Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 09

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 9

La mano rugosa si abbassa lentamente quasi fino a terra e tocca con rispetto la testa del corpo riverso a faccia in giù sull’asfalto del vicolo.

Se non avessero saputo cosa cercare non sarebbero mai arrivate lì; se non avessero seguito il debole richiamo dell’aldilà non avrebbero mai trovato quel luogo celato al mondo dal tumulto della città, dalle ombre e dalla singolare disposizione degli edifici che circondano la stradina senza uscita stretta tra i caseggiati di Campo Boario.

Un tenue bagliore azzurrognolo comincia a irradiarsi dal cadavere, poi una sagoma umanoide, un vago ricordo spettrale dell’uomo che era in vita, si manifesta poco a poco. Un fenomeno che sa di mistico ed esoterico, uno spettacolo terrorizzante a cui assistono solo l’anziana signora china sul cadavere e la ragazza dai lunghi capelli neri che le sta vicino.

«È stato qui?» chiede la giovane.

«Sì…»

Il tono con cui risponde denota tutto il turbamento della vecchia.

Guarda lo spettro che lei stessa ha richiamato e socchiude le palpebre segnate dall’età. Un gesto che mette in allarme la ragazza.

«Qualcosa non va?»

«È stato qui…»

«Non è quello che stavamo cercando?»

«È stato qui, ma non ha concluso il suo lavoro…»

«Che significa, nonna?»

«Non lo so, bimba mia – scuote la testa – Dove passa Momoti c’è sempre dolore, e perdita, ma anche pace. Invece qui… qui non c’è pace, solo angoscia.»

«Te l’ho detto. È malvagio!»

«No. La morte è tanto ingiusta quanto pietosa, non è né buona, è cattiva, è parte dell’ordine delle cose. E Momoti garantisce quell’ordine. Da sempre. Non capisco…»

La giovane guarda il corpo.

«Lui può aiutarci a capire, forse.»

L’anziana donna ha un brivido lungo la schiena. Annuisce, consapevole che quello è l’unico modo.

La coscienza dell’uomo morto è davanti a loro, ma è un fantasma senza voce. Deve dargliela lei. Deve prendere i riverberi di una trascorsa eco vitale dalla carcassa e farli risuonare attraverso se stessa, il suo addome, la sua gola. Così i morti parlano per tramite dei vivi.

Unisce entrambe le mani sul cranio roso dalle larve e fissa lo spettro, che solo ora sembra prendere coscienza.

Gli occhi ruotano verso l’alto fino a far scomparire gli iridi mentre i muscoli le si irrigidiscono.

Quando il fantasma muove la bocca le sue parole escono dalla bocca della vecchia come un rantolo proveniente dal fondo di una cantina.

«Un vicolo nascosto; questo è il mio rifugio, il mio nascondiglio, il laboratorio dove sperimento in nuove forme l’antica arte dell’omicidio.

«Un vicolo dimenticato dagli uomini e da Dio, ma non dalla morte, la morte trova questo posto perché ce la conduco io.

«Mi hanno diagnosticato una malformazione congenita al cuore, non è operabile, prima o poi, senza dare preavviso, mi stroncherà. Potrebbe accadere in qualsiasi momento, non mi è dato di saperlo, quello che so invece è che poco o tanto che sia, questo è il tempo che mi è stato concesso per compiere la mia missione, la missione di ogni essere vivente destinato a morire: scoprire cos’è la vita.

Conduco le mie vittime in questo vicolo dove nessuno può sentirci, dove nessuno penserà mai di passare, e lo chiedo a loro, mentre la vita fluisce dai loro corpi io cerco di osservarla nella sua purezza immune dai giudizi sul bene e sul male, cerco di coglierne l’intima essenza.

