Darxton, narrativa

To live in Darxton 05

To live in Darxton
5 – Roba di cultura

Sto camminando a passo lento verso la mia dipartita prematura. Ne sono certo eppure continua a camminare. Un paio di metri davanti a me c’è Greg. Anche la sua camminata è tesa; come biasimarlo, in fondo tiene in mano la radice di tutti i nostri attuali problemi. È solo per quello che l’uomo con il turbante non ci toglie di dosso quel suo sguardo arrogante.

Sembra di fissare negli occhi un pitone. O almeno credo; l’unico pitone che abbia mai visto era il protagonista maschile di un film porno anni ‘70…

È solo per quella maledetta cosa che una decina di guardie della STA ci tengono di mira con i loro mitra. Noi e quegli imbecilli di Sean e Kevin. Kate invece è accucciata sul sedile di dietro di un taxi crivellato di colpi. Il mio taxi!

Santo cielo, come siamo arrivati a questo?

La testa mi gira. Il mio taxi… La testa si fa pesante. Il mio cazzo di taxi… Focalizzo l’inizio dei miei problemi più recenti. E soprattutto di quelli del mio taxi!

«Credo che dovremo fare una… gita culturale» ci dice Kate.

«Stai scherzando vero?»

Sean parla con un mezzo sorriso sulle labbra, e ci scappa un po’ a tutti da ridere, ma ci tratteniamo per educazione.

«Se avessi voluto scherzare avrei parlato delle tue prestazioni sessuali.»

Non ci tratteniamo più. Solo Sean non ride, è troppo imbarazzato.

«Che ne sa Kate delle prestazioni sessuali di Sean?»

Mi accorgo troppo tardi di aver pensato a voce alta. E giù altre risate.

Scarichiamo l’attenzione come degli allegri mattacchioni finché uno sparo non anticipa il proiettile che scheggia l’asfalto a due centimetri dai miei piedi. Corro a ripararmi dietro al taxi. Greg rotola sul cofano e scompare. Kevin si getta a terra. Sean si mette a piangere.

Sporgo giusto un sopracciglio per cercare di vedere chi sia il nostro nuovo aggressore, ma scorgo solo Kate con la faccia infuriata e in mano una pistola fumante.

«Merda! – urla Sean – Sei impazzita.»

Kate spara un altro colpo a terra. Credo si stia divertendo.

«Adesso che ho la vostra attenzione… Come vi stavo dicendo ritengo opportuno recarci al Central Museum. Gli appunti di Isaac ci portano a supporre che abbia donato qualcosa di importante trovato negli scavi, allo scopo di proteggerlo. La sua mente da mostro forse non è stata alterata del tutto ed è tornato nel suo appartamento per prendere o gli appunti o la ricevuta della donazione.»

«E noi perché vogliamo quello che vuole il mostro?»

La domanda di Greg non è banale come può sembrare.

«Non capite?»

La domanda di Kate invece lo è…

«Qualunque cosa stesse cercando Isaac ci aiuterà a svelare il mistero di quello che è successo a Sean. Le cose sono chiaramente collegate.»

Ecco di nuovo quello sguardo da invasata…

Gli atri si guardano con aria molto poco coinvolta.

«Mah… non so – fa Sean – Io penserei più a un “incidente sul lavoro” per quel che mi riguarda.»

Mi avvicina a Kate e le parlo con il cuore in mano, da osservatore neutrale.

«Non riuscirai mai a convincerli a entrare in un museo.»

«E quello che è successo a Isaac?» fa a loro.

«Se l’è cercato» risponde Greg.

«Scommetti? – mi fa, poi aggiunge – e quei poveri barboni?»

«Mica siamo dei servizi sociali»

Se anche Kevin ha la risposta pronta ho praticamente già vinto la scommessa.

«Quello che vuoi» le dico.

«Ricordo che la STA e chiunque ci sia dietro ci sta cercando.»

Invito Sean a dire la sua.

«In realtà sembrava che le guardie cercassero più che altro il mostro.»

«Facciamo cento dollari?»

La ragazza è incredibile, la stanno massacrando e continua a ostentare sicurezza. Le faccio l’occhiolino e annuisco. Il coraggio va sempre incoraggiato.

«E comunque ci hanno sparato addosso.»

Questa non me l’aspettavo. Nel breve silenzio che segue vedo la faccia di Kevin distorcersi e le vene sul collo di Greg tendersi come la corsa dell’inutile arco di Sean.

«Giusto! – urla l’ex-seals – Facciamogliela pagare!»

«Sììì!»

Allungo una banconota da cento dollari a Kate e partiamo per il Central Museum. Per tutto il viaggio sento il suo sguardo sulla nuca che mi dice “la stupidità va incoraggiata”.

