Darxton, narrativa

To live in Darxton 03

To live in Darxton

3 – Persi in un bicchiere d’acqua

Fatto il carico di armi e munizioni dagli amici della Macelleria Ceausescu dirigo il taxi a marce sgranate diritto al Water Quality Center. Così equipaggiati nessuno può fermarci. Siamo pronti a fare quello che dobbiamo fare. Fino in fondo. Sissignore.

«Ma… cos’è esattamente che dovremmo fare?»

D’istinto ci giriamo tutti a fissare Sean: è lui il leader designato del gruppo.

«Ragazzi, non vorrei deludervi – dice il leader – ma fino a due ore fa non ricordavo neanche i vostri nomi…»

«Lo sapevo! Siete dei deficienti! – Kate di solito non prende bene gli imprevisti – Un branco di dopati strafatti di testosterone! E pure armati!»

Il piano è stato di Kevin: la descrizione è straordinariamente accurata.

«Calmiamoci! – dice Greg – Eravamo tutti d’accordo sul venire qui per cercare di capire cosa è successo a Sean e ai suoi colleghi.»

«Esatto – aggiunge Kevin – è una missione esplorativa, altrimenti non riusciremo mai a venire a capo di nulla. Che c’è? Perché mi guardate così?»

Quasi si offende quando gli faccio notare che mentre parlava continuava a muovere avanti e indietro la canna del kalashnikov, intanto faccio fare al taxi un paio di volte il giro del centro di ricerca, giusto per monitorare il setting.

Gli accessi sono tutti chiusi e controllati da guardie in divisa nera. Tutti tranne uno dove il cancello a scorrimento è aperto, le esplosioni devono averlo danneggiato in qualche modo. Tutta quella sezione del muro perimetrale è illuminata a giorno e ci sono almeno mezza dozzina di uomini armati a presidiare l’ingresso. Ci fermiamo all’imbocco di un vicolo proprio lì davanti, abbastanza vicino da avere una buona visuale, ma sufficientemente in ombra da non dare nell’occhio.

«Io quelli li conosco.»

Non lo dico per vantarmi, eppure le reazioni dei miei compagni sono tutt’altro che amichevoli.

«Cioè, non personalmente, ma li ho già visti, anzi, ci ho già avuto a che fare.»

«E ora lo dici?»

Per fortuna ho la risposta pronta alle accuse di Sean

«Se mi aveste fatto fare il mio racconto… prima… vabbè, lasciamo stare.»

«Fallo! Che aspetti?»

Nei miei sogni, Kate me lo dice mentre siamo tutti e due nudi sotto la doccia. Non riesco comunque a dirle di no.

«Ok, vedendo che il pompiere non intendeva rimettere le rotelle a posto ho deciso di andare a prendere un boccone. Ho parcheggiato come sempre il taxi davanti al take-away di hot-chiky-chicks e sono entrato. Poco dopo, anzi subito, è arrivato un furgone nero come quelli che giravano attorno al WQC. Appena visto il furgone, il vecchio Butter, un barbone mio amico, si è allontanato di corsa. E la cosa già è strana, ma neanche troppo. Comunque, dal furgone è sceso un uomo in divisa da guardia giurata ed è entrato pure lui, solo che lo stronzo, invece di mettersi in fila, mi è passato davanti nelle ordinazioni. Così me lo guardo bene – ecco perché riconosco i tipi – col muso incarognito. La divisa riportava la sigla S.T.A. – Security Technic Advanced. Come quelli. Il tipo si accorge che lo osservo e mi fa – pure scocciato – “Perché mi fissi?”. E io “Hai un… Niente!”. Oh, mica l’avevo visto che era così grosso. Lui ancora “È tuo il taxi qui fuori?”. Io non ho risposto, ho pensato che magari mi aveva riconosciuto dalla notte prima. Lui scuote la testa, ritira l’ordinazione ed esce. Quando è giù sulla porta mi fa “Attento. Hai un fanalino rotto”. Sto per dirgli che li ho fatti mettere nuovi da poco quando la merda passa vicino al taxi e mi spacca un fanalino con un calcio. Poi torna nel furgone e se ne va.»

«S.T.A. hai detto?» mi chiede Greg.

«Beh, ho detto un sacco di cose…»

BabyFace si allontana un attimo col telefono in mano e un’aria stranamente pensierosa.

