Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 10

Grim Reaper’s Tales

Memento Mori – parte 10

Una brutta idea. Di sicuro non la peggiore della sua vita, ma abbastanza brutta. Che effetto gli farà un caffè lungo a quest’ora?

Nick se lo chiede mentre dà un’altra piccola scossa alla bustina di zucchero che tiene tra le dita. Ha preso una bustina marrone, gli sembra più sana, quella bianca ha un’aria più finta.

Non che ne sappia qualcosa, non è un grande esperto di caffè, non ne beve quasi mai. Stavolta però il mal di testa lo ha convinto a entrare in un piccolo bar e a ordinare un ultimo rimedio prima di passare alla chimica farmaceutica. O a una notte di sonno.

In piedi al bancone osserva che poi il bar non è così piccolo come gli era parso da fuori. Butta un’occhiata discreta oltre la porta d’accesso a una saletta vicina e vede un gruppo di ragazzi accalcati attorno a un tavolo da biliardo, non sembrano neanche maggiorenni; a parte un paio di quarantenni dall’aria sconfitta che si comportano come loro per far finta che il tempo dei loro fallimenti sia ancora quello fisiologico della gioventù e non quello di una maturità ignorata.

Attorno a loro un’aura fumosa. Non è quella opaca e volatile delle sigarette che, in barba ai divieti, fumano un po’ tutti, è un contorno traslucido e tremolante che circonda o si sovrappone ai contorni di ognuno di loro.

Probabilmente effetto delle lampade al neon scadenti, pensa senza crederci troppo.

Alle sue spalle un annunciatore svogliato di qualche telegiornale locale lancia un servizio sulla retata contro i satanisti al parcheggio della Città di Vetro. Non si parla d’altro in questi giorni. Nick non è molto interessato all’argomento; le parole gli girano attorno, permeano l’ambiente in modo fastidioso, come fumo di plastica bruciata. Gli pizzicano gli occhi e il mal di testa aumenta.

«Si torna a parlare dei Santi del Diavolo – racconta l’inviato –  Sembra non volersi chiudere il dibattito sulla complessa e terribile vicende che vede come protagonisti i membri della setta satanica sgominata “la scorsa settimana” dalle forze di polizia guidate dall’Ispettore Maffei.
Da quando venne rinvenuto il corpo mutilato del giovane romeno Florian Dumitrescu  nel 2013, sono state almeno sei le morti che oggi vengono attribuite con certezza ai satanisti locali, ma almeno su altri venti, omicidi e suicidi, tra Campoverde e Terracina, aleggia l’ombra angosciante della setta.

«I Santi del Diavolo, tutti ragazzi italiani di buona famiglia, perpetravano i loro orrori all’interno di stabili abbandonati nei comuni di residenza delle loro vittime, per lo più a Littoria.

«Questo sottolinea la presenza di gravi fenomeni nella nostra società, gravi, orribili e invisibili, celati sotto l’apparenza normale dei suoi protagonisti.

«La cittadinanza, spaventata e sconvolta dalla constatazione che il mostro si nascondesse nella casa a fianco, ora è fortemente divisa sulla sorte di Massimiliano Reuta, il leader dei Santi e, dalle testimonianze degli altri satanisti arrestati, gran sacerdote e cervello della setta.

«Max, così  era conosciuto trentenne nell’ambiente della movida cittadina, ferito gravemente alla testa nel corso della retata nei sotterranei dell’incompiuta Città di Vetro, giace ora in coma presso l’ospedale Santa Maria Goretti.»

«Dovrebbero lasciarlo morire» dice il barista.

Nick lo guarda sentenziare la sua condanna senza neanche alzare gli occhi dal bancone dove poggia il caffè che ha ordinato. Un gesto automatico ripetuto mille volte al giorno. Una esternazione cinica sbocciata spontaneamente da un terrena ben nutrito di rabbia sociale e di inettitudine collettiva. Non è particolarmente sconvolto. Ultimamente le banalità che sente gli sembrano in numero esorbitante rispetto alle riflessione in qualche modo costruttive. Non pensa al barista in realtà, però qualcosa nelle sue parole ridesta una scintilla di consapevolezza in fondo al suo cervello.