Il museo principale di Darxton è una bella struttura monumentale con massicce colonne squadrate e ampie vetrate disposte a corte attorno a un giardino interno. Una bella struttura che fa orario d’ufficio.

«Scusate, sarò ripetitivo – dice Greg – ma perché siamo venuti qui? Voglio dire, perché venirci a quest’ora di notte?»

«Preferivi venire domattina e chiedere al punto informazioni?»

Strano che Kate non abbia ancora sparato.

«Perché no? Abbiamo una ricevuta.»

«Ma sei scemo? – stavolta è Sean a intervenire – La ricevuta è di una donazione anonima. Che gli dici? “Salve, sono il signor anonimo, vorrei riprendermi la roba che vi ho donato”.»

Ok, è una cavolata, ma a me fa ridere. Cerco Kevin con lo sguardo, alla fine è un buon compagno di risate, e lo trovo con la faccia spalmata sulla porta a vetri del museo.

«Ehi, Kevin, che stai facendo?»

«Dobbiamo entrare no?»

Nessuno smentisce, quindi tanto vale sentire cosa ha da dire.

«Tutte le luci sono spente, ma se guardate bene si riesce a intravedere il quadro dell’allarme nella guardiola, lì, vedete? Quelle lucine lampeggianti. Il guardiano notturno deve aver lasciato la porta aperta.»

«Grandioso – fa Sean – pensi di poter disinnescare l’alarme?»

«Forse.»

«Io dovrei farcela» dice Greg.

Dopo aver visto come ha riattivato il quadro elettrico al WQC non so se avere fiducia o essere spaventato dale sue capacità tecniche, per cui limito il commento all’ovvio.

«Sì, grandioso, peccato che le lucine sono dentro e noi siamo fuori.»

Kevin prende la pistola e spara alla porta a vetri. Come conseguenza cominciano a suonare le trombe dell’apocalisse. Non pensavo che un museo potesse avere tante sirene d’allarme.

«Non tutto è come sembra.»

«Infatti tu sembri normale!» m’è uscita spontanea.

«Non perdiamo tempo – dice Sean – voi due correte alla guardiola e cercate di manomettere la centralina, noi proviamo a far tacere le sirene da qui fuori.»

Non dovremmo fidarci troppo di uno che è stato eletto capo del gruppo per il suo taglio di capelli, comunque io e Greg ci infiliamo nella stanza dei guardiani. Oltre al computer, al telefono, la stampante/scanner/fax c’è anche un piccolo display attaccato al muro con uno sportello che cela un tastierino numerico, sembra un termostato elettronico, ma dalle lucine intermittenti impazzite direi che è il nostro sistema d’allarme. Ah, c’è anche una macchina per il caffè espresso, di quella con le cialde.

Greg si mette subito al lavoro sul baracchino in miniatura, apre lo sportello, lo smonta, preme qualche pulsante, lo guarda fisso per alcuni istanti, poi annuisce col sorriso di McGiver sulle labbra.

«Passami un cacciavite a stella.»

Io finisco di bere il mio espresso e faccio spallucce.

«Quale cacciavite?»

«Uno qualsiasi! Come pensi che possa fare un lavoro di precisione come questo senza gli strumenti adatti?»

«Non lo so, l’ultima volta hai usato una chiave inglese.»

BabyFace tira un calcio al display, probabilmente immaginando la mia faccia al suo posto; la scatolina di plastica va in mille pezzi e rivela al suo interno un groviglio di fili elettrici colorati.

“Ahah – penso – uno che disinnesca esplosivi a colazione non avrà certo problemi a risolvere un problemuccio di elettronica applicata!”

Sulla scia del mio entusiasmo le sue dita esperte si muovono tra l’intrico di cavi alla ricerca di due in particolare. Li strappa con decisione. Non succede un cazzo. Molla una bestemmia. Ne strappa altri due. Niente. Io mi faccio un altro caffè. Nel frattempo Greg strappa pagliuzze ramate come farebbe un Silk-épil sull’inguine di Kirsten Dunst. Alla fine molla un calcio a quello che rimane di una parete ben rasata e corre fuori gridando.

«Ce ne dobbiamo andare! Tra poco arriverà la polizia!»

Fuori ci sono ancora Kevin e Sean che sparano agli altoparlanti. Come se fosse il loro primo appuntamento. Sorridono e si dicono qualcosa tra un risata e l’altra. Tra le urla delle sirene e il frastuono degli spari non riusciamo a capire quello che dicono, così come loro non capiscono noi che gli diciamo di andarcene. La saggezza in questo dibattito tra sordomuti è rappresentato da Kate, che ha deciso bene di chiudersi in macchina.

