smorfia di preoccupazione.

«Ho peccato – continua il detenuto – voglio confessarmi.»

***

Gredy viene scortato da due secondini fino alla cappella della casa circondariale; inaugurata appena qualche anno fa, non si può definire una vera e propria chiesa, si tratta più che altro si uno spazietto di culto ricavato all’interno della sala polivalente del carcere che funge anche da teatro. Non che Gredy abbia mai capito fino in fondo la differenza tra una messa, una commedia o un musical.

Normalmente non sarebbe consentito uscire dalle proprie celle per una confessione estemporanea, ma è domenica, il giorno del Signore, e se qualcuno si dichiara abbastanza credente può partecipare ai riti e, se fa in tempo, anche farsi confessare. Un paio d’ore di relax valgon bene una messa. Il cappellano lo sa e fa il suo gioco; un’oretta prima della campanella d’inizio si siede su una sedia sotto la statua di Maria Vergine, così da sembrare sempre protetto dall’aura luminosa e salvifica della Madonna. Si siede e aspetta con pazienza.

Infatti eccolo lì, con lo sguardo ficcato in un libricino minuscolo dalla copertina arancione che recita con voce impercettibile mentre gli occhiali si spostano al seguito delle righe lette.

Le panche sono vuote, a parte quattro detenuti, comunque un risultato discreto che lascia al cappellano un certo grado di tranquilla soddisfazione. Soddisfazione che viene meno quando vede l’ombra di un corpo nerboruto oscurargli le parole del breviario.

«Prete, ho fatto delle brutte cose» dice Gredy mentre si siede sulla sedia di fronte la statua della Madonna.

Il cappellano alza gli occhi dal libricino. Lo riconosce.

«Tu sei… il satanista…»

«Ok, ok, ho fatto “tante” brutte cose.»

«E… sei venuto a confessarti?»

«Non vuoi sentire le brutte cose che ho fatto?»

Il sacerdote si riprende dalla sorpresa iniziale, chiude il breviario, avvicina la sedia a quella di Gredy. Poi, a disagio, la riallontana.

«Certo, figliolo, apriti al Signore, Lui ti ascolta.»

«Ho fatto soffrire delle persone. Me lo chiedeva Max e io lo facevo. Lo sai tu chi è Max?»

Il prete annuisce, forse lo sa davvero, forse non vuole dire no al suo interlocutore.

«Mi piaceva fare del male, lo facevo durante le cerimonie, roba che comandava Max, a me però non me ne fregava niente di quella roba. Lui sapeva cosa andava fatto, io dovevo solo usare le mani, i muscoli, e il cazzo, a volte degli arnesi, tipo tenaglie, coltelli, ma di più il cazzo. Urlavo i nomi del demonio, ma io volevo solo fotterle e farle urlare, non ci ho mai pensato al diavolo. Fino alla sera in cui ci hanno beccato. Qualcosa è cambiato, ho cominciato a credere.»

Per un attimo il cappellano ci crede davvero anche lui.

«La conversione è sempre un miracolo, figliolo, è per questo che…»

«Non ci siamo capiti, prete, non ho cominciato a credere in Dio, ho cominciato a credere che tutte le stronzate che diceva Max potevano essere vere.»

«Non capisco…»

«Neanche io capivo, ci ho messo un po’, i ricordi su quella notte si fanno ogni giorno più chiari. Volevamo evocare il demonio, Max voleva, ma il demonio se ne è sbattuto.»

«Figliolo, il demonio è subdolo…»

«No, il demonio non c’entra un cazzo. Qualcos’altro ha risposto alla nostra chiamata. Ora nei miei ricordi c’è una presenza che prima mi sfuggiva; era lì, eppure non c’era del tutto, è emerso dalle tenebre per prendere la vittima che gli abbiamo offerto. Mi capisci ora, prete?»

Gredy si alza in piedi. Le guardie si allertano e Loffredo comincia a farsi avanti.

«Uno spirito potente, un angelo o un demone, non lo so, ma quando ha visto Max… Cristo! Max aveva un buco in fronte, non sembrava più neanche vivo…»

Il prete si schiaccia contro lo schienale della sedia e sgrana gli occhi.

«Quella cosa se n’è accorta, è passata da un’ombra all’altra con la sua faccia da teschio ed è andata da Max per incenerirgli l’anima!»

La voce del criminale è un urlo roco e profondo.

«E Max la domato!»

Le guardie carcerarie si avvicinano con aria tesa; Loffredo estrae la pistola dalla fondina.

«Gredy, calmati o dovremo ammanettarti.»

«Voleva prendere la sua anima nera e gettarla tra le fiamme dell’inferno e Max lo ha rispedito indietro a calci nel culo!»

Agli strilli di Gredy, Loffredo risponde puntandogli contro la pistola d’ordinanza. Il lieve tremore dell’arma parla di timore, insicurezza, agitazione. La mano stringe più forte il manico mentre la bocca parla.

«Adesso te ne stai buono buono e ti riportiamo in cella. Non farmelo ripetere!»

L’altra guardia ammanetta un polso. Gredy non fa resistenza. La sua voce però è sempre più allarmata, come un cane spaventato, aggredisce e fa chiasso per non mostrare la propria paura.

«Voleva bruciargli l’anima, prete, perché non c’era più niente da salvare!»

La guardia prende l’altro polso per chiuderlo nel secondo anello delle manette, la ritira di scatto agitandola, si è scottato, appena, la tira indietro più per la sorpresa che per il dolore, è la pelle di Gredy che scotta, è diventata rossa, di quel rosso acceso da ustione solare. Deve fare un gran male.

«Non c’è riuscita! Non è riuscita a bruciare l’anima di Max, era troppo forte!»

Adesso Gredy, la bestia, urla in preda alla paura e al dolore. La sua pelle si copre di bolle d’acqua, di pustole che si crepano lasciando fuoriuscire pus bollente.

«Può bruciare la mia! Quella cosa del buio sta bruciando la mia anima!»

Grida e la sua voce è irriconoscibile, rotta da una terribile agonia. Dai peli delle braccia, dalle sopracciglia, si inizia a levare un fumo grigiastro che odora di pollo spennato sulla fiamma; le bolle crepate diventano tanti piccoli crateri anneriti.

«La mia anima brucia!»

La voce gorgogliante sembra provenire dal profondo di catacombe umide e rimaste inviolate per millenni. Dagli occhi eruttano due vampate di fuoco e poco dopo le fiamme si sprigionano dai vestiti e avvolgono tutto il corpo. La torcia umana si agita e si contorce tra le urla disumane, appesta la cappella con l’odore del grasso bruciato prima che partano i dispositivi antincendio che affogano l’autocombustione sotto una pioggia artificiale.

Quello che rimane di Gredy quando si spengono gli estintori del soffitto è una massa di carne sciolta, fusa in una forma contorta e semi-carbonizzata, che fino a poco fa era un uomo. Non è più riconoscibile, ma si regge ancora in piedi. Il fumo sottile si alza dalle spalle del corpo bruciato; forse lo shock, forse la suggestione, fanno vedere ai presenti le volute di fumo ammassarsi e gonfiarsi fino ad assumere l’aspetto di uno spettro umanoide, e Gredy crolla a terra faccia in avanti.

Lo spettro di fumo danza tra i tormenti dell’aria umida, si sfilaccia e perde consistenza; mentre è sul punto di dissolversi altre spire di fumo, scure, quasi nere, si allungano da sotto il corpo e lo aggrediscono, stringono l’inconsistenza del fantasma e lo ricacciano a forza nella schiena del carcerato, dell’assassino. Ancora vivo.

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