narrativa

Protetto dall’Altissimo

Ve lo posso giurare, quella notte ho visto uccidere un uomo. Erano tempi, quelli, in cui a Littoria un uomo giusto che subiva un torto poteva e doveva agire secondo coscienza per ottenere soddisfazione. Non so se Caio fosse un uomo giusto, probabilmente è vero il contrario. Di certo però era un uomo puro: un sopravvissuto e un solitario.
La sua famiglia – una gran bella famiglia – era stata massacrata quando Sempronio con le sue bande di zingari avevano cominciato a mettere le loro manacce dappertutto. Erano arrivati in città e se l’erano presa, tutta, un pezzo alla volta: il Pantanaccio, Villaggio Trieste, Campo Boario… Era diventato tutto loro.
Delle vecchie famiglie che tenevano in piedi l’onore di… una certa organizzazione, un certo modo di fare le cose, non si era salvato nessuno, erano stati ammazzati tutti come cani. Tranne lui. Ma per sopravvivere era dovuto diventare un cane di strada, un randagio. Si era fatto tatuare un Cristo crocifisso sul petto, la Madonna sulla schiena, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici versi sul capo e non so quanti versetti della bibbia sulle braccia, la leggenda parla di un versetto ogni persona ammazzata.
Insomma, visto che uomini potenti non erano stato in grado di proteggere i suoi cari da uomini più potenti, a Caio non rimane che rivolgersi a qualcuno più potente degli uomini: si mette sotto la protezione dell’Altissimo.
D’accordo, pensate che già da qualche tempo Caio gestisce un locale, un pub vicino Piazza della Libertà: “il Santo”. Si mangia bene e si spende poco, ma soprattutto si contrabbanda e si spaccia. Tutto avviene sotto l’occhio vigile di Caio, che però non si impiccia, chiede solo la sua parte, il giusto, non di più, e tutto fila. Ha sempre il sorriso sulle labbra, lui, e modi pacati. Se poi qualcuno sgarra si ritrova una spranga di ferro nel cranio. Ecco perché tutto fila liscio.
La storia del locale in realtà dà fastidio a molti, concorrenti soprattutto, che provano ad accopparlo in vari modi. Siccome Caio ogni mattina torna ad aprire puntuale la serranda del Santo comincia a circolare la voce che sia in qualche modo protetto. E non ne parla più nessuno.
La cosa però dà fastidio anche a Sempronio. Soprattutto a Sempronio, che alle voci preferisce non prestare ascolto, così dà ordine di picchiarlo a morte, accoltellarlo, sparargli, investirlo, sgozzarlo, bruciarlo, farlo esplodere, impiccarlo… Niente da fare: Caio è protetto dall’Altissimo.
Una notte però l’Altissimo è distratto e lui fa un errore, il più grosso errore della sua vita: apre le porte a Chicca, una delle ragazze di Tizio.
Tizio, detto “la Merda”, è il figlio cattivo di Sempronio. Il padre è un genio dell’intimidazione, sa dosare generosità e violenza, un uomo selvaggio e affascinante. Lui è solo un pappone da poco che deve prendere a ceffoni una ragazza per avere un’erezione.
Quella sera toccava a Chicca, ma lei non ci sta, così lui la pesta a sangue prima di buttarla giù dalla sua mercedes. Dove altro può andare una come lei, ridotta così?
Quando suona alla porta del Santo il locale ha già chiuso da un pezzo, la luce è accesa perché Caio è dentro a fare i conti di cassa. Non ha paura di essere rapinato. È protetto dal’Altissimo. Così apre. Anche con le labbra spaccate e gli occhi neri, Chicca è sempre bella. Non le chiede nulla, si fa di lato e la lascia entrare.
Non è più un solitario e questo è un problema. Almeno se ci tieni a rimanere un sopravvissuto.
A Littoria se tieni le orecchie aperte fai presto a imparare le cose e Tizio, naturalmente, viene a sapere di “questa” cosa. Si fa una bella risata e dice ai suoi ragazzi che gli offre il pranzo. Vanno a mangiare al Santo.
