teatro

Il Manoscritto – parte 3

manopostParte 3

Entra in scena l’Ebreo Errante, ha una benda sulla fronte.

EBREO: Perdonatemi, signori, è da molto che cammino.

L’Ebreo e Uzeda si lanciano uno sguardo quasi di sfida. Poi Uzeda sorride e l’Ebreo torna ad abbassare lo sguardo.

UZEDA: Egli non mente.

Alfonso annuisce e getta una moneta all’Ebreo.

EBREO: Signor Alfonso. La vostra beneficenza non andrà perduta. Vi avverto che una lettera importante vi aspetta a Puerto Lapiche. Non entrate in Castiglia senza averla letta.

L’Ebreo poi si inginocchia davanti a Uzeda, ma si rialza subito, quasi arrabbiato.

EBREO: Da te non voglio niente. Se dici chi sono, te ne pentirai.

L’Ebreo esce velocemente.

ALFONSO: Come faceva a sapere il mio nome… e della lettera? (a Uzeda) Conosceva anche te?

UZEDA: E io conosco lui: quello è l’Ebreo Errante!

EREMITA: Ah! Proprio lui?

Uzeda annuisce compiaciuto.

ALFONSO: (all’Eremita) Sono l‘unico a non conoscerlo?

EREMITA: Da oltre millesettecento anni non si è seduto, né sdraiato, né riposato, né addormentato. Nessuno può fargli del male a causa del segno del Tau impresso sulla sua fronte.

UZEDA: Sì, è maledetto, tuttavia sa molte cose e non vi consiglio di sottovalutare l’avvertimento che vi ha dato.

ALFONSO: Mah, ci credo poco, a ogni modo sarò a Puerto Lapiche dopodomani e se c’è una lettera per me non mancherò di farmela consegnare.

UZEDA: Tsk! Che cabalista sarei se non riuscissi a farvi avere prima questa lettera.

Uzeda recita a voce non troppo alta alcune formule mistiche e assume un’aria soddisfatta.

UZEDA: Eh?

EREMITA: Eh, che?

UZEDA: In questo momento un genio invisibile sta volando più veloce del vento per portarci la lettera.

L’Eremita e Alfonso si guardano dubbiosi.

ALFONSO: Mah…

Entra in scena un “genio” piuttosto corpulento e dall’aria scocciata, getta con poca grazia sul tavolo una lettera e farfugliando qualcosa esce, mentre Uzeda e l’Eremita lo seguono con lo sguardo. Alfonso è attirato dalla lettera, la prende, la rigira, poi la apre e la legge.

UZEDA: (imbarazzato) Ehm… Quasi invisibile…

ALFONSO: Oh no…

EREMITA: Brutte notizie?

ALFONSO: Il re mi ordina tre mesi di congedo. A causa di quanto è avvenuto con l’Inquisizione.

UZEDA: Uh, abbiamo un eretico a quanto pare. Essere ebreo e cabalista è il meno a questa tavola.

ALFONSO: Non sono eretico!

EREMITA: Non giudicare, credi che i tuoi poteri blasfemi siano così grandi da salvarti dal giusto castigo!

UZEDA: A quanto pare no…

ALFONSO: Cosa intendi dire?

Uzeda sospira, poi si alza e mentre racconta passeggia. Nel frattempo gli altri lasciano libero il tavolo.

UZEDA: Quello che non vi ho detto è che mio padre, in tutto il suo potere, destinò a me le spose celesti, figlie di Salomone e della regina di Saba, e a mia sorella i Thamim, i gemelli celesti. Io mi buttai a capofitto nello studio dello Schir ha-schirim per riuscire a evocarle, ma riuscì a vederne solo le punte dei piedi riflesse in uno specchio. Ieri sono partito per incontrare un famoso adepto, ma dei contrattempi mi hanno costretto a fermarmi a una locanda lungo la via.

Uzeda si siede al tavolo.

UZEDA: E così questa sarebbe la Venta Quemada.

Uzeda comincia a studiare un libro, ma poco dopo si addormenta.

UZEDA: (biascica) Non ci si capisce niente…

Mentre dorme entra il genio di prima, che con fare rude si siede al tavolo, prende il libro e lo legge scuotendo la testa. Uzeda viene svegliato da rintocchi di campane, vede il genio e lo guarda intimorito.

GENIO: Scimunito, non hai capito niente, devi partire dalla fine.

UZEDA: devo…

GENIO: Eh!

Uzeda riprende il libro e lo apre all’ultima pagina, poco dopo il volto gli si illumina.

UZEDA: (eccitato) Escono due nomi!

