Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 08

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 8

È la prima volta che scrivo una pagina di diario.probabilmente è anche l’ultima. Ho letto che è una cosa molto utile in questi casi. In teoria dovrebbe aiutarmi a fare un po’ di chiarezza mentale.

Mi sono deciso a farlo solo adesso, dopo quello che è successo stasera, ne ho davvero bisogno.

Anche se rimettendo in ordine le idee ho ancora più confusione di prima.

Sto vivendo in uno stato allucinatorio perenne. Da qualche giorno ormai. Tutto è cominciato la mattina dopo il funerale di Debby.

Mi sono svegliato di soprassalto bel mezzo di un incubo terribile. In pratica mi buttavo dalla cima della Torre. Ho sognato di suicidarmi insomma. Cioè precipitano per un centinaio di metri e poi mi spiaccocavo al suolo. E mentre mi spiaccicavo sentivo tutto quello che mi accadeva. Ho proprio il ricordo di quel dolore assurdo, come se lo avessi provato davvero. Credo di saper riconoscere la differenza tra ciò che ricordo e ciò che immagino. Non l’ho solo immaginato.

Quando mi hanno estratto il dente del giudizio mi ha fatto un male cane, se ci ripenso i nervi cominciano a gridare.

Stessa cosa. Solo che rivovo la mia morte. Nei minimi dettagli. E anche quello che è successo dopo.

Non è poi così strano che mi sia ritrovato nudo nel letto a urlare come un ossesso. Quello che invece è strano è che guardandomi allo specchio io abbia visto un teschio al posto della mia faccia.

Imago mortis, credo sia questo il termine giusto. Pensandoci, è proprio il termine giusto. Quel teschio non ero io, aveva preso il posto del mio riflesso, ma era un’immagine della morte che mi ero portato dietro dal sogno.

Un’allucinazione insomma.

Nel sogno avevo dovuto affrontare la morte senza potermi sottrarre all’incontro. Forse il mio subconscio aveva preso un’uscita di emergenza facendomi svegliare. Il processo di elaborazione del lutto doveva essersi intoppato in qualche punto importante del processo.

Un residuo del sogno mi aveva seguito nel mondo della veglia.

Non potevo fare a meno di pensarlo. Giuro. Poi, quando nello specchio ho visto di nuovo la mia solita faccia, il pensiero della morte che mi segue da una parte all’altra, da concreto era degradato piano piano verso il filosofico e poi nel ridicolo. Nel giro di tre minuti ero passato dall’angoscia, che mi impediva persino di muovermi, a una crisi isterica. Ho cominciato a ridere, non riuscivo più a smettere, ridevo e non respiravo, sono amdato in debito d’ossigeno e ho vomitato di nuovo. Avevo già rimesso poco prima. Vertigini o una cosa del genere. Ho un po’ di confusione al riguardo.

Comunque sia mi sono ripreso. Li per lì ho pensato che ero stato uno stupido a farmi suggestionare in quel modo da un sogno e mi sono convinto a riprendere la mia vita facendo i conti con l’assenza di Debby.

Solo che non era la sua morte a occupare la mia mente, bensì la mia.

Un simile egoismo è vergognoso, me ne rendo conto, ma se devo fare delle riflessioni che abbiano un senso devo prendere in considerazione i fatti così come sono.

Della sera del funerale ho solo ricordi molto vaghi, per altro tutti filtrati dal mio incubo, quindi ben poco attendibili, e tutti occupati da una presenza inquietante.

Non ho trovato un nome più adatto per descrivere quella cosa, quindi per ora lo indico come “il mietitore”. Ricorda molto il tetro mietitore delle iconografie medievali e rinascimentali. Lo spettro della morte insomma.

Non so dire nè quando, nè dove, ma ho la certezza di essere entrato in contatto con l’essere scheletrico vestito di stracci che doveva condurmi nell’aldilà. Lo stesso che ho visto nello specchio. Lo stesso che da una settimana a questa parte vedo spesso nelle vetrine dei negozi quando ci passo davanti. Si tratta solo di una percezione fugace, appena mi giro per osservare meglio quello che vedo è il mio riflesso.

Mi controlla, mi osserva dal margine del mio campo visivo.

 Un poco alla volta mi sono tornati slla mente altri dettagli dell’incubo. Ho ricordato di aver parlato con il mietitore. Non proprio parlato, una cosa simile, abbiamo comunicato. È successo tra il momento finale della caduta dal grattacielo e il mio risveglio. Caduta che però non è mai avvenuta e risveglio che segue ore di vuoto totale.