«Quindi possiamo accopparli senza rimorso!»

Il buon vecchio Kevin…

«Sì, ma dobbiamo essere silenziosi» aggiunge Sean stringendo con decisione il suo arco.

Kate lo guarda come se fosse un muppet.

«Stai dicendo sul serio?»

«Beh… potrei salire sul tetto del taxi per prendere meglio la mira…» prova a giustificarsi smemorino.

Distolgo lo sguardo quando Kate gli avvicina pericolosamente le unghie laccate di sangue: non sopporto la violenza sui disabili mentali.

Kevin copre il microfono del telefono della mano.

«Sto chiamando un mio amico in carcere» si giustifica come se me ne fregasse qualcosa.

«Marcus, carissimo, come stai? Sì, capisco, è duro l’ergastolo. Certo, ma quando hai detto che esci? Ah… Sì, no, non pensavo significasse questo “ergastolo”…»

Quando i disabili mentali infieriscono su loro stessi è anche peggio…

Dopo un po’ comunque l’ondata di demenza degenerativa sembra essersi placata e ci troviamo ancora una volta a fissare la cancellata senza sapere come entrare.

«Ho scoperto chi sono quei tizi – dice Greg mentre si riunisce al gruppo – La S.T.A. è una specie di forza di reclutamento per scarti dell’esercito metropolitano. Si occupano di incarichi poco raccomandabili insomma. Ultimamente sono entrati in affari piuttosto stabili con i Medahir.»

«Interessante – fa Kate, non capisco se è ironica o meno – La cosa però non ci aiuta molto a entrare lì dentro.»

«Ci vorrebbe un altro incendio.»

Lo dico giusto per non stare zitto, ma qualcosa scatta nella mente nella mente di Sean, nulla di fenomenale, intendiamoci, ma almeno si accende.

«Forse non c’è bisogno. Mike, riportaci dove mi sei venuto a prendere ieri notte.»

«Perché? Eri da solo.»

«Sì, e credo di essere scappato per di lì.»

Io ci vado, alla fine guido un taxi, non vedo perché farsi tanti problemi. Il vicolo però è proprio come lo ricordavo: spaglio, poche luci, addirittura la porta di metallo dove era appoggiato Sean è ancora aperta, segno che nessuno è passato di qui da ieri, e dentro c’è solo un magazzinetto, poco più di una stanza ingombra di casse.

I nostri esperti di tracce si mettono all’opera: Kevin e Greg entrano in modalità “cane da tartufo” e in pochi minuti ci dicono che qualcuno di grosso e pesante è uscito dal magazzino e si è allontanato lungo la strada trascinandosi dietro qualcosa. O qualcuno. E poi, strano a dirsi, Sean probabilmente aveva ragione: una delle pareti della stanza quadrata è finta. Non riusciamo a capirci molto di più, ma Kate individua una specie di meccanismo d’apertura integrato nel pannello mobile. Si può aprire, anche se non sappiamo come.

«Mi è venuta un’idea!» dice Sean un attimo prima di sparare con un fucile a pompa sulla parete.

Per fortuna delle schegge lo feriscono a una tempia prima che possiamo infierire su di lui.

Comunque alla fine la mossa si rivela utile, se non astuta. Ha fatto un bel buco, grande abbastanza per farci passare un piede di porco a cui lego una corda. Il resto è una logica conseguenza: attacco la corda al taxi e vado in retromarcia finché la parete finta non si apre con un brutto rumore di lamiera accartocciata.

Quello che ci aspetta oltre è un lungo corridoio squadrato con una dei filari interminabili di neon spenti. Di solito non ho paura del buio, però di solito non ci sono delle strisciate si sangue sul pavimento…

Ma tanto chi da retta al tassista? Perché dare retta al tassista?

«Molto meglio infognarci in un cunicolo sotterraneo che non sappiamo dove va a finire…»

«Hai detto qualcosa?» mi chiede Kate, che condivide con me il retro della fila.

«No – dico – pensavo ad alta voce…»

«Questo posto… mi ricorda qualcosa. Ci sono già passato.»

Considerando come ne è uscito, le parole di Sean non sono troppo rassicuranti.

«Silenzio! Vedo qualcosa!» avverte Kevin.

Ed era anche ora, dopo venti minuti di corridoio buio ci esaltiamo anche solo a vedere un po’ di luce filtrare da sotto una porta.