Il genio gesticola scocciato.

UZEDA: Emina… e Zibeddé!

GENIO: Alla buon’ora. (si alza) Adesso vieni con me.

UZEDA: Dove?

GENIO: (scocciato) Ti porterò nella dimora di quelli che non sono morti. Dove governa il patriarca Enoc. Dove è gran sacerdote il profeta Elia. Dove incontrerai gli Egregori e i Nephilim.

UZEDA: (eccitatissimo) Davvero?

GENIO: No! Adesso la smetti di fare domande cretine?

Il genio si ferma e indica davanti a lui. Da lì entrano in scena Emina e Zibeddé.

EMINA: Figlio d’Adamo, noi siamo le tue spose.

ZIBEDDÉ: Seguici al nostro giaciglio risplendente di gloria e infiammato d’amore.

EMINA: Lì dove una grande finestra si affaccia sul terzo cielo.

ZIBEDDÉ: I concerti degli angeli porteranno al culmine la nostra estasi.

UZEDA: E… estasi?

Emina e Zibeddé si “avviluppano” addosso a Uzeda. Si fa buio. Quando torna la luce, Uzeda è in piedi, Alfonso e L’eremita seduti al tavolo.

ALFONSO: E poi vi siete risvegliato sotto la forca. Tutto regolare.

EREMITA: (invasato) Sciagurato cieco, che cosa rimpiangi? Tutto è illusione nella tua arte funesta. Quelle maledette succubi che ti hanno giocato, hanno fatto provare i più spaventosi tormenti a Pacheco e una sorte simile spetta anche ad Alfonso, che è cocciuto come un mulo e si ostina a non volersi confessare! (gentile ad Alfonso) Non vorresti confessarti?

ALFONSO: ( scuro in volto) No!

EREMITA: (invasato a Uzeda) Visto?!

ALFONSO: Sono sicuro che ci sia una spiegazione razionale.

Si sente un urlo di Pacheco.

ALFONSO: Ed è assolutamente poco dignitoso farsi vincere da… assurde fantasie.

EREMITA: Fantasie? Vallo a chiedere ai fratelli di Zoto se sono fantasie.

UZEDA: (calmo) Non credo vi risponderanno.

EREMITA: No, sono troppo occupati a penzolare.

Fanno tutti silenzio, e poco dopo cominciano a ridere. Entrano in scena gli impiccati e tutti rimangono raggelati, camminano lentamente e attraversano tutto il palco.

ALFONSO: Io non ho visto nulla…

EREMITA: Neanche io…

UZEDA: Visto che qua fuori non abbiamo visto nulla.

ALFNSO: E non c’è nulla.

EREMITA: Non c’è nulla.

UZEDA: Ecco, visto che non c’è nulla, e voi, Alfonso, dovete passare tre mesi da queste parti, perché non ce ne andiamo al mio castello, non è lontano.

ALFONSO: Mi sembra una buona idea.

UZEDA: Avrete modo di conoscere la mia adorata sorella, Rebecca.

ALFONSO (VFC): Quando mi trovai solo, pensai che mi sarebbe stato molto sgradito risvegliarmi ancora sotto la forca. Mi limitai a ridere di questa idea, che tuttavia mi occupò fino al momento in cui mi addormentai.

Arrivati al “castello” li aspetta Rebecca, che abbraccia Uzeda.

REBECCA: Quanto mi avete fatto stare in pensiero. Che vi era successo?

UZEDA: Vi racconterò ogni cosa, ma adesso occupatevi di ricevere questi ospiti: questi è l’eremita della valle, e questo giovane è un Gomelez.

REBECCA: (ammiccante) E così siete un Gomelez?

ALFONSO: Eh, per parte di mamma.

REBECCA: Molto interessante.

ALFONSO: Sembra essere una cosa importante.

UZEDA: Ehm…

REBECCA: Ah, sì. Venga eremita, la faccio accomodare.

Rebecca esce con l’Eremita.

UZEDA: Qui ci sono dei libri, per distrarvi, io ho… da fare un lavoro molto importante.

Uzeda esce velocemente, Alfonso rimane un po’ interdetto, poi alza una mano verso dove è uscito il cabalista.

ALFONSO. A presto…

Alfonso si gira e dà un’occhiata ai libri sul tavolo.

ALFONSO: Mah.

Ne apre uno, legge la copertina.

ALFONSO: Curiose relazioni di Happelius. Mmm…

Sfoglia qualche pagina e si mette a leggere un racconto (dopo un po’ che legge si addormenta).

ALFONSO: Viveva una volta a Lione, in Francia, un uomo ricco e buono chiamato Jacques de La Jacquière.