Il barista però evidentemente interpreta la sua espressione dissimulata, il suo sguardo fugace come una dimostrazione di interesse, perché scuote la testa, come se avesse detto una cosa ovvia e si rivolge a lui, si giustifica, cerca la sua autorizzazione a considerare innocente il pensiero della morte di qualcuno.

«O no? Che lo sprecano a fare un letto d’ospedale per gente come quello? Poi dicevano che l’hanno beccato in testa, è capace che rimane dieci anni in coma, e noi paghiamo per tenere vivo un assassino, con la povera gente che deve pagarsi una clinica se sta male. Ma và! Eh?»

Nick annuisce, vorrebbe dire qualcosa, ma un forte senso di nausea gli risale dal profondo della gola; prova a mandarlo via buttando giù il caffè amaro.

«Dicono che deve vivere per fargli fare il processo, è una questione di giustizia.»

La nausea si scompone in uno tsunami di vertigini, immagini che non riesce a decodificare gli si affastellano nella zona buia dietro gli occhi.

«Ma che è giustizia questa?»

Fa fatica a respirare, le ginocchia cominciano a cedere, si gira verso la saletta: i ragazzi sono lì, ma è come se le loro immagini fossero sovrapposte a uno sfondo in continuo cambiamento, la stessa stanzetta lurida, però ritratta in una fotografia di inizio secolo, un ricordo vago e ombroso, dove si muovono gli spettri dai contorni nebulosi che circondano le persone, gli spettri si accorgono di lui prima dei ragazzi, si girano, protendono verso di lui i loro tentacoli d’ombra, poi le facce di carne si voltano a guardarlo con occhi vuoti.

«Si sente male?»

La voce del barista arriva afona e distante, in differita rispetto al movimento delle labbra.

Trascina la mano pesante sul bancone, facendo cadere a terra tazzina, piattino e cucchiaino, la fame d’aria lo spinge a precipitarsi alla porta, barcolla, si appoggia allo stipite, esce sul marciapiede e cade in ginocchio. Ancora immagini: un luogo buio, una grotta, un sotterraneo, colonne, no, figure ammantate, dai tratti bestiali, maschere, pelle, sudore, paura, dolore, urla, dolore, sangue.

«Ehi, guarda che il caffè me lo devi pagare!»

Occhi folli, il potere dello sguardo che paralizza, tiene stretto al legno freddo e umido, corde ruvide mordono la carne, mani addosso, una stretta alla spalla.

«No!»

Il grido esce dalla gola di Nick, mentre con un gesto del braccio cerca di togliersi da quel contatto, di allontanare chi vuole fargli del male, la fonte della sua paura.

La portiera dell’utilitaria si abbozza con un rumore secco quando il barista ci finisce contro. Nick è a meno di due metri da lui, ancora con le ginocchia sul marciapiedi. L’uomo sembra più spaventato che ferito, se ne sta lì, con la schiena contro la macchina, le braccia e le gambe sono ritirate, a difendere il corpo, con le mani si regge il petto dove ha ricevuto il colpo di Nick. Lo guarda incredulo. Lo stesso sguardo le vede negli occhi dei ragazzi che si sono accalcati all’uscita del bar. Si alza, le vertigini gli fanno ancora compagnia.

Prova a farfugliare delle scuse mentre rovista nelle tasche della giacca in cerca di monete, forse riesce a trovarle, non sa quante sono, le fa cadere in terra, forse riesce a dire qualcosa di senso compiuto prima di allontanarsi. Nessuno prova a fermarlo.

Cammina lungo il marciapiede, i piedi si muovono senza che lui ordini loro di muoversi, si muovono rincorrendosi incerti l’uno con l’altro spinti da una volontà a cui Nick non è in grado di opporsi, non nella condizione in cui si trova, non con quel dolore acuto e penetrante che gli scava in mezzo alla fronte e dietro la nuca, la cranialgia gli impedisce di tenere gli occhi aperti, quando ci prova la luce dei lampioni e dei negozi di notte lo aggredisce come un getto d’acido, come durante gli attacchi più brutti di congiuntivite, con gli occhi chiusi invece sente un lieve senso di sollievo che gli fa credere che nonostante tutto non cadrà a terra svenuto. Avvolto nell’oscurità delle sue palpebre si sente più a suo agio, nel suo buio sta meglio e cammina con la strana consapevolezza di star andando nella giusta direzione, la sicurezza che non finirà in mezzo alla strada, che nonostante tutto sta seguendo la strada giusta.

