teatro

Il Manoscritto – parte 1

manopostIL MANOSCRITTO
Liberamente ispirato al romanzo “Manoscritto trovato a Saragozza” di Jan Potocki

Parte 1

La scena è “divisa in due”. Da una parte il “non luogo” rappresentato da un tavolo scarno e due sedie (la locanda, l’eremo, una stanza del castello ecc.), dall’altra l’azione presente e passata.

Alfonso, Mosquito e Lopez stanno viaggiando. Attorno al tavolo si sviluppa una locanda con avventori poco raccomandabili.

OSTE: La Sierra Morena!

AVVENTORE: (canta) De la sierras morenas, cielito lindo, vienen bajando / Un par de ojitos negros, cielito lindo, de contrabando /¡Ay! ¡ay! ¡ay! ¡ay!, ¡canta y no llores! Porque cantando se alegran, cielito lindo, los corazones.

OSTE: Questa catena impervia che separa l’Andalusia dalla Mancia è abitata soltanto da…

AVVENTORE: Contrabbandieri,

AVVENTORE: Banditi,

OSTE: E alcuni zingari che si dice mangino i viaggiatori dopo averli assassinati. Onde il proverbio:

AVVENTORE: Las Gitanas de Sierra Morena Quieren carne de Hombres.

OSTE: Ma non è tutto. Si dice che il viaggiatore che si azzarda in questa contrada selvaggia venga assalito da mille terrori capaci di raggelare il coraggio dei più arditi. Sente voci lamentose mescolarsi al rumore dei torrenti e ai sibili della tempesta, luci ingannevoli lo sviano, e mani invisibili lo sospingono verso abissi senza fondo.

AVVENTORE: Sperdute su questo pauroso cammino si trovano anche alcune ventas, o locande.

AVVENTORE: Ma spettri diabolici hanno forzato gli osti a cedere loro il posto e a ritirarsi in paesi dove il loro riposo non fosse più turbato se non dai rimproveri della coscienza.

AVVENTORE: Fantasmi questi con cui i locandieri sanno venire a patti.

MOSQUITO: Oste della malora, diglielo anche tu.

OSTE: Santiago de Compostela mi è testimone, non sono solo voci, è tutto vero. La Sierra Morena non è luogo da attraversare, i viaggiatori prendono la strada di Jaen o quella dell’Estremadura.

ALFONSO: Questa scelta può convenire a viaggiatori comuni, ma il re, Don Filippo V in persona, ha avuto la benevolenza di onorarmi della nomina a capitano delle Guardie Valloni, le sacre leggi dell’onore mi prescrivono di recarmi a Madrid per la via più breve.

MOSQUITO: Senza preoccuparsi che sia anche la più pericolosa?

Alfonso ha un attimo di scetticismo, poi si rinsalda.

ALFONSO: Proprio così!

Mosquito invita l’oste a proseguire.

OSTE: Mio giovane signore, vostra merced mi permetterà di farle osservare che se il re l’ha onorato di una compagnia della guardie prima che l’età l’abbia onorato della più leggera peluria sul mento, sarebbe consigliabile dare prove di prudenza; ora io dico che quando i demoni si impadroniscono di una contrada…

Alfonso si allontana irritato, la voce dell’oste si perde man mano che arretra fuori scena.

ALFONSO: Non dirne di più, io me ne vado. Lopez! Moscqito! Andiamo.

Lopez e Mosquito rimangono fermi con aria supplicante.

ALFONSO: Non guardatemi con quell’aria da far pietà. Andiamo!

Lopez e Mosquito seguono Alfonso mal volentieri.

ALFONSO: Ci fermeremo tra poco a Los Alcornoques per pranzare con le provviste che abbiamo preso ad Anduhhar, e poi dormiremo alla Venta Quemada.

MOSQUITO: Non mi piace, signore, girano strane voci su questa locanda…

ALFONSO: Sciocchezze, è la locanda più importante lungo la strada.

Mosquito si allontana furtivo ed esce.

LOPEZ: Dicono che succedono cose strane a chi vi dorme…

ALFONSO: Non essere ridicolo, Lopez, si tratta solo di un antico castello dei Mori fatto riparare dal marchese Quemada.

