narrativa

Il caso Ape Regina

ticarUn colpo di tosse catarrosa fu l’unico commento dell’ispettore Serchi. Se ne stava lì, in piedi, con le mani nelle tasche dei pantaloni del suo solito abito grigio e la bocca imbronciata. L’agente alla sua sinistra lo conosceva e sapeva che stava riflettendo, osservava la scena del delitto alla ricerca di indizi, così si limitava ad attendere spostando il peso da un piede all’altro. Un altro colpo di tosse.

 «Va male quest’influenza. Eh, ispettore?»

Serchi guardò l’uomo in divisa da sotto la frangia scomposta di capelli biondi che gli ricadeva sulla fronte, poi soffocò a stento l’ennesimo colpo di tosse e si abbassò sul cadavere poggiando l’avambraccio sul ginocchio.

«Ho già preso una pasticca per colazione. Passerà.»

Il ragazzo dal fisico da atleta era disteso con la schiena sul pavimento del soggiorno, con le braccia e la gambe aperte, la testa era riversa di lato, dalla bocca fuoriusciva un liquido denso e ambrato che si allargava in una chiazza sotto la guancia sinistra, polsi e caviglie erano escoriati, i genitali gonfi e arrossati, disposte in un ovale quasi perfetto attorno al corpo una ventina di api morte.

«Dove è stato legato?»

«Nel suo letto ispettore, abbiamo rinvenuto delle corde in canapa macchiate di sangue e il nastro adesivo usato presumibilmente per impedirgli di urlare.»

«Non ci sono segni di effrazione, né di violenza, la vittima non indossa nulla e delle api si sono accanite su una parte specifica del corpo…»

«Sta pensando all’omicidio della scorsa settimana?»

Serchi annuì facendo una smorfia di insoddisfazione.

«Uh-uh. Nardò, fai chiamare la scientifica.»

«Già fatto, ispettore» concluse l’agente.

L’ispettore si avvicinò alla finestra e guardò fuori tossendo.

«Piove ancora. Merda!»

***

«Apitossina.»

Serchi tossì inarcando un sopracciglio, si era afflosciato sulla sedia dello studio e sfogliava i documenti dentro una cartellina di carta senza guardarli.

«E che cosa sarebbe?» chiese.

«Il comune veleno delle api.»

L’ispettore alzò lo sguardo sul medico legale e lanciò con poca cura la carpetta sulla scrivania.

«Franchi, mi stai dicendo che lo hanno ucciso le api? Se riesci a dimostrare che sono state loro a legarlo al letto chiudo il caso. »

«Non te lo dico perché non è così. La vittima…»

«Mirco Novelli» lo interruppe.

«Sì… Mirco Novelli. La tua fissazione per i nomi un po’ mi preoccupa. E anche la tua influenza, non ti curi abbastanza.»

Ricordandosi del suo precario stato di salute, Serchi fu colto da un attacco di tosse. L’altro scosse la testa.

«Comunque, la vittima, Novelli, ha riportato in totale ventitre punture sui testicoli e sul membro, tutte con il pungiglione ancora sottopelle. Per quanto la cosa possa sembrare dolorosa – e lo è a mio avviso – non è certo in grado di uccidere un uomo di quasi 80 chili.”

«E quindi?»

«E quindi il veleno gli è stato iniettato, nel braccio. Trecento milligrammi di apitossina. L’equivalente di circa mille punture di insetto. »

«Uh-uh. Secondo te come mai le api si sono concentrate sulle parti intime del ragazzo?»

«Mah, ho una teoria al riguardo.»

«Spara.»

«Le api in questione – disse Franchi aggiustandosi gli occhiali – sono della specie Apis Mellifera Africanizzata, comunemente nota come…»

«…ape killer.»

«Esatto, anche se più che “killer” bisognerebbe dire “kamikaze”: sono molto aggressive nel difendere l’alveare e l’ape regina. Si gettano sull’eventuale intruso e lo attaccano in massa. Prediligono di sorta gli occhi e le cavità del volto.»