Jaques passeggia e incontra lungo la strada alcuni personaggi, in ordine una ragazza, un povero e un prete grasso.

JACQUES: Bisogna essere cortese con tutti (fa una carezza pudica ala ragazza), caritatevole con i più poveri (dà una moneta ala povero) e munifico con i religiosi (dà un sacchetto pieno al prete) che sono i veri poveri del Signore.

ALFONSO: Ma non è di lui che parliamo. Jacques aveva un fratello, Thibaud, alfiere dei gendarmi del re.

Thibaud passeggia in senso contrario.

THIBAUD: Ehi prete, fai la carità (minaccia il prete con la spada e prende il sacchetto). Pezzente, levati dalla mia strada! (dà un calcio al povero, quando gli cade la moneta, la raccoglie sorridente e se la mette in tasca) Grazie! (va quasi a sbattere alla ragazza) Ulalà, ma cos’abbiamo qui? (si struscia sulla ragazza) Ci scambiamo due cortesie?

JACQUES: Fratello? Cosa ci fai qui?

THIBAUD: Il buon re ha pensato che l’aria di casa potesse farmi bene.

JACQUES: Questo è meraviglioso! Bisogna festeggiare!

THIBAUD: Sì, sì, va bene.

Jacques allestisce un brindisi al volo, entrano ospiti, qualcuno porta una bottiglia e dei bicchieri.

JACQUES: Ti auguro fratello mio, ogni bene, tanta salute, ravvedimento e saggezza.

Anche Thibaud leva il calice.

THIBAUD: Sacra morte del gran diavolo! Voglio con questo vino offrirgli il mio sangue e la mia anima, se mai diventerò più galantuomo di quanto non sia!

TUTTI: Ah!

Gli ospiti rimangono allibiti, si fanno il segno della croce ed escono.

JACQUES: Per SanTiago de Compostela, Thibaud, dovresti stare attento a ciò che dici.

THIBAUD: (fa un gesto scocciato) Sì sì, ci starò attento.

Thibaud farfuglia e si attacca alla bottiglia.

THIBAUD: Sacra morte del gran diavolo! Giuro sul mio sangue e sulla mia anima che se si trovasse a passare quella gran diavolessa di sua figlia, le offrirei il mio amore, tanto mi sento riscaldato dal vino.

JACQUES: Fratello mio, pensate che il diavolo è l’eterno nemico degli uomini e fa loro già tanto male senza che lo si inviti o si invochi il suo nome.

THIBAUD: Così ho detto e così farò!

Entra Dariolette correndo inseguita da un servitore, che inciampa.

SERVO: Ma porc…!

Thibaud gli dà un calcio e porge il braccio alla ragazza.

THIBAUD: Reggetevi a me, fanciulla, non vi accadrà nulla di male.

ORLANDINE: Grazie, signore.

THIBAUD: (a Jacques) Come vedi, fratello, quello che ho invocato non si è fatto attendere. Dunque ti auguro la buona notte.

Thubaud dà un calcio a servo.

THIBAUD: Tu cammina e fai strada.

SERVO: Sì sì, cammino.

Il gruppetto cammina un po’, poi si ferma.

THIBAUD: Bella stella errante, poiché la mia stella mi ha fatto sì che vi abbia incontrata nella notte, fatemi il favore di dirmi chi siete e dove abitate.

ORLANDINE: Il mio nome è Orlandine. Sono cresciuta rinchiusa nel castello di Sombre sui Pirenei, da lì venne a prendermi un uomo per condurmi qui e farmi vivere con lui.

THIBAUD: Uh, il Sire de Sombre, lo conosco, ha fama di essere molto geloso. Sei ospite nella sua casa?

ORLANDINE: Oh no, alloggiamo io, la mia governante e questo servo, in una casetta nella campagna, ai margini della città, è l’ultima casa del sobborgo. Ci stavamo recando a piedi in città quando abbiamo avuto un diverbio con dei passanti, ho avuto paura e mi sono messa a correre. Per fortuna ho incontrato voi, mio bel sire.

SERVO: Arrivati!

Dariolette prende per mano Thibaud.

ORLANDINE: Bel cavaliere, come volete che passiamo la serata?

THIBAUD: Beh, le idee non mi mancano.

ORLANDINE: E se andassimo di là? Al castello mi divertivo a vedere come la governante fosse diversa da me. Adesso voglio vedere se sono diversa anche da voi.

THIBAUD: E io soddisferò ogni vostra curiosità.

Escono di scena, si sentono rumori di moine e atteggiamenti inequivocabili, poi Thibaud urla (per gli artigli conficcati nella schiena).