«All’inizio non sapevo neanche cosa cercare, martoriavo i corpi, straziavo la carne il più lentamente possibile e guardavo, aspettavo. Osservando a lungo ho capito, la vita, l’anima, la coscienza si rivela in un solo brevissimo istante, proprio mentre se ne sta andando. Nel momento in cui si sta per riunire al tutto, è possibile percepire una scintilla divina negli occhi già velati dall’ombra della morte.

«Prima o poi mi prenderanno, ma sono comunque condannato, che cosa possono farmi? Cosa può accadermi di peggio? Molto probabilmente prima delle forze dell’ordine, prima della Giustizia arriverà la morte a prendermi. Succederebbe in ogni caso, non mi spaventa più. Questo mi rende libero.

«Anche questa sera proseguo la mia indagine sacra. Ho portato qui una puttana, una piccola disperata di cui nessuno sentirà la mancanza. L’ho condotta in fondo al vicolo e le ho reciso la gola. Un taglio netto, pulito, appena più che superficiale. La sua vita non vale nulla, ma è tutto ciò di cui ho bisogno. Cerco di non soffermarmi sul suo volto, conosco troppo bene quelle espressioni di sgomento, di angoscia, di paura. Stavolta però un fremito quasi da folle distorce le labbra della ragazza in un lugubre sorriso.

«Forse è solo una mia impressione, sono così eccitato per quello che sto per scoprire che rischio di vedere cose che non esistono. Devo stare molto attento, concentrarmi sui suoi occhi, piccoli contenitori d’infinito, mi mostreranno il passaggio dalla vita mortale all’eternità. Le pupille sono pozzi oscuri e profondi da cui vedo affiorare una minuscola pagliuzza luminosa, si agita e annaspa come chi cercasse di riemergere da sotto la superficie ghiacciata di un lago. Sta risalendo, l’anima immortale mi sta venendo incontro e tra poco saremo faccia a faccia! E quella patina cos’è? Un gioco ottico causato dalla mia lampada? L’appannamento dei tessuti vitrei dell’occhio? La controparte opaca della scintilla vitale. Si corrono incontro. È solo un riflesso sugli occhi ancora lucidi di lacrime, vuol dire che qualcuno o qualcosa si sta avvicinando alle mie spalle.

«Mi volto e vedo una sagoma all’inizio del vicolo. Da dove si trova non può vedermi, ho studiato bene la posizione del mio laboratorio, ma grazie alla luce che proviene dalla strada io riesco a scorgere qualche dettaglio, sembrerebbe un uomo, alto, magro, la testa coperta da un cappuccio, vestito di scuro, un’ombra tra le ombre del vicolo, di sicuro un drogato alla ricerca di un posto tranquillo dove bucarsi o qualcuno che ha solo sbagliato strada.

«Mi ricordo all’improvviso della puttana, maledizione, mi sono lasciato distrarre dall’arrivo di quell’idiota proprio nel momento più importante. Quando mi volto i suoi occhi sono già spenti, la vita ha già lasciato quel dannato corpo. Trasformo in imprecazioni silenziose tutta la mia rabbia.

Poi assisto a un miracolo. L’essenza vitale di quella ragazza, di cui speravo di intravedere il riflesso nel momento della sua morte… È qui davanti a me.

«Una sagoma evanescente, un corpo traslucido animato da tenue bagliore diffuso, è accucciato a fianco del cadavere, lo distinguo appena, come l’immagine abbagliante del sole rimane impressa sulla vista dopo averlo guardato troppo a lungo anche quando si distoglie lo sguardo.

«Peccato non aver visto il processo della sua creazione, devo capire meglio e non posso aspettare, quel disgraziato all’imbocco del vicolo è stato inviato dalla provvidenza, è ancora lì, deve essere strafatto, meglio così, non mi sarà difficile avere la meglio su di lui anche se è più grosso di me, stringo saldamente il manico del coltello e comincio ad avvicinarmi lentamente verso di lui coperto dalle ombre del vicolo.