«Ok, salta la lezione, me l’hai già fatta per il caso Andreolli.»

«Hai ragione, stesse api, ma in quel caso si è pensato che fossero state inserite a forza nella bocca, da lì hanno punto la gola causando l’ingrossamento delle mucose e la morte per soffocamento. Se ti ricordi ne abbiamo trovato anche nell’esofago, alcune le aveva addirittura ingoiate.»

«Cof-cof! Mi ricordo.»

«Questo caso è diverso, dato lo stato degli insetti che abbiamo trovato sulla scena secondo me l’assassino le ha avvicinate alla pelle delle vittima per farla pungere, tenendole con le dita o con delle pinze chirurgiche.»

«Tornano molte delle dinamiche dell’omicidio Andreolli. L’assassino opera a casa delle due vittime, le rende incoscienti con uno storditore elettrico, le spoglia – non necessariamente in quest’ordine –, le uccide utilizzando delle api killer e poi simula degli atti sessuali con litri e litri di miele. Eppure il mio istinto mi dice che non abbiamo di fronte un omicida seriale.»

«Atti sessuali?»

«L’addome di Andreolli è stato riempito di miele, probabilmente con una grossa siringa infilata nell’ano, come lo definiresti?»

«Va bene, ma a Novelli hanno riempito la bocca… Oh!»

Serchi sorrise tra un colpo di tosse e l’altro.

«Ti facevo un uomo più di mondo.»

«Studiare medicina occupa molto tempo…»

«A proposito, hai qualcosa da darmi per questa influenza? Rischio l’intossicazione da paracetamolo.»

«La medicina migliore di tutte: si chiama riposo.»

«Magari un’altra vita.»

***

L’ispettore Serchi suonò di nuovo il campanello della porta. Scoprì di odiare i pied-à-terre, specie quando piove. Si strinse il bavero della giacca e suonò una terza volta.

«Buongiorno, signora Novelli» disse senza aspettare che l’anziana signora finisse di aprire la porta.

«Sono l’ispettore Serchi, della omicidi. Volevo farle alcune domande su suo figlio.»

«Ho già detto tutto alla polizia» disse la donna con irritazione evidente.

«Sono anch’io della polizia, signora. Non mi invita ad entrare?»

Lei non si mosse. Lui tirò fuori un taccuino dalla tasca interna della giacca e, dopo aver tirato un sospiro di rassegnazione, cominciò a leggere.

«D’accordo, vado al dunque. Coff-Coff! Scusi. Ci risulta che Mirco abbia frequentato il liceo scientifico Ettore Majorana e si sia ritirato alla fine del quarto anno.»

La risposta fu ancora una faccia indurita dal dolore.

«Coff-coff! La cosa strana è che insieme a lui si siano ritirati anche due suoi compagni di classe, Luca Andreolli e Sabino Meli. Dovevano essere molti amici quei tre.»

«Ispettore, mi dica cosa vuole.»

«Capire chi era suo figlio – disse Serchi rimettendo a posto il taccuino – per trovare chi l’ha ucciso.»

Gli occhi della donna si riempirono di lacrime, ma non pianse.

«Si accomodi» rientrò in casa lasciando la porta aperta.

Il salotto di casa Novelli era arredato come una bomboniera vintage stracolma di quadri, pizzi, stampe e soprammobili. Spiccavano targhe, diplomi, medaglie e fotografie di Mirco. Era una specie di sala dei trofei, ora mausoleo alla memoria del figlio defunto.

«Le faccio un caffè?” chiese brusca la signora.

«No, grazie, preferirei che mi parlasse di Mirco.»

«C’è poco da dire. Mio figlio è stato costretto a ritirarsi da quel liceo, era perseguitato. Verso la fine dell’anno una sua compagna ha accusato lui e i suoi due migliori amici di averla molestata durante una gita scolastica all’estero. Tutte assurdità naturalmente. Infatti non ha mica sporto denuncia quella poco di buono. Ha preferito farsi forte della falsa testimonianza di una sua degna compare e calunniare il mio ragazzo. Alla fine abbiamo dovuto ritirarlo, le bugie sul suo conto lo ossessionavano.»