THIBAUD: Orlandine, che significa questo?

ORLANDINE: (voce distorta) Non sono Orlandine. Sono Belzebù e domani vedrai che corpo ho animato per sedurti.

Si sentono urla e risate demoniache. Poco dopo escono passeggiando tre comari.

COMARE: Vi dico che è tutto vero.

COMARE: Certo, come no…

COMARE: Però le voci girano…

COMARE: Dicono che hanno trovato Thibaud steso su una carogna mezza imputridita.

COMARE: Come se ci stesse… capito no?

COMARE: Dio, che schifo.

COMARE: Era ancora vivo, ma pelo pelo.

COMARE: Continuava a dire “aprite a quel santo eremita!”, alla fine hanno aperto la porta e c’era proprio un eremita.

COMARE: Ma dai?

COMARE: Giuro.

COMARE: L’eremita l’ha fatto confessare, alla fine s’è sentito solo “Sì, padre, mi pento e confido nella misericordia divina.

COMARE: E poi?

COMARE: E poi siccome non si sentiva più niente sono entrati.

COMARE: L’eremita era scomparso e Thibaud fu trovato morto con un crocefisso tra le mani.

Le comari si fanno il segno della croce ed escono.

COMARE: Gesùggiuseppemmaria!

Alfonso, appoggiato al tavolo, ha un sonno piuttosto agitato. Entra di corsa Rebecca.

REBECCA: Signor Alfonso! Signor Alfonso!

Alfonso si desta di soprassalto.

ALFONSO: Eh? Sì? Cosa?

REBECCA: Signor Alfonso, perdonatemi se interrompo il vostro sonno. Con mio fratello abbiamo fatto spaventosi incantesimi per conoscere i due spiriti con cui ha avuto a che fare alla Venta Quemada, ma non ci siamo riusciti.

ALFONSO: (ancora assonnato) Un vero peccato.

REBECCA: Vi scongiuro di dirci tutto ciò che sapete (si siede vicino ad Alfonso) è di grande importanza.

ALFONSO: Ah… sì, beh, io non… so molto.

REBECCA: (suadente) Vi prego…

ALFONSO: Non posso! Mi sono impegnato sul mio onore a non parlarne mai.

REBECCA: Ma signor Alfonso, come pensate che la parola data a due demoni vi possa impegnare?

ALFONSO: Demoni, su, non esageriamo. Dei… vivaci diavoletti… eheh.

In scena entrano a margine Avadoro, che dà indicazioni per montare una tenda, assieme alle sue figlie (Emina e Zibeddé). Lo sguardo di alfonso viene rapito dalle due ragazze.

AVADORO: Tirà su! Tendi le corde! Aoh! Ce l’ho con te!

REBECCA: Adesso sappiamo che sono due demoni femmina e i loro nomi sono…

ALFONSO: Emina e Zibeddé!

REBECCA: Esatto! Voi come lo sapete?

ALFONSO: Quelli laggiù, chi sono?

REBECCA: Ah, quelli sono gli zingari che si accampano periodicamente sotto il nostro castello.

ALFONSO: E quelle fanciulle?

REBECCA: Non so, andateglielo a chiedere. Quanto a me, mi devo allontanare. La mia sorte vuole così, questa mia sorte bizzarra, Ah!

Rebecca fa segno ad Alfonso di andare verso gli Zingari, poi esce. Alfonso guarda ancora le ragazze, i loro sguardi si incontrano, poi loro cominciano a ballare. Finito il ballo, Alfonso va verso di loro.

ALFONSO: Eh… salute a voi.

EMINA: Sei venuto a farti leggere la mano, bel cavaliere?

ALFONSO: Veramente, mi sembravate due ragazze che… ho conosciuto, ma devo essermi sbagliato.

ZIBEDDÉ: Lasciate che mia sorella legga nel vostro palmo tutto il vostro avvenire.

Zibeddé altre il palmo di Alfonso.

EMINA: Ah! Cavaliere, que vejo en vuestra bast? Vedo molto amore, ma per chi?

ZIBEDDÉ: Forse per dei demoni?

ALFONSO: Non lo so, sono un po’ confuso al riguardo.

EMINA: Venite con noi, vi presenteremo nostro padre.

ZIBEDDÉ: Non c’è al mondo persona più saggia.

Conducono Alfonso da Avadoro.

AVADORO: Lo sapete, signor cavaliere, che qui vi trovate in mezzo a una banda di cui nella regione si parla piuttosto male? Non avete un po’ di paura di noi?

ALFONSO: Paura io?! Io sono Afonso van Worden ed è la paura a temere me!