Cammina finché le vetrine del centro non lasciano il posto agli stabili commerciali delle maxi rivendite di via Piave, autosaloni, grandi magazzini, discount all’ingrosso e al dettaglio, la conferma arriva da una rapida sbirciata data dolorosamente attraverso le ciglia, non ne ha bisogno in realtà, sa dove si trova. Non sa perché in realtà, perché i suoi piedi lo stanno portando lì, perché continuano a camminare anche quando finisce il marciapiede, sull’asfalto umido del dopo sera, separato dalla carreggiata ad alta percorrenza solo da una striscia di vernice bianca spessa un palmo.

Nel buio lo comprende, i piedi non rispondono a lui, ma a qualcuno che è lì con lui, nel buio, una sagoma enorme e indefinita, una presenza che respinge la sua mente, la schiaccia ai margini interni della testa causandogli quel dolore lancinante, pressata da una necessità impellente, un bisogno superiore, una missione che gli impone di camminare attraversando la grande rotonda da cui partono le strade provinciali e deviare la stradina laterale che dopo aver superato un’edicola chiusa fiancheggia uno stabilimento industriale mezzo diroccato.

La presenza, l’altro nella sua testa, non si sente a suo agio con quel mezzo, non è abituata a camminare, lo sta facendo perché lui, Nick, ha paura di viaggiare in quell’altro modo.

“Non ti accadrà nulla.”

La sagoma non comunica alcuna rassicurazione, dice solo quello che è, non cerca di convincerlo, si limita ad adattarsi al meglio alla situazione contingente.

Nick non si chiede come può sapere quelle cose. Sta guardando un film di cui ha già letto la trama. Una trama che ha scritto lui stesso in preda a un delirio onirico, come un poeta ribelle assuefatto a un anticonformismo di maniera. Scrive quello che non capisce, guarda il prodotto della sua elaborazione mentale senza comprenderlo.

Nel buio vede una piccola luce, un minuscolo bagliore, potrebbe essere una lucciola poggiata sul suo naso o la fine di un tunnel lungo chilometri, non ci sono dimensioni nel buio, non ci sono prospettive, le sensazioni sono attenuate, le percezioni annullate, rimane solo la coscienza e la sua cosapevolezza come mezzo di interpretazione di una realtà del tutto aliena.

Rimane a osservare la scintilla senza riuscire a comprendere come possa essere quello che sa essere: una vita. L’ultima esplosione di energia di una vita che sta lasciando il mondo per l’esattezza.

La sagoma percepisce la sua incredulità, vive i suoi stessi dubbi, ma senza timore o curiosità, interpreta correttamente quelle percezioni, quello che non comprende è il motivo del richiamo, della sua presenza lì, conosce le singole operazioni ma non sa come sciogliere l’equazione, si rivolge a Nick intuendo che lui è l’incognita intrusa nel sistema. Lo scomodo inquilino del suo stato emotivo lo guarda con la sua faccia grigia da teschio millenario e gli propone una soluzione. Nel medesimo istante in cui Nick acconsente viene catapultato nella luce e si trova dall’altra parte. Se prima camminava, ora emerge. Il buio perde compattezza, si sfalda e si dissolve mentre lo attraversa, mentre intorno a lui si ricrea l’immagine della realtà notturna e dello squallore di una periferia di cemento.