Il solo pensiero è assurdo, lo so, e fino a stasera ancora speravo potesse essere una sorta di paranoia di qualche tipo. Forse avevo provato a suicidarmi e la mente aveva reagito sostituendo falsi ricordi a quelli veri. In fondo qualcosa era successo davvero nel piazzale della Torre, ci sono stati dei tafferugli quella sera, è saltata a luce in mezzo quartiere, sono stati ritrovati un signore e una ragazza massacrati di botte. Insomma, gli elementi per una bella suggestione c’erano tutti. Ho cercato su  internet, ma non ho trovato niente che potesse spiegare la situazione che stavo vivendo. Ho pensato che forse le esperienze di altri aspiranti suicidi avrebbero potuto aiutarmi a fare un po’ chiarezza, così ho cercato un gruppo, il classico gruppo di autoaiuto. Ho trovato diverse realtà in città, tutte piuttosto complicate da intercettare: bisogna passare per i servizi sociali, per lo psicologo, fare colloqui di inserimento ecc. Insomma, io non ero neanche sicuro che avessi tentato di uccidermi. Avrei fatto la figura del feticista macabro.

Ho trovato invece una conferenza aperta sul tema “Suicidio: la morte dentro se stessi. Cause e prevenzione” che si sarebbe tenuta da lì a un paio di giorni.

Sono arrivato alla sala congressi della Littorian Assicurazioni in ritardo, circa un quarto d’ora. Il relatore non aveva ancora cominciato a parlare, la sala era comunque già piena, così mi sono intrufolato in mezzo alle persone già sedute cercando di dare troppo disturbo.

A quel punto sono cominciati i problemi.

Mi sentivo osservato. La sensazione era la stessa di quando andavo al cinema da ragazzo e mi capitava di entrare in sala a spettacolo già iniziato.

La stessa identica sensazione mi si era appiccicata addosso appena avevo messo piede bella sala congressi. Non ero l’unico ritardatario, non ero l’unico in piedi, non c’era motivo che qualcuno guardasse proprio. Qualcuno invece lo faceva. Una ragazza pallida, dall’aspetto trasandato, di corporatura esile, con uno strano colore degli occhi, tra il viola e il miele, si era girata a guardarmi sporgendosi oltre lo schienale della sua sedia. Si era voltata a fissarmi appena ero entrato.

Me ne sono accorto subito perché a mia volta mi sono ritrovato a fissarla senza neanche accorgermene e senza un motivo particolare.

Ero sicuro di non conoscerla, mi sforzai di ricollegarla a qualche incontro passato, magari fugace. Niente, non l’avevo mai vista prima; né mi aveva fatto alcun cenno di saluto o di intesa che potesse indicare che invece lei mi aveva riconosciuto. Tutti gli altri mi ignoravano, lei invece mi aveva piantato gli occhi addosso come se fossi entrato nudo o avessi vomitato sul palco.

Il mondo è pieno di persone strane e inopportune, quando ho cominciato a lavorare per un certo periodo ho pensato anche che fossero la maggior parte, insomma, mi ero già trovato in situazioni imbarazzanti, compresa quella di una perfetta sconosciuta che ti fissa in silenzio sgranando gli occhi, ma in quella ragazza c’era qualcosa di diverso. Non so esattamente diverso da cosa, diverso dal normale, cioè qualcosa che allertava e disturbava i miei sensi. Come la mia presenza sembrava fare con i suoi.

Una pittrice fallita che non c’era quando suo figlio è morto affogato in una piscina. Non stavo lavorando di fantasia, io sapevo quelle cose. La sua immagine era sfocata, traballante come un miraggio nella sala affollata. Le sua intimità invece mi si rivelava chiara e nitida, la sue storia nascoste, le sue paure celate, i suoi pensieri di morte, pensieri ricorrenti, ossessivi, che l’avevano portata un passo troppo oltre. Si trovava lì, come me, nella debole speranza di avere qualche risposta.

Anche se non capivo in che modo potessi sapere o ricordare quelle cose non era questa la causa profonda del mio disagio.

Guardavo la ragazza e avevo l’impressione di vedere due immagini sovrapposte, ma non perfettamente coincidenti.

Una, in chiaro, era di una persona reale, che mostra e nasconde nei limiti del suo essere concreta, materiale, viva.

L’altra, in negativo, era di un’entità fugace, imprevedibile, oscura, misteriosa, aliena e pericolosa.

Questa seconda entità mi sfuggiva benché la percepissi sulla pelle con un moto istintivo di disgusto e repulsione.

Mentre la ragazza continuava a fissarmi, ho trovato posto nella fila davanti alla sua, a un paio di poltrone di distanza sulla destra. Ho fatto appena in tempo a sedermi, quando le luci della sala si sono abbassate all’improvviso.

«Buonasera a tutti.»

Il saluto di un certo professore di cui non ricordo il nome mi aveva strappato dal mondo della speculazione e mi aveva ributtato in quello reale, in cui tre tizi di una certa età, i relatori della serata, erano seduti dietro un tavolo sopra il palco illuminato e pretendevano che prestassi loro attenzione.

