narrativa

L’ultimo ricordo

Si trovava all’inizio di un corridoio, o alla fine, i dettagli gli sfuggivano. Davanti a lui una porta a doppio battente, chiusa, si infossava nei muri spessi dall’intonaco spoglio e cadente. Era di quelle porte con la metà superiore delle ante a vetri e il lunotto sopra l’architrave trasparente. La luce al di là faceva sembrare i vetri, era quasi accecante nella penombra del corridoio. Sulla destra un’altra porta di servizio, doveva portare in qualche stanza interna. Subito prima due panchine, come in una sala d’attesa. Erano vuote e impolverate. Chissà da quanto tempo nessuno faceva più la fila davanti allo sportello per il pubblico che si affacciava sul corridoio a inghiottire i suoi dubbi, offrendo come risposta solo una lettera ancora chiusa poggiata sulla massiccia mensola di legno al servizio del pubblico.

Era appena arrivato o se ne stava andando? Che cosa era venuto a fare lì?

I fogli bianchi appesi dentro una bacheca di legno aumentavano la sua perplessità.

Alle sue spalle il corridoio terminava con delle scale sulla sinistra, una rampa in salita e una rampa in discesa. Non c’era altro.

Una vibrazione proveniente dalla tasca dei pantaloni scosse il suo torpore. Una chiamata al cellulare forse? Non aspettava nessuna chiamata.

La vibrazione terminò quasi subito. No, un messaggio.

Non aveva mai imparato a usare bene quegli affari, ne aveva uno solo perché glielo avevano regalato. Non era capace a scrivere i messaggi, sapeva solo leggerli.

Ma chi poteva avergli mandato un messaggio? Non c’era più nessuno che potesse farlo. Stava ricordando. Lui era l’ultimo.

Aveva visto andarsene tutti, uno alla volta, finché non era rimasto solo lui.

E se fosse rimasto qualcuno? L’incertezza sui suoi ricordi lo confondeva, ma gli dava anche un barlume di speranza. Non si accorse nemmeno di essersi avvicinato alle vetrate della porta. Anche da vicino rimaneva abbacinato dal loro candore, una luminosità nebbiosa incastrata nel vetro gli impediva di vedere oltre. Benché sembrasse sul punto di cadere da sola e i vetri ballarono negli infissi, la porta resistette ai suoi tentativi di aprirla.

Fu preso da un attimo di panico pensando di essere stato chiuso dentro, dimenticato, per chissà quanto tempo, doveva prendere le sue medicine…

Sentì in mano il peso del cellulare e abbassò lo sguardo sul testo del messaggio.

– Ti sei ricordato di andare a prendere Norma? –

Chi era Norma? Prenderla dove? Questi e altri dilemmi lo torturavano. Sentiva che avrebbe dovuto sapere chi fosse Norma. In fondo era sicuro neanche di chi fosse lui.

D’improvviso tutto attorno delle persone si muovevano rapide, immagini sbiadite fumose, inconsistenti, gli passavano attraverso come fantasmi.

Si trovava in un vecchio ufficio postale: la signora allo sportello aveva chiesto se andava tutto bene. Lui non aveva saputo rispondere.

«Doveva ritirare questa» gli aveva detto facendo scivolare una busta chiusa sotto la fessura, proprio sulla mensola.

D’improvviso era di nuovo solo. Non aprì neanche la busta, la girò nervosamente tra le mani cercando il destinatario.

«Saverio Cavrelli… Saverio Cavrelli!»

Ripeté il nome per confermare che fosse il suo. Non gli suonava solo familiare, gli apparteneva.

Saverio! Hai preso Norma?

La voce lo atterrì. Proveniva dall’alto, da ogni direzione, veniva giù dalle scale, da dietro la porta, rimbombava nel corridoio.

Ti sei ricordato di prendere Norma?

Camminando abbassato percorse il corridoio e cominciò a salire le scale per sfuggire alla voce, moltiplicatasi in un coro di voci.

Ti sei dimenticato? Come hai potuto? Non ti ricordi?

Cominciò a salire gli scalini di corsa, anche se il fiato si fece subito corto e le ginocchia davano segni di volersi bloccare da un momento all’altro. Mentre si affannava, aggrappandosi al corrimano, ripeteva il suo nome e le voci sembravano quietarsi.

Giunto al piano di sopra, sentiva il cuore scalciare nel petto, una serie di rapidi colpi asincroni e violenti. L’affanno gli bagnava la fronte di sudore freddo. Cercò di riacquistare un respiro regolare poggiando le mani sulle ginocchia, a testa bassa.

Quando la alzò si trovò di fronte un corridoio terminante con una porta doppia dalle mezze ante di vetro illuminate dall’esterno, la porta di servizio, le panchine, la bacheca, lo sportello, la mensola… Era tornato al punto di partenza.