L’immagine di un edificio squadrato, bianco di cemento, nero per lo sporco e l’abbandono, si concretizza circondato da una cancellata alta il doppio di un uomo, piazzata lì per proteggere quello che c’è dentro o per tenere richiuso lo squallore soffocante. Il quadro malato della città rassegnata ai suoi istinti peggiori prende gradualmente forma man mano che il velo del buio si alza e contemporaneamente si dissolve. Il corpo edilizio è lì, ma alcuni suoi sensi – sensi di cui non riesce a decifrare in pieno i segnali – ne sono indifferenti, ignorano il primo strato grossolano di materia e individuano la sostanza vivente, l’energia sprigionata da un gruppo di persone addossate alle linee metalliche

Davanti a lui si svolge una scena di ordinaria prepotenza. Quattro uomini infieriscono su un quinto, lo picchiano anche se la loro vittima non reagisce più, a calci e a bastonate.

Bastardi.

La parola, il concetto risale alla mente per dare una definizione più specifica rispetto a “esseri umani”. Affiora dai ricordi, ma è priva di alcuna connotazione di giudizio morale.

Osserva il pestaggio da vicino, così vicino da percepire i cuori dei bastardi pompare sempre più veloci per lo sforzo e l’esaltazione, e il cuore del poveretto, un barbone coperto dal suo stesso sangue sforzarsi di continuare a battere, con sempre maggiore affanno, avvolto da un alone sempre più luminoso. È a un palmo dai loro grugni imperlati di sudore e vorrebbe fare qualcosa,vorrebbe intervenire, vorrebbe almeno riuscire a provare rabbia. Nick vorrebbe, all’altro non interessa, non è lì per quello. Nick lo sente e non riesce a vincere la sua volontà, ora che non prova né paura né dolore potrebbe fare qualcosa, ma l’altro, che non comprende né la paura né il dolore, glielo impedisce, lo scopo della sua presenza lì deve attendere.

Nick è l’altro sono lì eppure non li vedono, non sospettano neanche della loro presenza congiunta nell’entità del Mietitore, l’oscurità li cela ai loro sensi, e così nascosti osservano una vita terminare il suo percorso terreno, il barbone gli rivolge un ultimo vitreo sguardo, li riconosce un istante prima di riemergere sotto forma di pura coscienza dal suo stesso corpo senza vita.

Tra le mani del Mietitore si materializza un lungo manico d’ebano, la falce di luna alla sua estremità servirà a liberare quella coscienza tormentata dai vincoli residui di un’esistenza insoddisfacente. Per quello è stato attratto lì, quella la sua missione.

Ignara di questo, la sagoma luminescente e fumosa del barbone si desta come per la prima volta alla realtà e accetta la sua condizione, la pace promessa dalla comunione con l’energia che compone il tutto le sembra una buona contropartita, forse non aspettava altro. E si dissolve.

Per la prima volta nella sua lunga esistenza il Mietitore è smarrito, dubbioso. Il Mietitore, che non è più solo se stesso, non sa perché si trova lì, non ha uno scopo.

Bastardi.

La parola riaffiora alla mente. È l’altro a ripescata dal fondo delle sue emozioni sopite.

Bastardi.

Sono gli occhi di Nick ora che guardano i volti dei quattro assassini contrarsi in ghigni animaleschi di soddisfazione.

Bastardi.

È il cuore di Nick che spinge il Mietitore a fare un passo fuori dalle ombre, un passo verso la realtà, un passo verso la rabbia; un terreno, quello delle emozioni, che l’altro non conosce, in cui non ha potere.

È la coscienza di Nick che per un attimo prende il controllo. Le mani del Mietitore fanno il resto.

Il primo cade colpito alla schiena, la carne e le ossa si separano in risposta alla lacerazione della coscienza, la ferita sarebbe stata sufficiente a uccidere il corpo anche se l’anima non si fosse dissolta.

La morte del primo dà modo agli altri di accorgersi del Mietitore. Provano razionalmente a interpretare la sagoma longilinea che è comparsa tra loro come una minaccia comprensibile, un nemico accettabile, l’istinto e il terrore però sono più onesti e riconoscono in quel teschio senza tempo il volto della fine ultima.

Non può fare a meno di accettarlo il secondo balordo quando il Mietitore muove contro di lui la falce e la testa gli si apre in due. E così pure il terzo, che colpisce il Mietitore sulla spalla destra con un bastone, il legno va in frantumi addosso alla creatura ammantata di nero, si schianta come l’osso del collo dell’uomo quando un guanto nero lascia la presa sul manico della falce e lo stringe sotto il collo.