«Ehi Caio – dice la Merda – degli amici ci hanno parlato bene del tuo locale.»
Poi gli fa un sacco di complimenti per il vino e quando tutti hanno finito di rimpinzarsi come porci, gli ordina senza mezzi termini di ridargli la ragazza.
Caio lo guarda un attimo, non sembra né incazzato, né preoccupato, però non sorride più, va nelle cucine e torna con un pezzetto di carta tra le mani.
«Chicca non viene. »
Lo dice mentre posa il conto sul tavolo. 40 euro. Gli ha pure fatto lo sconto.
«Ora mi servirebbe il tavolo libero» aggiunge.
Tizio sta per mettersi a ridere, pensa a uno scherzo: un pezzente qualsiasi che si permette di trattarlo così? Di non obbedirgli? Assurdo. Schiocca le dita e due dei suoi scagnozzi si alzano mettendo in mostra la pistola infilata nei pantaloni.
Ma Caio non è uno qualsiasi, rimane con lo sguardo incollato a quello di Tizio, che alla fine è costretto ad abbassarlo, lascia tra gli avanzi un pezzo da 500 e se ne va insultando la sua banda.
La sera dopo alcuni zingarotti, saranno stati tre o quattro, di quelli giovani che vogliono farsi belli agli occhi del capo, tornano al locale e minacciano Caio davanti ai clienti.
«Devi darci la ragazza! Hai capito?»
«Sennò ti spezziamo le ossa! Hai capito?»
Caio capisce e come, e alla fine i ragazzi a casa con le braccia e le gambe rotte.
Tizio, che è un tipo che se dice “fai questo” ci tiene che tu lo faccia, li fa ritrovare tagliati a pezzi davanti alla saracinesca del Santo. Il messaggio scritto con vernice rossa è abbastanza esplicito.
CHI ROMPE PAGA E I COCCI SONO SUOI
Passano i poliziotti, quelli della omicidi, e ovviamente non fanno nulla a parte tante chiacchiere. Passano un paio di temporali che lavano via il sangue dall’asfalto, anche se gli aloni rossastri rimangono. Passa un po’ di tempo, insomma, della questione nessuno parla più. Non che se la sono dimenticata. Semplicemente non se ne parla. Il silenzio aiuta a vivere, a non avere paura di mettere il naso di casa. Chicca quasi ci riesce senza tremare, ma solo se c’è anche Caio, così la vita continua.
Una notte, fuori dal cinema sul Corso, dopo l’ultimo spettacolo, vengono aggrediti da cinque o sei tipacci, vere carogne, gente svezzata in riformatorio. C’è ancora un sacco di gente in giro, ma nessuno fa niente per aiutarli, nessuno dice niente. Il silenzio aiuta a vivere. Alla fine Caio si becca una coltellata sulla guancia che gli apre un bello squarcio e i balordi finiscono in prognosi riservata.
Le guardie arrivano appena un attimo dopo la fine della rissa. Qualcuno dice fin troppo in fretta. Comunque prendono Caio e lo portano in guardina per la notte con non so quale pretesto. Chicca si fa sentire, arriva a piangere disperata, ma da quell’orecchio non ci sentono, la riaccompagnano a casa e se la filano alla svelta. La casa è sopra il Santo, ma senza Caio è un posto come un altro.
E questo lo sanno anche i bastardi strafatti della banda di Tizio che vanno da lei quella notte. Di storie brutte se ne sentono tante a Littoria, ma questa è… gliela fanno pagare, gliela fanno pagare di brutto…
La mattina dopo, all’alba, appena i poliziotti lo lasciano andare, Caio corre a casa. Trova la porta spalancata e la sua Chicca legata al letto. Ormai non piange neanche più. È nuda e addosso ha tutti i segni di quello che le hanno fatto quei maledetti tossici. Sulla pancia ha una scritta, glie l’hanno fatta con il ferro di una stampella arroventato.