«Qualcosa mi fa esitare e mi fermo. È impossibile, so che è impossibile, sono troppo lontano per distinguere il suo volto, eppure non ho dubbi che quell’uomo mi veda e mi stia fissando.

«Non ho il tempo di pormi altri dubbi, la sagoma dell’uomo si muove, corre verso di me con una rapidità inumana e in totale, assoluto silenzio. Prima che io possa reagire mi è addosso, senza emettere alcun rumore o provocare il minimo spostamento d’aria. I suoi movimenti sono così veloci che riesco a vedere la sua corsa lungo il vicolo solo come dei flash, dei fermo immagini, l’ultimo dei quali lo porta di fronte a me, a pochi centimetri dalla mia faccia. Il suo petto… qualcosa non va, me ne accorgo subito, la cassa toracica è immobile, dovrebbe alzarsi e abbassarsi in maniera ritmica e regolare, i movimenti normali della respirazione, invece nulla, neanche un fremito. Non respira.

«Con un gesto istintivo faccio scattare il coltello verso il suo addome, lo colpisco con rapidità e forza. Lui non sussulta neanche. Pensavo di avergli inflitto una ferita potenzialmente mortale, però mi accorgo che la punta del coltello lo ha appena scalfito, è rimasta piantata per meno di un centimetro nei panni neri che lo ricoprono, come se fosse fatto di legno massiccio.

«Ho paura. Il cuore accelera senza motivo. Ero convinto che il veicolo fosse il mio regno e che valessero solo le mie regole, adesso un barbaro che ignora le mie leggi ha invaso il regno e l’oscurità mi impedisce ancora di svelarne l’identità, fino a che il riflesso di un raggio di luna non illumina quello che si cela sotto il cappuccio. Quello che vedo non un volto umano; è un teschio.

«Mi sono lasciato suggestionare – il cuore pompa sangue all’impazzata e il respiro fatica ad adattarsi a quel martellamento convulso – Quella è solo una maschera. Qualcuno deve aver scoperto il mio segreto o vuole vendicarsi delle morti che ho causato. Di chi si tratta?

Lo guardo bene cercando di intercettare il suo sguardo di odio. Cerco ma non trovo nulla, non ci sono occhi dentro quelle orbite, solo un desolante vuoto privo di emozioni e capisco di essere di fronte al sinistro mietitore, venuto impietoso a raccogliere la sua messe, a portarmi con sé incurante di ogni senso di giustizia.

«Il cuore dà un ultimo strappo violento, cerco di riprenderlo chiudendomi su di lui, prova a sostenere i suoi sforzi artigliandomi il petto, ma lui si è già fermato. Le mani, inerti, scendono lungo i fianchi, lascio cadere il coltello che rimbalza tintinnando un paio di volte per terra, le ginocchia non mi reggono più e mi accascio al suolo, cado di lato, il braccio sbatte con forza, mi rovescio a pancia sotto, il naso schiacciato sulla strada.

Non sento nulla, né il dolore, né il rumore della spalla che si sloga, né il sapore dell’asfalto.

Mentre fisso il volto disperato della ragazza che ho lasciato a morire dissanguata lì a pochi metri da me, vedo sempre più chiara la sua sagoma luminosa e trasparente, è confusa, spaesata dalla sua nuova condizione, quando mi vede mi rivolge uno sguardo di rabbia, istintivo ed estemporaneo, che un attimo dopo è già svanito. Sento solo il forte rimpianto per non aver capito fino in fondo il senso della vita.

«Percepisco il Mietitore passare oltre il mio cadavere con falcate lente e misurate, si dirige verso il fantasma della prostituta e le porge una mano inguantata, un gesto tenero e meccanico allo stesso tempo a cui la ragazza risponde con un’aria di consolazione che si diffonde nei suoi lineamenti spettrali, mette la sua mano in quella del Mietitore, si affida alla morte per svincolarsi dai ricordi della sua vita tormentata, che la terrebbero legata a questa esistenza anche se non ha più il diritto di farne parte.