Strattono Greg dentro il museo, almeno si sente qualcosa.

«Ascolta – gli dico – orma siamo qua, facciamo un giro rapido.»

«E dove? Non sappiamo neanche cosa stiamo cercando.»

«Invece sì, la ricevuta parlava di un medaglione metallico con una pietra incastonata. E poi mentre uscivi prima ho visto sul tabellone che il reparto di arte arcaica è ancora in allestimento.»

«Giusto! Proviamo nei magazzini.»

Mentre si dirige a passo spedito verso le scale che portano al piano di sotto, io rimango bloccato con la faccia da deficiente e l’indice alzato: sono quelle cose che non ti aspetti da Greg. Che ti tolga dalla bocca un’idea che comunque non avevi neanche avuto. Sono cose che fanno male all’orgoglio.

Al piano di sotto c’è una serie infinita di scaffali metallici disposti per file, strapieni di scatole e teche.

«Merda – fa Greg – E ora?»

Spero che non dica niente prima che abbia tirato fuori dalla tasca la ricevuta.

«Codice RS1549X 150709 AN, è l’oggetto che cerchiamo.»

L’ex soldato si aggira tra gli scaffali alla ricerca dell’indicazione che gli ho dato.

«Eccolo!»

Mi porge una sagoma rettangolare poco più piccola di una scatola da scarpe, coperta da un panno blu notte. Senza nessun motivo mi si rizzano i peli alla base del collo.

«No, tienila tu, sei stato bravo, te lo meriti.»

«Allora io reggo e tu guardi cosa c’è sotto.»

«Ma in fondo l’hai trovata grazie a me – dico prendendogli il pacco dalle mani – Guarda tu.»

La curiosità deve avere la meglio sulla voglia di prendermi a pugni, perché fa una smorfia e solleva un lembo del panno e guarda cosa c’è sotto. Per qualche istante. Poi per molti istanti. Troppi. O è sindrome di Stendhal o i miei peli sul collo avevano ragione

“Te l’avevo detto!” Gli direi se glie l’avessi detto, ma siccome non gliel’ho detto mi limito a scuoterlo.

«Greg. ehi, Greg!»

«Eh?»

«Allora?»

Si guarda attorno, confuso, solo dopo un po’ sembra ricordarsi dove si trova e mi guarda con le lacrime agli occhi.

«Allora?»

«Ci sono delle persone là dentro…»

«Ma che stai dicendo?»

Levo il telo per controllare che Greg non sia impazzito. C’è solo un medaglione di fattura piuttosto grezza: un disco di bronzo, o qualcosa di simile, attaccato a una catenella e una pietra trasparente che lo passa da parte a parte. Una pietra trasparente… Dentro sembra che si stia muovendo qualcosa… Merda ci sono cascato… La sensazione è la stessa di quando un tuo amico ti indica che hai una macchia sulla camicia, tu abbassi il mento per guardare e lui ti tira su il naso col dito e ti fa “Ah!”… Poi non mi importa più niente della figura di merda e mi ritrovo a guardare al di là di una parete di cristallo purissimo uno spazio rischiarato e avvolto da una nebbia bianca e densa in cui nuotano figure umanoidi. Due in particolare, due uomini, cercano di dirmi qualcosa, si dimenano, picchiano contro la parete. Uno dei due lo riconosco, riconosco i suoi occhi, sono quelli del mostro. Sto fissando il volto di Isaac Reed come doveva essere prima di subire la mutazione. D’improvviso tutto è scosso da fremiti apocalittici e tutto il mio mondo diventa il volto di Greg.

«Mike! Svegliati!»

«Sì… – rispondo a fatica – Ci sono… Ho capito.»

«Gli spari.»

«Quali spari?»

«Senti? Non ci sono più: Kevin e Sean hanno smesso di sparare.»

In condizioni normali non dovrebbe essere un problema il fatto che due tuoi amici “non” stiano sparando, ma nel contesta comprendo perché Greg sia allarmato.

Corriamo di sopra, all’uscita del museo, le armi tacciono, eppure ce n’è una bella collezione. Vicino al taxi, ormai più utile come scolapasta che come mezzo di locomozione, ci sono Kevin e Sean, sanguinano in qualche punto, ma sembrano stare bene. Davanti a loro, lungo la strada, due furgoni neri e uno stuolo di guardia armate in tenuta d’assalto. Solo un uomo non porta alcuna arma visibile, immagino perché stonerebbe col suo completo di Armani, anche il turbante da petroliere arabo stona sul vestito marrone, ma non mi sembra il caso di farglielo notare. Lo riconosco subito, il suo faccione barbuto da jihadista della domenica era anche sul giornale di oggi: Hassan Medahir, uno dei magnaccia della Medahir, la più grande azienda di ricerca scientifica con sede a Darxton.