 In realtà della conferenza non me importava più nulla, era finito lì in cerca di risposte e i brividi che correvano sotto pelle continuano a dirmi che le risposte che volevo erano sedute alle mie spalle e continuavano a trapanarmi la nuca con uno sguardo famelico e ossessivo.

Ho pensato di allungarmi verso la ragazza, alzarmi se necessario, per parlarle. Quando mi sono girato però mi sono sentito un imbecille totale. E paranoico.

Aveva smesso di guardare me per seguire l’inizio della conferenza.

«Le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, riportano un dato allarmante: ogni anno le persone che commettono suicidio sono oltre 800 000.»

I ruoli si erano invertiti. Io fissavo lei e c’è voluto poco a darmi conferma che le mie non erano solo paranoie.

Dietro le sue spalle era visibile per contrasto nel buio della sala un alone debolmente luminoso, una sagoma nebbiosa di un colore grigio, gelido e malsano.

«Fa paura pensare che il suicidio sia la seconda causa di morte più frequente nei giovani d’età compresa tra i 15 e i 29 anni.»

Man mano che la osservavo quella cosa perdeva il suoi contorni sfumati per assumere una maggiore definizione, come quando gli occhi si abituano poco per volta all’oscurità ed emergono dettagli sempre più precisi.

«Anche in questi casi le malattie psichiche rappresentano il principale fattore di rischio.»

La forma era quella di un umanoide traslucido, trasparente; deforme e allungato nel corpo, negli arti e nella testa. Era in piedi chino su di lei, con le gambe arcuate, la schiena piegata e le mani – quelle mani spettrali dalle dita esili – infilate nel cranio della ragazza, si muovevano senza sosta come se le stesse impastando e plasmando il cervello.

«La diagnosi precoce degli stati depressivi e interventi rapidi sono spesso fondamentali per prevenire i tentativi di suicidio, detti in gergo tecnico TS.»

L’essere grottesco si è  accorto che lo stavo osservando e senza interrompere la sua attività manipolatoria ha storto verso di me il suo volto. Quando le fosse vuote che aveva al posto degli occhi hanno intercettato il mio sguardo ho percepito solo una inconsolabile brama, una fame inestinguibile che la creatura esprimeva facendo vibrare senza emettere suono il buco ovale che le si apriva dove un uomo avrebbe avuto la bocca.

«Per questo gli sportelli di assistenza per soggetti in situazioni di crisi sono da considerarsi misure di prevenzione fondamentali.»

Ha staccato le mani dalla ragazza e, nel momento esatto in cui le sottili appendici eteriche sono uscite  via dalla sua nuca, lei è caduta di lato, riversa sulle ginocchia del suo vicino. Ci sono state delle grida, qualcuno si è alzato in piedi chiedendo se ci fosse un medico.

Lo spettro nel frattempo è venuto verso di me con andatura dinoccolata, anche se gli ostacoli materiali non impedivano il suo incedere, sembrava muoversi con estrema cautela. Era attirato e allo stesso tempo intimorito da me.

Quando le luci si sono accese una piccola folla si era già radunata attorno alla ragazza priva di conoscenza – sapevo che non era morta – mentre sotto i riflettori della sala, quella sorta di fantasma era scomparso. Non del tutto a dire il vero, riuscivo a percepire un debolissimo alone di distorsione del mio campo visivo, una specie di leggera sfocatura che continuava ad avvicinarsi lentamente.

Nella confusione che è seguita l’interruzione della conferenza, ne ho approfittato per allontanarmi. Ero nel panico. Ero inseguito da un fantasma, da un mostro extra-dimensionale, o chissà cosa, ma avevo troppa paura per rivolgermi a qualcuno in cerca di aiuto, paura di essere preso per pazzo. Io stesso dubitavo della mia sanità mentale, in fondo una mente portata al limite non è in grado di inventare e creare qualunque cosa? Avevo dato io stesso vita alle mie angosce?

La testa ha cominciato a girarmi, mi sono accorto che stavo correndo, quasi senza volerlo, per uscire dalla sala congressi; sudavo, ma non per la corsa, gocce gelide mi scendevano lungo il collo e mi appiccicavano la maglia alla schiena, rendendo ancora più fastidioso il senso di vertigine.

Non ho capito dove stessi andando finché, appoggiandomi alle pareti dei corridoi, non mi sono trovato davanti la porta dei bagni. Aperta la porta sono caduto a terra, mi sentivo sprofondare, attorno a me un vortice nauseante di piastrelle incrostate mi accompagnava nella sensazione di caduta, interrotta solo a momenti da una percezione ancora più inquietante: una grande macchia sfocata che si avvicinava.

Preso dal panico sono riuscito a rannicchiarmi nel vano tentativo di difendermi e ho sentito scattare qualcosa dentro.