LOPEZ: Se lo dite voi…

ALFONSO: Bene, Mosquito, tira fuori il pranzo.

LOPEZ: Ehm…

ALFONSO: Mosquito, il pranzo!

LOPEZ: Signore, io…

ALFONSO: Lopez, dov’è il mio pranzo?

LOPEZ: Ce l’ha Mosquito.

ALFONSO: E dove accidenti è Mosquito?

LOPEZ: Eh… sarà rimasto un po’ indietro.

ALFONSO: Bene, lo aspetteremo. Dovrà pur raggiungerci.

Stanno un po’ fermi.

ALFONSO: Lopez.

LOPEZ: Sì, signore?

ALFONSO: Non credo che Mosquito ci raggiungerà.

Lopez si mette a piangere.

LOPEZ: L’aveva pur detto l’oste di Aduhhar! I demoni si sono sicuramente portati via quel disgraziato di Mosquito.

ALFONSO: Non dire stupidaggini.

LOPEZ: Ahiahiahiahiahi! Perché non ho dato ascolto a fray Geronimo de la Trinidad, non facciamo nulla nella nostra famiglia se non dietro i suoi consigli, io non li ho voluti ascoltare e adesso ne sono giustamente punitooo!

ALFONSO: Aspettami qui, vado a cercarlo.

Lopez si getta in lacrime alle ginocchia di Alfonso.

LOPEZ: Per tutti i santi, signore, non mi lasci solo in un posto tanto pericoloso.

ALFONSO: Bene, allora vai tu in ricognizione, rimango io.

LOPEZ: Nononono! Signore. Nononono!

ALFONSO: Caro Lopez, farò tue le mie buone ragioni per lasciarmi partire.

Alfonso minaccia Lopez con il pugno chiuso e l’aria ingrugnata.

ALFONSO: Lopez, se non la finisci ti tiro un cazzotto…

Lopez piagnucola e si allontana fino a uscire di scena

LOPEZ: Fray Geronimo me lo aveva detto che gli ufficiali delle guardie vallone sono una specie di eretici, e io l’ho ascoltato? No, non l’ho ascoltato! E allora ben mi sta se adesso….

Alfonso scuote la testa, quando si gira è pronta la scena della valle de Los Hermanos.

ALFONSO: La valle di Los Hermanos… È chiamata così perché tre fratelli briganti ne avevano fatto il teatro delle loro gesta. Due sono stati presi e se ne vedono i corpi pendere da una forca.

Alfonso guarda disgustato la scena.

ALFONSO: Che spettacolo ripugnante, laidi cadaveri, agitati dal vento, sbrindellati da famelici avvoltoi. Meglio proseguire.

Alfonso raggiunge il tavolo e si guarda attorno tra il deluso e il rassicurato.

ALFONSO: E così questa sarebbe la Venta Quemada.

Alfonso si siede a tavolo, si guarda ancora un po’ attorno, poi legge un cartello da una cassetta per le elemosine.

ALFONSO: “Signori viaggiatori, abbiate la carità di pregare per l’anima di Gonzales di Murcia, già locandiere della Venta Quemada. Soprattutto, continuate il vostro cammino…”. Uh, sono un po’ stanchino. “…e non passate qui la notte…”. Però ormai s’è fatto buio. “…per nessuna ragione!”. Uh…

Nel frattempo entrano Emina e Zibeddé.

ALFONSO: Ho anche fame… Vabbè, allora vado.

Alfonso si gira e rimane sorpreso di vedere Emina e Zibeddé.

SERVA: Signor cavaliere, delle dame straniere che passano la notte in questa locanda vi pregano di voler dividere con loro la cena.

ALFONSO: Allora… resto.

SERVA: Abbiate la cortesia di seguirmi.

Sparisce la serva, compaiono le dame.

ZIBEDDÉ: Signor Cavaliere, vi ringraziamo della bontà che ci avete mostrato accettando questo piccolo spuntino; credo che dobbiate averne bisogno (ridacchiano maliziose)

ALFONSO: Sono io che ringrazio voi. Ma prima del mio appetito, degnatevi di soddisfare la mia curiosità. Ditemi, chi siete?