Il quarto è fortunato. Se il Mietitore rivolgesse verso di lui le sue orbite muore morirebbe di crepacuore senza dover subire alcun attacco. Il Mietitore però non si gira. Rimane immobile con ai piedi il cadavere dell’ultimo uomo che ha ucciso, la mano ancora avanti a stringere nulla.

Il cuore dell’uomo rallenta, pensa che forse non si è accorto di lui, ma non ha il coraggio di correre via per paura di essere visto, così quando la falce si staccano dalla mano del mietitore e cade sul cemento per poco non viene colto da un infarto, sbatte gli occhi, per un istante vede ancora il demone nero, barcolla e arretra, l’istante dopo è da solo, al posto della creatura solo un alone d’ombra che spesso si dissolve alla luce dei lampioni. Respira affannato, recupera padronanza del suo corpo e la lucidità, o forse la stupidità, che gli fa raccogliere l’arma e lo fa scappare come se avesse la morte alle calcagna.

Il Mietitore percepisce tutto, il furto, l’offesa, il pericolo, percepisce ogni cosa senza poter agire, diviso tra due coscienze tra cui non c’è sintonia, due coscienze scisse, una di fronte all’altra nel buio.

Nick, di nuovo padrone dei propri pensieri. E l’altro, la creatura dell’oscurità, il mostro, lo scheletro della morte. Una coscienza disincarnata, priva di materia, senza dubbi o desideri, che si riconosce solo parzialmente come individuo; la sua mente è votata unicamente al suo scopo. Un’esistenza impensabile, inconcepibile per i comuni mortali, eppure semplice.

Dall’episodio nel vicolo qualcosa era cambiato, ora se ne accorgono entrambi, si era aggiunto un fattore che rischiava di confliggere con l’indifferente esecuzione del compito del Mietitore: non aveva voluto liberare la coscienza del killer, anche se era quello che aveva sempre fatto, quello che doveva fare, gli era sembrato giusto che soffrisse per quanto aveva fatto, ma la giustizia non è una cosa di competenza del Mietitore, così come ogni altra determinazione umana. Il fattore umano, quello è in più, è di troppo, è ciò che Nick aveva sempre represso di fronte alle ingiustizie e che ora non ha più bisogno di reprimere, ora ha il potere di far andare le cose come vuole lui, di fermare i colpevoli, o di punirli.

“Lei non tornerà.”

Il pensiero risuona nel buio.

“Non ci sono colpevoli da fermare.”

Forse proviene dal Mietitore.

“Chi vorresti punire?”

Forse proviene da Nick.

I due condividono lo stesso spazio e lo stesso momento di coscienza, entrambi non comprendono fino in fondo ciò che percepiscono dell’altro, sono creature troppo diverse, ma trovano il modo di condividere un patto.

Nick ora sa cosa è accaduto nel sotterraneo, conosce Max per quello che ha fatto ed è in grado di fare, conosce se stesso per quello che è, un morto suicida a cui è stata data una seconda possibilità. Il Mietitore si è riversato in lui affinché fosse il suo agente, un contenitore, il suo involucro materiale, fino a che l’abominazione non sarà stata eliminata e le coscienze disperse restituite al tutto. Assolto a questo compito lo lascerà libero di andare.

Libero. Non è più nel buio. L’eco della volontà del Mietitore risuona ancora nella testa. Ma non è più nel buio. Apre gli occhi. Non è stato neanche un brutto sogno. I cadaveri di quattro persone sono vicino a lui, proprio come li ricordava, uno percorso ancora dagli ultimi spasmi automatici. Respira a fondo l’aria della notte. Meglio evitare qualsiasi pensiero. Meglio correre via, a casa, perdersi nei sogni o negli incubi.

Mentre si allontana Nick se lo chiede.

“Andare dove?”

Non riesce a non ripercorrere con la mente la strada che quella sera lo ha condotto sul cornicione di un palazzo. E poi giù.

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