Provò con più calma a salire un’altra rampa, e un’altra ancora, poi a scenderne diverse, ma ogni volta tornava lì. Prigioniero del momento presente, circondato da un passato consunto e trascurato.

Avrebbe voluto piangere. Forse lo fece, non era più importante, era l’ultimo e nessuno poteva più commuoversi per le lacrime di Saverio.

«Saverio Cavrelli» continuava a ripete senza sapere più dove andare. Perso in un mondo ristretto che conosceva alla perfezione.

Il suo mantra fu interrotto da un pianto. Un pianto infantile, innocente e disperato allo stesso tempo. Non era come le voci di prima, poteva sentirlo vibrare nell’aria, attraverso i muri, era sincero, reale. Aprì la porta di servizio e trovò una bambina, piccola e graziosa, non poteva fare più della prima o seconda elementare. Quando la bimba lo vide smise di piangere, si passò il dorso della manina sugli occhi per scacciare le lacrime e corse verso di lui a braccia aperte. Nonostante le ginocchia dolenti si abbassò per accoglierla nel suo abbraccio.

«Norma…» disse, ma la bambina gli passò attraverso, come uno spettro. Si girò più rapidamente che poté e la vide aggrapparsi ai vestiti di due giovani signori, che lo guardavano con volto torvo e sguardo accusatorio, mentre si dissolvevano come nebbia.

Perché non sei andato a prenderla? – tornarono a gridare le voci – Non ti sei ricordato?

L’intensità dei rimproveri lo costrinse a terra, supino, eppure le voci sembravano più spaventate che arrabbiate.

Poteva succedere qualsiasi cosa! Non possiamo più fidarci di te!

Di premette i palmi delle mani sulle orecchie cercando di concentrarsi su due parole.

«Saverio Cavrelli! Saverio Cavrelli! Saverio Cavrelli!»

Doveva andare a prendere Norma a scuola, ecco cosa doveva fare, era semplice e invece si era dimenticato. Da quel momento tutto era peggiorato ed erano cominciati a sparire tutti, uno alla volta.

Ora ricordava. Si alzò da terra, percorse il corridoio con passo malfermo e aprì la porta. Fuori, alla luce, c’era una piazzetta familiare, un gruppo di persone amichevoli lo aspettava al di là: mamma, papà, gli zii, i cugini, i compagni di scuola, e persone con abiti di fogge più moderne che non riconosceva, ma anche loro gli tendevano la mano. Non fece in tempo a muovere un passo che l’ambiente cominciò a disgregarsi, colpito da una tempesta di ruggine oltre cui scorgeva solo un nulla bianco e lattiginoso. Le persone rimasero immobili, bloccate in una foto d’altri tempi, in attesa che il vento le portasse via come se fossero fatte di polvere. Si girò per tornare dentro, ma anche l’edificio da cui era uscito si stava disgregando. Circondato dal decadimento di tutto ciò che gli era caro, pianse, chiuse gli occhi e ripeté il suo nome.

«Signor Cavrelli?» disse una giovane suora destando la sua attenzione.

Era intento a guardare fuori dalla finestra, la mano tremante appoggiata ad un bastone. Non vedeva molto, la luce era quasi accecante.

«Saverio – continuò la religiosa con tono gentile – hai visite.»

All’ingresso della grande stanza c’erano una coppia con una bambina, e stavano sorridendo nella sua direzione.

«Norma, vai a salutare il nonno» disse l’uomo alla bambina mentre lo indicava.

La bimba gli corse incontro e lo abbracciò, poi alzò il visetto paffuto e gli sorrise.

«Che bella bambina – pensò – chissà chi è. Deve avermi confuso con qualcuno. Però ha un volto famigliare – gli ricordava molto sua moglie – Dove sarà Angelica… forse in cucina a fare da mangiare.»

Si avvicinarono anche gli adulti. L’uomo gli mise una mano sulla spalla e lo baciò sulla fronte.

«Ciao papà, come ti senti oggi?»

Saverio ignorò la domanda preso da una curiosità più importante.

«Umberto, sei tu? Che succede?» chiese aggrappandosi al braccio del figlio.

«Certo papà, sono io, stai tranquillo.»

«E questa signora… Chi è?»

La donna di cui stava parlando si avvicinò a sua volta con un sorriso buono e una bella luce negli occhi. Proprio come la sua amata Angelica.

«Sono Maria, Saverio, tua nuora, la moglie di Umberto, ricordi?»

Saverio annuì lentamente. Era triste perché sapeva di aver mentito e perché sapeva che a occhi più giovani dei suoi non sarebbe sfuggito lo smarrimento che traspariva dai suoi occhi.

Tornò a guardare la finestra, da cui vedeva solo una bagliore bianco e indistinto.

scarica

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...