D’istinto ci nascondiamo dietro un muretto prima che possano vederci.

«Voglio proporvi uno scambio – dice Hassan – Le vostre vite in cambio del medaglione.»

Le sirene dell’allarme continuano a suonare, se riusciamo a tirarla per le lunghe arriverà la polizia, avremo molte cose da spiegare, ma almeno saremo salvi.

«Non abbiamo il medaglione.»

Bravo Sean, così, mantienilo nel dubbio, fagli perdere tempo.

«Ce l’hanno i nostri amici nel museo.»

Le parole di Kevin, no, le singole lettere, mi scorrono nel cervello come esplosioni di mortaretti e immagino Sean mettersi una mano in faccia e rimpiangere di non aver detto alla mamma che gli vuole bene prima di lasciare questa valle di lacrime.

«Bene, fateli uscire o vi ucciderò. Adesso.»

La proposta di Medahir è tutto sommato ragionevole, visto che non lascia alternative…

Ed ecco come sono finito a camminare lentamente verso la morte.

Greg lascia la teca coperta per terra e insieme ci avviciniamo ai nostri amici.

«Complimenti!»

Non riesco a trattenermi, ma Kevin continua a fissare in avanti. Un altro elegantone col turbante esce dal furgone, sembra la fotocopia ridotta di Hassan, prende il medaglione, sbircia sotto il panno e fa un cenno di assenso al boss.

«Bene, siete stati di parola. Ora mi scuserete, ma ho molti impegni.»

Delle guardie aprono il retro del furgone e fanno da scorta ai due Medahir mentre salgono su uno dei furgoni che parte spedito. La scena rimane bloccata finché non vediamo la grossa sagoma nera sparire in fondo alla strada, poi gli uomini della STA si mettono in posizione per sparare. Ci stanno per giustiziare… Che brutta fine.

«Ahahah!»

Guardiamo tutti Kevin che ride di gusto. Va bene, è impazzito, ci sta, abuso di droghe e alcol, poi chissà che gli hanno fatto quando era in servizio. Anche le guardie rimangono un attimo interdette. L’attimo dopo il tetto del furgone si accartoccia su se stesso sotto l’impatto della mole mostruosa di Isaac che cade dall’alto.

«Sì! – urla Kevin cominciando a sparare – Lo sapevo che era meglio stare dalla parte del mostro!»

Che dire… Le guardie sparano a Isaac. Noi spariamo alle guardie. Le guardie sparano a noi. Isaac mangia le guardie. Per un po’ va avanti così finché il nostro nuovo amico mutato non è coperto di sangue altrui fino ai gomiti. e di sangue suo su tutto il resto del corpo. Rimane in mezzo alla strada, ci fissa, con una rabbia trattenuta a stento da un sottile velo di ragione, ansima e a ogni respiro un fiotto insanguinato gli esce dalle fauci perdendosi nel pantano rosso che si allarga sull’asfalto.

«Tranquilli ragazzi – faccio io – Ora si riprende.»

Isaac reclina gli occhi all’indietro, barcolla fino al marciapiede  e si accascia contro un muro pisciato dai cani e dagli uomini.

«Mi sa che non si riprende…»

Alle parole di Sean restiamo tutti in silenzio. Anche Kate scende dal taxi per vedere quello che un tempo era un uomo aspettare la fine imprigionato in un corpo che non gli appartiene più. Allunga la mano verso di noi in quello vorrebbe essere un grottesco gesto di dolcezza.

«Kate – dice Sean – credo voglia te.»

Lei non ci pensa troppo, annuisce, sul punto di mettersi a piangere, si avvicina al mostro e si china su di lui.

«Che teneri…»

Il gomito di Kevin raggiunge il plesso solare di Greg nell’esatto istante in cui finisce di parlare. Però in effetti la scena  un po’ equivoca, tanto che anche a me scappa un commento fuori luogo.

«Non sono più tanto sicuro che Isaac abbia preso un palo mentre corteggiava Kate.»

Poi il genio di Kevin si esprime in tutto il suo potenziale.

«Probabilmente il palo l’ha preso Kate.»

Quando capisce cosa ha detto, e si accorge che lo stiamo guardando con gli occhi sgranati, arrossisce, diventa anche un pelo fosforescente.

«Non avete capito… Mica volevo dire che…»

«Meglio se andiamo» dice Kate tornando da noi.

«Sì, è meglio…»

«E lui?» indico il corpo di Isaac accasciato ormai senza vita.

«Dobbiamo farlo sparire, dobbiamo far sparire tutto. Sono le sue ultime volontà.»

scarica

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...