«Uh-uh.»

«Pensa che possa esserci qualche collegamento con il suo… omicidio?»

«Per ora non penso nulla, ma preferisco non scartare nessuna ipotesi prima di averla verificata. Ricorda per caso i nomi di quelle ragazze… quelle delle calunnie?»

«Purtroppo sì.»

«Me li potrebbe scrivere?» allungò il taccuino e una penna mentre tossiva.

«Ecco. Spero possa aiutarvi – restituì il blocchetto di carta dopo avervi scritto – Posso fare altro per lei?»

L’ispettore inarcò un sopracciglio.

«Avrebbe per caso una tachipirina?»

***

Il cellulare continuava a squillare sul sedile del passeggero, mentre l’ispettore allungava la mano per prenderlo cercando di evitare il frontale con un camion. Lo agguantò sbandando leggermente verso destra e rispose.

«Serchi!»

«Ispettore, sono Nardò. Per quelle ragazze di cui mi ha chiesto…»

«Eh!»

«Cos’è successo?”

«Niente, un cretino che ha inchiodato con il rosso. Va’ avanti.»

«Sì. La ragazza che diceva di aver subito lo stupro durante la gita scolastica, Regina Capaldi, si è suicidata lo scorso anno, sembra al culmine di un periodo di depressione. Si è buttata giù dal balcone di casa sua.»

«Va bene. Va bene. E l’altra.»

«Erica Melliti. Non siamo riusciti a rintracciarla direttamente. Tramite i genitori abbiamo saputo che è in viaggio in Messico; una vacanza per la fine di un master post-laurea.”

«Uh-uh. Master in che cosa?»

«Entomologia agraria, ispettore.»

«…»

«Ispettore?»

«Nardò, controlla che in Messico ci sia andata davvero. Fammi sapere. Io sono arrivato a casa di Meli.»

***

La villetta era appena oltre il centro, sulle dolci alture collinari che abbracciavano la città sul versante meridionale, dotata di un ampio giardino alberato non era comunque troppo isolata dalle altre case. Un’auto di grossa cilindrata era parcheggiata dentro un garage aperto.

“Almeno sarà in casa – pensò Serchi – Certo che se penso che questo qui ha quindici anni meno di me e si può permettere una villa con giardino, autorimessa, capanno degli attrezzi…”

Sospirando e tossendo si apprestò a suonare il campanello. La porta era accostata. Tirò fuori la pistola d’ordinanza dalla fondina sotto l’ascella e aprì con cautela l’uscio. All’interno tutto sembrava tranquillo, fece qualche passo nell’ampio salone.

«C’è nessuno? Signor Meli, sono l’ispettore Serchi.»

Nessun rumore rispose al suo richiamo mentre continuava ad avanzare con la pistola all’erta davanti a sé.

Su uno schermo 72” a parete scorrevano mute le immagini di un film hardcore, buttati sul divano di fronte degli indumenti maschili.

“Merda! Sono arrivato tardi!”

L’ispettore si girò attorno tenendo la pistola puntata con entrambe le mani, setacciando il locale con la vista come se si aspettasse un attacco da un momento all’altro.

Al di là della grande vetrata che costituiva buona parte della parete ovest del salotto, vide una figura coperta interamente da una tuta la lavoro color bianco sporco, di quelle con la maschera integrale composta da un retino fitto: una tuta da apicoltore. La figura era in piedi, vicino alla porta del capanno degli attrezzi ed era rivolta verso di lui, sembrava osservarlo e quando ebbe appurato che anche lui la stava guardando, si ritirò nella piccola struttura di servizio.

Serchi si catapultò fuori dalla villetta e corse verso il capanno, senza pensarci spalancò la porta con un calcio e puntò la pistola all’interno.

«Sta’ fermo!»

Nessuno gli diede retta. Il piccolo ambiente rettangolare era un movimento continuo e ronzante. Migliaia di api volavano ovunque come impazzite emettendo un brusio quasi assordante.