«Che facciamo, entriamo?» chiede Greg.

«No, torniamo indietro.»

Nessuno coglie la mia sottile ironia. Specie Kevin, che abbatte la porta con un calcio e…

Ci troviamo davanti un internet-point… O qualcosa che gli somiglia molto. Certo, a parte il cadavere in camice bianco sul pavimento…

Quattro postazioni computer sono illuminate da luci di emergenza dal nefasto colorito verdastro. Sembra che qui vi sia stata una colluttazione furibonda: le scrivanie e i monitor sono in parte rovesciati, carte sparse ovunque, e poi c’è sempre il cadavere per terra che riporta ferite e lacerazioni poco rassicuranti.

«Si può avere un po’ di luce?»

Greg avvicina il fascio della torcia a Sean, accucciato vicino al corpo.

«Ommioddio – esclama Kate – sembrano…»

Non finisce la frase, ma guardando le ferite tutti pensiamo a dei grossi artigli.

«Kate, riesci a scoprire qualcosa in questi aggeggi?»

Lo chiedo a lei perché si vanta di essere un’hacker e poi perché se lo chiedo a un altro probabilmente comincierebbe a sparare sui pc..

«Potrei, ma non c’è elettricità, qua è tutto spento.»

Nel frattempo Kevin decide che le azioni collettive non fanno per lui e apre la porta della stanza.

«C’è un corridoio. Vado a dare un’occhiata.»

«Aspetta – lo ammonisce Sean – potrebbero esserci in giro gli uomini della S.T.A., se qui non c’è niente da fare conviene muoverci in gruppo.»

Alla fine decidiamo che “in piccoli gruppi” è più strategico. Io pesco la pagliuzza corta e mi ritrovo in coppia con Greg a ficcare il naso nella prima porta che incontriamo fuori dalla sala computer.

Mi si rizzano i peli alla base del collo. Non è paura, siamo semplicemente entrati nel ripostiglio dei quadri elettrici. Forse le cose cominciano a girare per il verso giusto.

Alla luce della torcia ci guardiamo bene attorno. Mi si rizzano i peli alla base del collo. Non sono i quadri elettrici. È paura!

Nella stanza sembra esserci stato una scontro, e anche piuttosto violento: sul pavimento ci sono i cadaveri di tre guardie armate, sono semicarbonizzate, l’incendio è sicuramente arrivato anche qui. Sono ben visibili comunque i segni di grosse artigliate, il problema è che scopriamo anche chi le ha provocate… In un angolo c’è rannicchiato il corpo, anche questo bruciato, di un umanoide enorme – ok diciamolo pure, è un mostro. Sulle pareti e i macchinari sono presenti fori di grosso calibro, evidentemente gli uomini della sicurezza hanno provato a tenere a bada la creatura in tutti i modi.

Lo so che la curiosità è spesso cattiva consigliera – o era la fretta? – ma quando vedo qualcosa sbrilluccicare sul corpo dell’essere ci punto la torcia e vado a vedere. Si tratta di una targhetta metallica fissata dietro le scapole deformi, con punzonato un codice alfanumerico “AH4725M01”.

Me lo segno nella memoria.

«Greg, tu ci capisci qualcosa di questi affari?»

L’urgenza adesso è vederci qualcosa, riattivare le luci insomma, se ci sono in giro altre bestie come quella vorrei vederla, cioè non vorrei vederla, ma se la vedo forse ho una possibilità in più di scappare…

«Tutte quelle lucine rosse lampeggianti non mi dicono nulla di buono.»

Greg ha sviluppato doti da sensitivo e nessuno mi aveva avvertito… Comunque ha ragione, il brusio costante dell’alta tensione mi da ai nervi. Come quelle pernacchiette che… vabbè, si è capito.

«Grazie… ma sei in grado di… che ne so, farlo ripartire?»

«Mmm… posso provarci.»

Si tira su le maniche della maglia e comincia ad armeggiare fra sportelli, pulsanti e levette. Sembra divertente.

«Greg…?»

«Ho capito!»

«Bene!»

Aspetto che prosegua. Ma non prosegue…

«Cosa hai capito?»

«Che questo stupido aggeggio mi sta prendendo per il culo!»