ORA TE LA PUOI TENERE
Caio non fa niente. Nessuno sa cosa ha in testa, ma non fa niente. Aspetta. Deve occuparsi della sua Chicca. Le sta dietro giorno e notte: il corpo guarisce, la mente no.
Una notte si sveglia e non la trova nel letto, sente l’acqua scorrere nel bagno, la trova nella vasca con i polsi tagliati. Non può neanche salutarla, se n’è già andata.
Quella stessa notte, quel dannato sabato notte, sul Corso c’è un sacco di gente. Nella folla c’è pure Caio. Aspetta Tizio che viene giù da Piazza del Popolo circondato da puttane e leccaculo. Quando si incrociano i loro sguardi gli sorride.
Tizio anche sorride e viene avanti spavaldo assieme a uno dei suoi. Caio rimane immobile finché non sono uno di fronte all’altro, naso a naso, poi, prima che Tizio possa parlare, tira fuori da dietro la schiena un tubo innocenti da 48 e spacca la testa della guardia del corpo.
Tizio non sorride più, scappa dietro ai suoi come un cagnolino. Caio ne fa fuori quattro a sprangate, un paio se la danno a gambe, alla fine però gli ultimi due riescono a bloccarlo, e devono sparargli a una gamba per farlo e poi tenerlo a forza uno per un braccio uno per l’altro.
La Merda è sudato come una puttana in chiesa, ma non può far vedere che basta uno qualsiasi con un tubo in mano a fargli fare la figura dell’imbecille, così si  avvicina Caio e fa in modo che tutti lo sentano.
«Sei religioso, giusto? – gli chiede – Conosci il comandamento “non desiderare la roba d’altri”? Quella stronza era roba mia!»
«La donna – dice Caio senza alzare la testa – “Non desiderare la donna d’altri”. Lei era una donna.»
Tizio non ha capito un cazzo, ma scuote la testa come se la sapesse lunga. E poi lo accoltella. Una mossa veloce, da vigliacco, la mano lascia subito il coltello.
Caio si piega sulle ginocchia stringendo il manico che sporge appena sopra l’ombelico.
Tizio si gira soddisfatto, forse non gli avevano spiegato che Caio non è uno qualsiasi: è protetto dall’Altissimo.
Doveva essere morto, invece si mette in piedi, chi l’ha visto dice che è emersa da dietro la schiena di Tizio come un gigante. Ha in mano il coltello che fino a poco prima aveva nella pancia e lo ficca nella gola di uno degli sgherri. L’altro fa in tempo a estrarre la pistola, ma Caio gli stringe la mano che impugna l’arma e lo costringe a spararsi sotto il mento. Il colpo successivo raggiunge la caviglia di Tizio che sta scappando.
Mentre cammina a passi lenti lungo il Corso il sorriso di Caio si trasforma in un ghigno.
«Avanti! Sparami! – grida Tizio che ormai striscia sulla schiena – Che aspetti? Sparami!»
Chissà che pensa la Merda mentre urla di sparargli. Forse che Caio non lo avrebbe fatto. Forse che Caio è uno dei buoni.
E in effetti non gli spara, getta la pistola di lato, si china su di lui, gli prende la gola tra le mani e comincia a stringere. Con la forza da gorilla che si ritrova potrebbe spezzargli il collo, ma non lo fa.
Tizio tira calci e pugni per liberarsi, ma la presa stringe e gli impedisce di respirare, così i colpi sono sempre più deboli, finché non si muove più.
Caio rimane qualche secondo reggendo ancora con il corpo senza vita, poi lo lascia cadere a terra, lui si alza a fatica e si fa il segno della croce. Senza guardarsi attorno si allontana dal centro.
Giurano di averlo visto zoppicare di brutto e si reggeva la pancia come se dovesse tersi dentro le budella a forza. Chi l’ha visto quella sera l’ha dato per spacciato, ma due settimane dopo il Santo era di nuovo aperto.

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