«Qualcosa compare nella mano libera del Mietitore, prende forma dalle ombre la sagoma d’ebano di un lungo bastone, dalla cui estremità superiore si allunga la lama ricurva di una falce che il bagliore lunare fa sembrare d’osso.

«La falce saetta avanti e indietro, disegnando un arco che divide in due lo spettro come fosse di nebbia. Non c’è dolore nei gesti e nell’espressione della ragazza, solamente pace. Osservo quella pace fino a quando la sua immagine mutilata non si dissolve in volute sfilacciate di fumo eterico. E comprendo il ruolo del Mietitore. Non è venuto qui per falciare delle vite, per porre termine a delle esistenze, bensì per liberarle dai legacci che rischiano di ossessionarle anche oltre la morte.

«Non ho la forza neanche per chiudere gli occhi, che rimangono spalancati a vedere l’emissario della fine voltarsi e fissare su di me le sue orbite vuote.

«Passa solo un attimo e mi sento di nuovo pervaso di energia, come se non fosse accaduto nulla, pronto per continuare la mia ricerca, ora so chi può darmi le risposte che cerco. Mi alzo e lui è ancora lì e mi guarda, sembra in attesa di qualcosa.

Di certo ha compreso l’importanza del mio lavoro ed è dalla mia parte, sta aspettando me.

«Gli vado incontro, libero da ogni peso come solo chi si è lasciato alle spalle tutti i dubbi può essere. Faccio appena qualche passo e mi blocco, qualcosa mi impedisce di proseguire, mi trattiene come una catena, guardo alle mie spalle e capisco, lì c’è il mio corpo, con la faccia schiacciata a terra, gli occhi sbarrati così vicini al suolo da non vedere nulla, fissi ancora alla disperata ricerca di un’illusione vitale, occhi che, come quelli della mia ultima vittima, sono gli specchi di un’anima che non troverà mai la ragione di ciò che è stata e di ciò che ha fatto.

«Non ho trovato il senso della vita. Che importanza ha ora? Ora l’unica cosa che importa è trovare pace in questa morte e dissolversi per mano dello spettro con la falce. Offro la gola e il petto alla sua lama d’osso, le mani aperte ad accogliere il suo gesto di estrema carità.

«Il Mietitore rimane immobile, nessuna pietà traspare dal suo teschio inespressivo. Non era qui per me, non è venuto a darmi la morte, né a salvarmi da essa. Dietro le sue spalle si spalancano due ali nere come il buio che lo circonda, le apre verso l’alto e con uno scatto silenzioso le porta a terra dandosi lo slancio per schizzare in cielo, sbatte le ali un altro paio di volte, poi lo perdo di vista, si confonde nella notte che lo ha generato.

«Io rimango qui, imprigionato per tutta l’esistenza dell’anima immortale dal rimpianto e dal rimorso, dal ricordo di eventi che già cominciano a deteriorarsi, come se appartenessero a un altro tempo, solo uno spettro che infesta un vicolo dimenticato dagli uomini e da Dio.»

Lo spirito dell’assassino rimane immobile, sperduto e angosciato, indifferente alle due donne.

La nonna abbassa il mento sul petto. Quando rialza il viso gli occhi sono tornati al loro posto, arrossati. ma vigili.

«Era lui – dice la nipote – Diverso da come lo ricordo, ma è lui. Ci stiamo avvicinando.»

La femina annuisce senza alcun entusiasmo.

«Bambina mia, sei sicura di voler andare fino in fondo?»

Sasha serra la bocca in una smorfia di odio e decisione, guarda dritta davanti a sé e comincia a camminare.

La vecchia la vede allontanarsi lungo il vicolo fino a perdersi tra le ombre, si rimette in piedi con la poca disinvoltura che i dolori alla schiena le consentono, poi si incammina a sua volta sussurrando tra sé e sé.

« È un cammino oscuro questo, bambina mia, un cammino oscuro…»

 

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