Dalla parte opposta rispetto all’uscio riusciva a scorgere a mala pena, nello sciame d’insetti, un uomo legato a una sedia, nudo, con una larga striscia di nastro americano sulla bocca. Si dimenava sotto l’azione incessante dei pungiglioni venefici e i suoi tentativi di gridare si traducevano in un suono soffocato e disperato. Nell’angolo più lontano, immobile, c’era la figura celata dalla tuta.

La scelta fu rapida. L’ispettore si coprì la faccia e la testa come meglio poteva con la giacca e corse verso la terza vittima. Venne punto diverse volte mentre si muoveva all’interno del nugolo di api. Agguantò la sedia e cominciò a trascinare via il ragazzo, mentre continuava a puntare la canna dell’arma contro l’assassino.

Dopo le prime dieci punture smise di contare. I punti rossi sul corpo di quello che doveva essere Sabino Meli erano centinaia e ormai, a metà della stanza, non si agitava più. Serchi lasciò andare la pistola e si mise a tirare la sedia con entrambe le mani. Assordato dal ronzio e dalle api che gli si infilavano nelle orecchie non sentì nessun rumore sospetto, si accorse solo della dolorosa scossa elettrica che lo colpì al fianco e cadde a terra impossibilitato a muovere un muscolo, un altro brevissimo istante, sufficiente appena per vedere che a un palmo dal suo naso c’erano due piedi nudi, curati e dalla pelle liscia, poi anche i sensi lo abbandonarono.

***

Era in piedi, nudo, con le braccia e la gambe divaricate, le mani e i piedi infilati in una sostanza densa e appiccicosa, come resina, ma dal pungente odore di miele, era frastornato, attorno a lui, sopra e sotto, vedeva solo gigantesche celle esagonali. Dal fondo del pozzo-alveare sentì salire un ronzio così forte da sembrare il rombo di un motore. A produrlo era una creatura, femminile per conformazione, un ibrido donna-ape, con grandi ali vibranti, mandibole a ganascia e addome posteriore da insetto. Gli si avvicinò restando sospesa a mezz’aria, i grandi occhi compositi riflettevano un volto d’uomo semi incosciente. Si accarezzò il collo, i seni, la pancia e le cosce con fare sensuale. Sussurrò qualcosa con voce schioccante e allungò verso di lui le mani artigliate con fare languido, poggiò i palmi sulle spalle.

Senza alcun preavviso lanciò un urlo disumano, inarcò in avanti l’addome estroflettendo un gigantesco pungiglione e lo perforò all’altezza dell’ombelico.

Poteva sentire il veleno acido corrodergli gli intestini, mentre il mostro si dimenava ancora avvinghiata al suo corpo come se stesse avendo un orgasmo. Quando soddisfatta si staccò da lui diede dei forti strattoni per cercare di far uscire il pungiglione, che rimaneva saldamente conficcato nelle viscere dell’uomo. Alla fine strappò via da sé la sua stessa arma assieme a viscide budella grondanti icore verdastro e ricadde all’indietro. Continuò a sbattere le ali in modo disarticolato mentre precipitava giù per il pozzo, finché non esplose in migliaia di api che occuparono in poco tempo tutto lo spazio libero.

***

L’ispettore si svegliò legato a una sedia nel capanno degli attrezzi, l’assillante ronzio sempre nelle orecchie, le api ovunque, vicino a lui, riverso per terra il cadavere di un ragazzo quasi irriconoscibile sotto le punture. Lui stesso era dolorante in tutto il corpo a causa della scossa subita e del veleno, non c’era palmo di pelle che non fosse gonfio e irritato. Al limite del suo margine visivo vedeva ancora la tuta da apicoltore.

“Vuota – pensò – Mi ha fregato. Quando è entrata se l’è tolta e l’ha appesa alla parete.”

I suoi pensieri erano rivolti alla ragazza che aveva davanti, non meno inquietante dell’ibrido mostruoso dei suoi deliri. Era nuda, con i capelli lunghi castani raccolti in una coda, anche lei coperta da numerose aloni rossastri, gli occhi sbarrati e affossati.

