Medioevo, poesia

E chest’è male?

Scrivo lo sonetto che or ora scrivo
sanza nulla cagione pur puntuale:
scrivolo ora peroché sono vivo
e di mea vita faccio bene e male.

Scrivolo dunque, aggiatene contezza,
non in ragione de lo tropo vino,
ma d’altra matteria che dona ebrezza:
Eo scrivolo pe amor, amore fino.

Odo già veruno omo che si dice:
“Ecco l’innamorato de l’amore,
che sanza aver veduto sua Beatrice,
tutto struggesi e donale suo core.

O vero scrive di tanto dolzore
ch’essa lo mette sotto e comanda,
como allo servo face suo signore.”
E chest’è male? Faccione dimanda.

È vero, lo meo core ha ‘n le sue mano.
È verità, pe’ ella sempre mi struggo.
Como vassallo a ‘l su’ capitano
piegomi et inchino, ma non fuggo;

eo l’attendo e lei m’ha fatto omaggio
del bacio, della verga e dell’anello.
Ho pur chesto sonetto e ‘l meo coraggio:
chest’è mea promissione e meo suggello.

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