Tutte le luci sono saltate all’unisono e nello stesso istante i conati di vomito mi hanno costretto a chiudere gli occhi; sentivo qualcosa, una sorta di energia animata che risaliva dalle profondità del mio essere e gridava per emergere, per sovrapporsi a me.

Ho dato fondo a tutta la forza che mi era rimasta per ricacciarlo indietro, hi gridato nel buio, senza rendermi conto che avevo spalancato gli occhi.

Davanti a me, ondeggiante al ritmo dei miei ansiti, c’era la larva. Il nome mi risaliva alla mente portato da una presenza ingombrante e aggressiva, la potevo sentire mentre cercava di violare la mia coscienza con la sua volontà.

“La larva è un’emanazione residua del Flusso sagomata per imitazione come una forza vitale, non una coscienza completa, non realmente viva o senziente, un parassita energetico che deve assorbire gli scarti delle altre coscienze per continuare ad esistere, succhiando le loro energie negative, gli stati di morte e inducendone di ulteriori nelle loro vittime.”

Sperimentato questa nuova conoscenza in modo passivo, non riuscivo a reagire, la mia mente era relegata in secondo piano, non potevo neanche muovermi mentre qualcosa dentro di me mi stava spiegando quello che stava accadendo, quello a cui i sensi ordinari non riuscivano a dare una ragione.

La larva sembrava godere della mia debolezza e ha infilati le sue dita sottili come coltelli nelle mie tempie.

Ho sentito un dolore lancinante che dalla testa si è diffuso in tutto il sistema nervoso, come se stiletti di ghiaccio affondassero nella carne e nei nervi, poi tutte le sensazioni sono convogliate in una caduta senza fine in uno spazio infinito e oscuro.

Ero io a precipitare, potevo vedermi da fuori avvitarmi su me stesso e sprofondare nel buio a folle velocità; a ogni giro la mia figura cambiava d’aspetto, diventava più allungata e sottile, si copriva di pezze o stracci e alla fine si girò verso di me che mi osservavo dal di fuori e vidi la sua faccia da teschio, grigio come la cenere.

Non ero più solo me stesso, eravamo due coscienze unite e non stavamo precipitando, ci spostavamo volontariamente in ambiente conosciuto, il Buio, solo che la volontà che comandava non era più la mia. Avevamo una possibilità di uscire di lì, di evitare che la larva continuasse a nutrirsi delle nostre coscienze, delle nostre esperienze di morte, ma dovevo abbandonarmi ancora di più, lasciare che fosse il mietitore a guidare per entrambi.

Appena mi sono arreso sono tornato a vedere con la giusta prospettiva, da dentro me stesso, anche se non comandavo più i miei movimenti, ne ero solo un inerme testimone. Ho visto un bagliore, un puntino luminoso che si avvicinava  a gran velocità, trasformandosi in un pozzo di luce nel quale mi tuffai.

Ero di nuovo nei bagni della Littorian, l’oscurità era totale, come il silenzio, ma ero consapevole di tutto ciò che mi circondava. Ero in piedi, sentivo il mio corpo come una massa longilinea e compatta, pronta a scattare, priva di qualsiasi superfluo impulso al movimento, una perfetta macchina operativa con un obiettivo: distruggere la larva.

Avevo appena fatto scattare la falce che impugnavo contro le mani della larva ancora infilate nella mia testa. Lo spettro grigio ha portato i polsi mutilati davanti alla faccia distorta e ha cominciato ad arretrare barcollando. Con consumata esperienza, come se da sempre fosse stata la ragione della mia esistenza, ho alzato la falce per tracciare due rapide arcate in aria. La larva si è svembrata appena colpita dalla lama, dissolta in brani eterici e fumosi.

Subito dopo la luce è tornata , così come le vertigini, brevi flash accompagnati da piccoli mancamenti. Mi sentivo male, lasciai cadere la falce, l’arma toccò terra senza produrre alcun suono e le ordinai – o meglio il Mietitore le ordinò – di rientrare nel Buio e  scomparve assorbita dalle ombre.

Il senso di disorientamento era tale che fui costretto ad appoggiarmi a un lavandino per rimanere in piedi. Nei momenti in cui le lampade sul soffitto tornavano a diffondere luce, quello che vedevo riflesso nello specchio era un teschio coperto da un cappuccio lacero e consunto. Quando la luce tornò definitivamente c’era solo la mia faccia, pallida, emaciata e grondante sudore.

La cosa più probabile è che io sia davvero impazzito, ma se la conseguenza estrema delle mie azioni non è la fine, bensì una seconda possibilità, inimmaginabile, assurda, folle, allora voglio provare a essere di nuovo padrone della mia vita e del mio destino. Ho solo un dubbio: il Mietitore me lo permetterà?

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