EMINA: Continuate pure a mangiare, non è certo con voi che manterremo l’incognito. Io mi chiamo Emina, e questa è mia sorella Zibeddé. Siamo partite da Tunisi otto giorni fa, siamo sbarcate in una spiaggia deserta vicino a Malaga, ed ora eccoci qua in questo luogo solitario per cambiare costume e prendere tutte le misure necessarie per la nostra sicurezza. Potete comprendere come il nostro viaggio sia un importante segreto, che abbiamo affidato alla vostra lealtà.

ALFONSO: Un segreto?

EMINA: (si avvicina ad Alfonso) Segretissimo!

ZIBEDDÉ: (si avvicina ad Alfonso) Segretissimo! E ora, qualche danza.

Emina e Zibeddé (con serve al seguito) cominciano a danzare.

ALFONSO: Meraviglioso, è tutto meraviglioso. Ma…mi gira un po’ la testa.

EMINA: Vi sentite male? Venite con noi, conosciamo un infallibile rimedio…

Le ragazze prendono Alfonso per le braccia e lo aiutano ad alzarsi. Zibeddé nota un ciondolo al collo di Alfonso.

ZIBEDDÉ: E questo ciondolo? Nasconde forse il ritratto di un’amante?

ALFONSO: Oh no, è solo un ciondolo che mi ha regalato mia madre, ho promesso di portarlo sempre; sapete, contiene un frammento della vera croce…

Zibeddé salta indietro quasi spaventata.

ALFONSO: Che c’è? Ho detto qualcosa di male? Vera croce.

Zibeddé soffia.

ALFONSO: (sorride) Scherzo, neanche foste due vampiri. Ahah.

Emina e Zibeddé fissano Alfonso con serietà ultraterrena. Alfonso perde il sorriso.

EMINA: Signor Cavaliere, noi siamo musulmane. Siamo solo dispiaciute di vedere un cristiano così devoto in voi che siete il nostro parente più prossimo.

ZIBEDDÉ: Questo discorso vi stupisce, ma vostra madre non era un Gomelez?

EMINA: E noi siamo le figlie di Gasir Gomelez, zio materno del dey di Tunisi.

ZIBEDDÉ: Apparteniamo alla stessa famiglia.

EMINA: Sappiate che il fondatore della nostra stirpe, Massud ben Taher, fece costruire un castello che chiamò Cassar Gomelez, per nascondere un enorme segreto. A ogni generazione dei giovani sarebbero stati iniziati solo a un parte del mistero e solo dopo aver superato numerose prove.

Emina e Zibeddé si comportano con Alfonso in modo molto provocante anche mentre parlano.

ZIBEDDÉ: Se solo voi foste musulmano, avreste superato tutte le prove.

EMINA: Forse immensi tesori sarebbero in vostro potere.

ALFONSO (VFC): Ecco lo spirito delle tenebre, che essendo riuscito a indurmi in tentazione con la voluttà, cercava di farmi soccombere con l’amore dell’oro.

Un gallo canta.

EMINA: Ci rimane poco tempo, caro Alfonso, noi possiamo essere vostre spose soltanto se abbracciate la nostra legge. Vi acconsentite?

Alfonso annuisce ammaliato ma deciso.

ZIBEDDÉ: Non basta, caro Alfonso, bisogna che vi impegnate sulle sacre leggi dell’onore a non rivelare mai i nostri nomi e la nostra esistenza.

Alfonso annuisce di nuovo. Zibeddé porta una coppa. Mentre le cugine lo stringono tra loro Alfonso beve e cade addormentato. Nel buio dell’incoscienza viene spogliato e portato sotto la forca dei Los Hermanos, a fianco a lui ci sono i due impiccati.

ALFONSO: (VFC) Finalmente mi svegliai. Il sole mi bruciava le palpebre. Le aprii con fatica. Ma il sonno mi appesantiva ancora gli occhi. Non dormivo più, ma non ero ancora sveglio. Immagini di supplizi si susseguirono l’una dopo l’altra…

Alfonso, spaventato, balza a sedere di soprassalto e si accorge con orrore di essere tra i due cadaveri. (potrebbe anche rimettere come segno di disgusto)

ALFONSO: Mio Dio, che schifo, ho passato la notte con… loro.