AVADORO: Scusatemi signor cavaliere, non vi volevo offendere, tutto il contrario, anzi vi prego di passare qualche giorno con noi. Vi faremo vedere i luoghi più ameni e quelli che chiamano “i begli orrori”.

ALFONSO: Come la valle de Los Hermanos?

AVADORO: Attento a come parlate de Los Hermanos, forse non lo sapete, ma di notte gli impiccati scendono dalla loro forca e si vendicano dei viventi!

ALFONSO: Mi perdonerete se stento a credervi. Ultimamente dubito molto.

Alfonso rimane quasi ipnotizzato, perso nei suoi pensieri.

AVADORO: Cavaliere?

Alfonso si riprende dallo stordimento.

ALFONSO: Sì, scusatemi… Accetto il vostro invito, anche se non so ancora chi siete.

AVADORO: Avete ragione, ahah. Tutti gli zingari di Spagna mi conoscono sotto il nome di Pandesowna, che nel loro gergo è la traduzione del mio cognome, Avadoro. Infatti non sono nato tra gli zingari, ma ne divenni il capo quando entrai al servizio dei Gomelez.

ALFONSO: Anche voi?

AVADORO: La mia è una lunga storia, vi stupite?

ALFONSO: Ormai più di nulla, solo che anche Zoto mi ha detto…

Entrano in scena i due impiccati che si mettono alle spalle di Alfonso come presenze spettrali. Alfonso si sente osservato e dà segni di nervosismo.

EMINA: Zoto il bandito?

ZIBEDDÉ: Il fratello dei due fratelli impiccati?

ALFONSO: Sì, beh, la storia è un po’ complessa… Ora, credo di dovervi lasciare un momento, sento come… ho delle cose da sbrigare, scusatemi.

Alfonso inizia a vagare guidato in qualche modo dagli impiccati. Nel frattempo la scena si svuota. Entra Rebecca che si sdraia a terra. I due impiccati si sdraiano a fianco a lei.

ALFONSO: Uh, ma quella è Rebecca.

Prova a svegliarla dolcemente.

ALFONSO: Rebecca? Rebecca?

Rebecca si sveglia urlando, viene presa dalle convulsioni, piange e poi sviene. Alfonso, in evidente disagio, non sa cosa fare.

REBECCA: (ancora in posa svenuta) Alfonso!

Alfonso sussulta per lo spavento.

ALFONSO: Rebecca, siete sveglia?

REBECCA: (ancora in posa svenuta) No.

Alfonso guarda stupito verso il pubblico.

ALFONSO: Ehm… Allora… siete svenuta?

REBECCA: Sì.

ALFONSO: E – non perché non mi fidi di voi – come fate a parlarmi?

REBECCA: Sono una cabalista, posso questo e altro.

ALFONSO: Siete una cabalista, certo. Immagino che questo risponda a tutti i miei quesiti…

REBECCA: Vi sento dubbioso.

ALFONSO: E lo sono. Mai prima d’ora come adesso.

REBECCA: Volete espormi i vostri dubbi?

ALFONSO: Non vi tedierei mai a questo modo.

REBECCA: Fate pure, tanto sono svenuta.

ALFONSO: O beh… Mi sono venute alla mente alcune parole dettemi dal governatore Enrico de Sa allorché partii da Cadice e che ora mi fanno supporre che anche lui fosse a conoscenza del mistero dei Gomelez, inoltre fu lui a mettere al mio servizio Lopez e Mosquito, che m’hanno abbandonato alla valle de Los Hermanos. Più volte inoltre le mie cugine mi hanno fatto intendere che volevano mettermi alla prova. Anche l’eremita con la sua insistenza per farmi confessare potrebbe essere un agente dei Gomelez.

REBECCA: Eh, povero Alfonso, quanti dubbi.

Rebecca si alza a sedere di scatto.

ALFONSO: Ah!

REBECCA: Non urlate, per favore, ho sempre mal di testa al risveglio…

ALFONSO: Ehm… tutto bene?

REBECCA: Voi che dite?

ALFONSO: Beh, dopo un paio di volte che ti svegli sotto la forca non è poi così male… Volete, una mano.

Rebecca porge una mano e si fa dare una mano ad alzarsi.

REBECCA: Lo avevo previsto.

AFONSO: Cioè di finire…

REBECCA: Che la vostra discrezione ci sarebbe stata funesta. Non mi avete voluto raccontare la vostra storia e così sono diventata come voi vittima di questi maledetti vampiri.

ALFONSO: Se ve la sentite forse è il caso di tornare al campo.

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