Vedo Gregory avvicinarsi al quadro elettrico brandendo una grossa chiave inglese raccolta da terra. Lo vedo e non faccio nulla, probabilmente non credo che stia accadendo davvero.

Colpisce sportelli, lucine e levette, poi punta il dito contro la strumentazione con aria arrabbiata.

«Se non ti accendi sono cazzi tuoi!»
Il quadro evidentemente non gli crede, perché continua a scorreggiare in alta tensione. Greg picchia come un pazzo sulle scatole di metallo e a ogni colpo fa seguire una minaccia. Alla fine il quadro cede e la luce si accende. A quanto pare in tutte le stanze e tutti i corridoi.

Do una pacca sulle spalle del mio compagno, è tutto sudato, ma soddisfatto.

«Ehi, cos’avete combinato?» dice Kate sporgendosi da un’altra porta lungo il corridoio.

Spiego come ho riparato il quadro elettrico con l’aiuto di Greg. La nostra bella torna a smanettare con i computer, ora dovrebbero funzionare, mentre con gli altri ci mostriamo reciprocamente quello che abbiamo trovato e il dubbio è quello di essere sul set di un horror-trash-film di infima categoria.

Il resto del corridoio è occupato da due… boh, laboratori, chiamiamoli così, ci sono grossi macchinari che sanno di analisi biologica e roba del genere. Soprattutto ci sono tavoli e strumenti da sala operatoria e diverse gabbie, una parte delle quali contiene animali con vari livelli di deformità fisica – pausa vomito – alcune gabbie sono state rotte dall’interno, magari qualcuno di questi simpatici esserini è a piede libero.

In un’altra ala ci sono quattro gabbie più grandi con dentro resti di quelli che un tempo dovevano essere uomini e donne. I corpi hanno tutti punzonati dietro la schiena delle targhette di metallo simili a quella che aveva la creatura, anche i codici sono simili, una serie.

L’ultima porta è un piccola stanza asettica che contene due grossi box doccia – no, ok, sono chiaramente delle gabbie ad apertura meccanizzata con vetri rinforzati, ma in situazioni di stress mi vengono le fantasie più strane. Una delle due è chiusa, l’altra è aperta e sembra essere stata forzata dall’interno. Vicino ai box c’è un letto metallico molto grande con spesse cinghie di cuoio ai lati, spezzate, a terra i cadaveri di due “chirurghi”. Spezzati anche loro…

«Cosa pensate sia successo?»

Lo chiedo senza aspettarmi una risposta, invece Sean ruota gli occhi, sembra sul punto di svenire e attacca col monologo da posseduto.

«Ricordo qualcosa… Giravo tra le rovine del centro, ho sentito un gemito e sono andato a vedere, c’erano delle scale che scendevano, usciva molto fumo…»

La situazione è piuttosto inquietante, Sean parla come un nastro registrato e si muove, ci porta alla fine del corridoio, ingombrato di macerie, probabilmente c’erano delle scale per salire al livello base.

«I gemiti sono diventati rumori strani, grida, versi di animali, però c’era anche la voce di un uomo, così sono sceso. Nel fumo ho trovato uno… una specie di dottore, col camice bianco, aveva delle ferite sulla schiena e sembrava terrorizzato, l’ho aiutato a sostenersi, ma lui mi spingeva, voleva scappare da… qualcosa.»

Non mi cago addosso dai tempi dell’asilo… a parte quello spiacevole episodio all’ultimo anno del liceo… comunque sento che sta per risuccedere…

«Poi scorgo una sagoma che si muove veloce nel fumo, non lo distinguo bene, con una rapidità incredibile mi è addotto, sento una massa enorme scaraventarmi di lato, addosso a una parete. Per un attimo mi manca il respiro e mi sento svenire, ma riesco a rimanere cosciente e… una mano enorme prende il dottore che urla e lo trascina via. Il sangue mi cola dalla testa, mi regga in piedi a stento, ma li seguo… lungo una specie di corridoio…»

«Ragazzi!»

Saltiamo tutti per lo spavento. Qualcuno l’ha mollata. Kate si ritrova tre bocche da fuoco e un arco puntati contro, alza le mani.

«Volevo solo dirvi che io ho finito di là…»

«Andiamo via!»

Una volta tanto nessuno ha da ridire sulla proposta di Kevin. La puzza di merda ci segue, ma nessuno è interessato a indagare.

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