Alfonso si guarda addosso, si accorge di essere nudo, vede i suoi vestiti vicino ai cadaveri e con atteggiamento disgustato si allunga per prenderli e si riveste alla svelta. Poi si allontana.

ALFONSO: (VFC) Quando mi ero svegliato il sole era già a metà della sua corsa, avevo impiegato due ore per tornare sulla strada maestra, perciò fatte ancora un paio di leghe dovetti pensare a un asilo per la notte.

Alfonso arriva all’eremo, seduto al tavolo c’è l’Eremita che sta mangiando qualcosa da un piatto.

EREMITA: Entrate figliolo, fate presto. Non passate la notte la fuori, il Signore ha tolto la mano da sopra le nostre teste.

ALFONSO: Ehm. Grazie, buon eremita. (guarda affamato il piatto) Cercavo solo qualcosa da mangiare…

EREMITA: Sciocchezze, figliolo! Pensate alla vostra anima!

ALFONSO: Sì, ma anche la pancia…

EREMITA: Pregare, dovete, poi mangiare!

ALFONSO: Non si potrebbe fare il contrario…

EREMITA: Pregate!

Alfonso giunge le mani e comincia a recitare un po’ di preghiere confuse e mischiate in maniera sempre più rapida e incomprensibile e termina con un “Amen!”.

ALFONSO: Bene, sì, pregare mi ha fatto proprio bene, già, mi ha anche stimolato un po’ l’appetito, eheh.

L’Eremita sorridente indica ad Alfonso di servirsi. Alfonso prende tra le dita un’oliva e la fissa un po’ deluso.

ALFONSO: Oh… olive…

Alfonso prende un’altra cosa dal piatto.

ALFONSO: E… cardi (mette in bocca e ritira le labbra) all’aceto…

Entra in scena Pacheco in tutto il suo orrore da posseduto. Alfonso è sbigottito e spaventato. L’Eremita invece quasi non ci fa caso. Pacheco arriva davanti al tavolo e lancia un urlo. L’Eremita è impassibile, mentre Alfonso quasi cade dalla sedia. Poi Pacheco va a sedersi per terra.

EREMITA: Ciao anche a te, Pacheco.

ALFONSO: Ma… ma, lui chi è?

EREMITA: Figliolo, questo è un indemoniato che sto esorcizzando. Vuoi sentire la sua storia.

Alfonso scuote vigorosamente la testa in senso di diniego.

EREMITA: Ottimo! (a Pacheco con autorità solenne) Pacheco, Pacheco, in nome del tuo redentore, ti ordino di raccontare la tua storia!

Pacheco lancia un urlo.

PACHECO: Sono nato a Cordova, da una famiglia più che agiata. Mia madre è morta tre anni fa. Mio padre le era molto affezionato, ma in capo a pochi mesi fu irretito una giovane vedova, tale Camilla de Tormes, una poco di buono, anzi, una vera tro…

CAMILLA: Gran signora! Ahah, nonché vostra matrigna, bel Pacheco. Ora che vostro padre ed io siamo sposati, dobbiamo cercare di essere più affettuosi, tra noi, che ne dite?

Camilla prova a sedurre Pacheco.

PACHECO: Non mi lasciai sedurre. Io ero innamorato, sì, ma di sua sorella, Inesilla.

Pacheco prova a sedurre Inesilla, la stringe a sé.

INESILLA: No, signorino Pacheco, non fate così, non sta bene, in fondo sono vostra zia.

PACHECO: Insomma non me ne andava bene una…

CAMILLA: Non disperate, Pacheco, vi vorrei tutto per me, ma se volete posso farvi diventare il suo cortejo, il suo amante.

PACHECO: Magari, ma Inesilla era così…

INESILLA: Oggi ho messo i mutandoni di ferro, che non si sa mai…

PACHECO: …modesta, che mi sembrava un po’ difficile… Per fortuna mio padre si decise a portare con sé Camilla e Inesilla in un suo viaggio a Madrid e potei godere di un paio di mesi di pace. Finché non ricevetti una lettere con cui mio padre mi ordinava di andargli incontro e aspettarlo alla Venta Quemada.

Pacheco si avvicina al tavolo.

PACHECO: E così questa sarebbe la Venta Quemada.