«Erica Melliti suppongo» disse Serchi.

«Non so chi sia – rispose lei parlando molto lentamente – ma suppone bene.»

L’uomo fece un cenno verso il cadavere ai suoi piedi.

«Hai ucciso anche l’ultimo responsabile della morte di Regina.»

«Oh no!»

Dava l’idea di dover contenere la sua rabbia dentro una staticità innaturale, mentre i mortali insetti si agitavano attorno a lei.

«Ho solo punito i porci che avevano approfittato di lei. Ma tutti sono responsabili della sua scomparsa. Tutti quelli che hanno ostacolato, deriso e impedito il nostro amore.»

«Di chi parli, Erica?»

L’idea era quella di farla parlare il più a lungo possibile, almeno fino a che non si fosse schiarito le idee.

«I genitori di quei bastardi. Avevano messo tutto a tacere. E la sua famiglia, invece di difenderla… Si vergognavano di quello che lei diceva. Capisce? Le hanno impedito di sporgere denuncia e lei non ha retto. Loro non la amavano. Solo io l’amavo. E mi hanno lasciato solo la vendetta.»

Oltre il ronzio, cominciava a essere udibile un suolo sempre più distinto: sirene, sirene della polizia. Serchi cercò di trattenere l’entusiasmo e la speranza e continuò a parlare con un tono di voce pacato.

«Erica, ascoltami. Forse hai ragione tu. Forse meritavano di essere puniti, ma non in questo modo; era compito della legge farlo.»

«Ha sentito le sirene, vero?»

Le speranze dell’ispettore precipitarono.

«Non ho intenzione di ucciderla, stia tranquillo. Lei non c’entra.»

«Non riuscirai a fuggire, lo sai? Fatti aiutare, Erica.»

La ragazza sorrise. Il sorriso malinconico di chi se ne va lasciando dietro di sé un rimpianto.

«Non voglio fuggire.»

Cominciò a camminare per la stanza.

«Le operaie delle api killer sono piccole macchine per uccidere.»

La camminata divenne rapida.

«Si attivano e diventano aggressive quando l’ape regina viene minacciata.»

Cominciò a mimare passi di danza su una musica inesistente.

«Attaccano chi la minaccia, non si preoccupano della loro sorte.»

I passi divennero salti e i salti piroette.

«Pungono e quando si staccano dalla loro vittima…»

Il ballo di Erica divenne delirante e forsennato, le api disturbate dai movimenti scattanti la stavano pungendo senza sosta.

«…muoiono.»

«Erica, fermati! – gridò l’ispettore – Per l’amor di Dio, Fermati!»

Poi di nuovo il buio dell’incoscienza.

***

«Sei stato fortunato, sai?» disse l’uomo col camice bianco.

Serchi lo guardò piuttosto scocciato. Non gli piaceva stare a letto neanche a casa sua, figurarsi in un ospedale, così si era fatto portare gli incartamenti del caso “Ape Regina” e li spulciava di continuo.

«Sciocchezze, Franchi – disse chiudendo la carpetta che aveva tra le mani – Ci volevano mille punture per farmi secco, no? L’hai detto tu.»

«Ho detto anche che eri in uno stato pietoso e che ti saresti dovuto riposare…»

«Uh-uh. E lo sto facendo come vedi.»

«Sì… Comunque sospetto che la tua rapida ripresa abbia a che fare con l’indigestione di paracetamolo dei giorni passati.»

«Almeno l’influenza mi è passata.»

«Ispettore, come si sente?» chiese l’agente entrando trafelato nella stanza.

«Sto bene, Nardò, sto bene – scese dal letto e prese il vestito grigio da dentro un armadietto – Anzi, ho bisogno che tu faccia una cosa per me.»

«Comandi, ispettore.»

«Lo sapevi che quando un’ape killer punge e muore rilascia un feromone che richiama altre api all’offensiva?»

«Lo imparo da lei, è importante?»

«Probabilmente no. Convoca i genitori di Regina Capaldi, sono curioso di sapere quanto ne sanno sulle api.»

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