Pacheco si siede (nel frattempo Alfonso e l’Eremita si sono alzati, o c’è un’altra sedia) e si guarda un po’ attorno. Entra Camilla (camicia da notte e bugia?) e gli fa cenno di tacere con un dito sulla bocca, si avvicina sensuale e gli si siede sulle ginocchia.

CAMILLA: Mio caro Pacheco, è giunto il momento in cui vi posso dare i piaceri che vi ho promesso.

PACHECO: Ma io…

CAMILLA: Voi amate Inesilla, lo so, e io amo voi, ma questa notte non c’è bisogno che due siano felici a spese del terzo, ci basterà un solo letto.

PACHECO: Anche Inesilla…

Inesilla entra in scena, molto più disinvolta di come si mostrava prima.

INESILLA: Vi stavo aspettando (si siede sul tavolo con fare lascivo) e sono disposta a non rifiutarvi nulla.

Pacheco è un po’ interdetto.

PACHECO: Inesilla, vi facevo più…

Inesilla apre le gambe davanti a Pacheco, che strabuzza gli occhi.

PACHECO: Modesta…

Camilla e Inesilla stringono Pacheco tra mille carezze e si fa buio.

Pacheco finisce sdraiato tra i cadaveri degli impiccati sotto la forca. Si alza a sedere. Anche il primo impiccato si mette a sedere e parla con a voce di Camilla.

CAMILLA (VFC): Sono Camilla, la tua matrigna, cuoricino mio, fammi posto accanto a te.

Si mette a sedere anche il secondo impiccato, che parla con la voce di Inesilla.

INESILLA (VFC): Io sono Inesilla, lasciami entrare nel tuo letto.

PACHECO: (spaventato) Vai via, Satana!

CAMILLA (VFC): Perché ci scacci?

INESILLA (VFC): Non sei il nostro maritino?

CAMILLA (VFC): Abbiamo tanto freddo.

INESILLA VFC): Vieni che ci scaldiamo.

Mentre parlano si alzano del tutto, Pacheco arretra, poi scappa, ma viene raggiunto dagli impiccati che lo massacrano.

Finito il racconto Pacheco lancia un urlo torna a sedere.

ALFONSO: Ma che storia terribile.

EREMITA: Già, queste sono terre pericolose. La Venta Quemada poi…

ALFONSO: Ci ho dormito anch’io e…

EREMITA: Cosa?

ALFONSO: Niente.

EREMITA: Mi nascondi qualcosa?

ALFONSO: Nono.

EREMITA: I demoni si sono forse impossessati di te?

ALFONSO: Eh, adesso… demoni…

EREMITA: Confessa le tue colpe, figliolo. Confessa!

ALFONSO: Veramente mi sarei già confessato partendo da Cadice. Da allora credo di non aver commesso alcun peccato.

EREMITA: Ma hai dormito alla Venta Quemada?

ALFONSO: Sì, ma ho… dormito.

EREMITA: Ed è successo qualcosa?

ALFONSO: No.

EREMITA: Due cose?

ALFONSO: Se anche fosse successo qualcosa ho le mie buone ragioni per non parlarne!

EREMITA: Ma che arroganza! Altro che confessione, qui ci vorrebbe un esorcismo.

Pacheco lancia un urla.

EREMITA: (a Pacheco) Hai ragione Pacheco, prima devo finire con te. (ad Alfonso) Ma chi ti credi di essere.

ALFONSO: Io sono Alfonso van Worden, capitano della Guardia Vallone per nomina regia. Figlio di Juan van Worden e Urraque de Gomelez, figlia dell’oidor di Granada.

EREMITA: Ora capisco. Lo vedo, caro ragazzo, che hai ancora fede, ma non perseveri. Questi Gomelez, da cui discendi per via femminile, sono tutti dei nuovi cristiani, anzi, alcuni in fondo al cuore sono ancora musulmani. Se ti offrissero un’immensa ricchezza per cambiare religione, lo faresti?

ALFONSO: No, sicuramente. Rinunciare alla propria religione è come venir meno alla parola data, sarebbe un disonore.

L’Eremita sorride, si alza e abbraccia Alfonso, che rimane stupito.

EREMITA: Tienilo a mente.

L’Eremita esce di scena lasciando Alfonso Interdetto.

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