Memento Mori 07

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 07

Nick sta cadendo. Attorno a lui il buio costellato di strisce luminose dai contorni tremolanti e sfocati. Precipita in un geyser di ombre e folgori elettriche per un tempo incalcolabile, un’insignificante inezia sperduta al centro dell’infinità. Potrebbe cadere per sempre, al punto da considerare il moto discendente una mera percezione soggettiva. Si convince di essere una bolla immobile nello spazio e nel tempo mentre l’universo si ritrae verso l’inevitabile collasso.

La caduta si interrompe bruscamente sull’asfalto. Tutto è ancora lì, niente collasso universale, e poco glie ne importerebbe poiché per quel brevissimo istante la realtà intera è concentrata entro i limiti del suo corpo. Che sta esplodendo per effetto della gravità terrestre, forza debole, pavida e meschina che attira a sé solo per poi dileguarsi non appena la si raggiunge, lasciando al suo posto un piano orizzontale indeformabile di fredda pietra.

Il fiato gli era stato strappato via della gola nel corso della caduta, per cui è un gorgoglio umido e soffocato quello che esce dalla sua bocca quando la guancia viene schiacciata con forza sulla mandibola, l’osso si sposta e si spacca, i denti rotti saltano dalle gengive e si conficcano nel palato, gli triturano la lingua. La pelle e la poca carne sul lato della faccia che per prima tocca il suolo vengono premuti sulla parte del teschio che ricoprono fino a lacerarsi e disfarsi del tutto, lo zigomo si frantuma e rientra in se stesso fino al naso, l’arcata sopraccigliare si trova compressa tra il marmo e i cranio, si frantuma in pezzi sempre più piccoli, il bulbo oculare schizza via per la pressione. All’interno della scatola cranica, il cervello prosegue la sua caduta  con la stessa intensità, si spappola per inerzia sulla parete encefalica interna, assume consistenza semiliquida e viene spremuto da ogni crepa aperta nella testa.

A questo punto dovrebbe essere già morto, non dovrebbe sentire più nulla, ciò che faceva di lui una creatura vivente ha già cessato di funzionare, in molti casi non esiste più nella forma progettata dalla natura, devastato dall’impatto.

Invece la sofferenza non fa che aumentare, prova il dolore di ogni singolo tessuto brutalizzato, di ogni singola cellula traumatizzata e brutalizzata, senza il beneficio di nessuno shock ad anestetizzare le sue percezioni.

La spalla tocca terra e schizza fuori dai suoi naturali alloggiamenti, strappa tendini e muscoli. Il braccio, sotto lo sterno, si piega in modo innaturale fino a fratturarsi in più punti. Il gomito si infila con violenza nel costato, le costole, spezzate, ridotte a lunghe schegge impazzite perforano i polmoni con profonde stilettate.

Non è mai stato religioso, pensava con sincero ateismo che dopo, il dopo estremo, ci fosse il vuoto, non era preparato a trovare al posto del vuoto il dolore; i sensi lo abbandonano, ma il dolore rimane. Nell’incoscienza clinica sente il sangue defluire dal suo corpo, attraverso di esso passano le sue percezioni e lo sente spandersi sul piazzale in una pozzanghera densa che comincia a coagularsi. Mentre il cuore si ferma lui torna a precipitare. Mentre il sangue guadagna superficie sui lastroni di pietra bianca, lui, qualcosa di lui, filtra attraverso gli strati grossolani della realtà materiale, cola attraverso le crepe del mondo fisico e si riversa sgocciolante tra le fauci di un enorme teschio del colore della luna, non la luna luminosa che guardano gli innamorati, bensì lo sterile satellite di polvere grigia, incapace di ospitare la vita, immerso in un universo privo di stelle e di speranza. Tutt’intorno c’è solo Oscurità senza inizio né fine.

Sente il suo fluido vitale, la sua essenza allo stato liquido, affluire nel sistema circolatorio dello spettro che lo ha inghiottito, come un vampiro spirituale si attacca alla giugulare della sua coscienza per succhiarne tutta l’energia, tutta quella di cui ha bisogno, pur tuttavia senza consumarla, la modifica, la assorbe, ne trae sostentamento e la rimette in circolo mescolata alla propria.

Il suo essere viene disgregato, frammentato, ridotto ai micronuclei essenziali dell’esistenza, amalgamato a un insieme più grande e infinitamente più antico in un vortice di forze primordiali e fondamentali e poi riassemblato, non più completamente sé stesso, non qualcosa di completamente diverso: la sua immagine originale composta però di una sostanza più sottile e rarefatta, un ricordo di vita, il simulacro di un corpo disteso…

Un grido di terrore e liberazione esce spontaneo dalla bocca spalancata di Nick. Viene dal profondo della gola e da ancora più giù, risuona nella cavità toracica, vibra nel basso addome finché c’è fiato.

È appena precipitato giù dal trentaduesimo piano, l’ultimo del grattacielo in cui vive. Sente ancora il dolore scorrergli lungo i nervi, sotto la pelle, nelle ossa. È appena morto. Su questo ha pochi dubbi mentre scatta a sedere sul letto. Eppure è vivo. Il cuore che batte all’impazzata nel petto, i sudori freddi lungo la schiena e sulla fronte, le mani tremanti appoggiate sul lenzuolo sgualcito. Tutti sintomi di un evento spaventoso e traumatico piombato nel mezzo di una vita mediocre.

Recupera la regolarità del respiro mentre si guarda attorno; la poca luce che filtra dalle imposte chiuse delle finestre gli rivela che si trova nella sua camera da letto.

“Un incubo – pensa – È stato solo un incubo.”

Prova ad alzarsi dal letto. L’equilibrio, abbandonato lì da qualche parte nel mondo onirico, non gli rende la cosa facile; le gambe che cedono all’improvviso danno il colpo di grazia ai suoi sforzi. La testa turbina, la fotografia della stanza continua a girargli davanti agli occhi anche dopo essersi arreso. Come se non fosse mai stato al mondo ha bisogno di lunghi istanti per abituarsi a ciò che vede, sente e percepisce sulla pelle. Sensazioni vecchie imbevono come una spugna secca il suo cervello, ma quando prova a strizzare la spugna quello che restituisce è un liquido fermentato che lo stordisce solo respirandone i vapori.

Qualcosa di simile ai postumi di una sbornia colossale, o forse più alla descrizione che gli ha fatto una volta un amico dei sintomi della labirintite.

“Devo avere la labirintite – poi ci ripensa – Ho avuto un brutto incubo, sono solo un po’ disorientato.”

Ripete a mente quest’ultima versione nel tentativo di scacciare dalle orecchie il rumore di pietre sfregate che le riempie.

“È normale dopo quello che è successo…”

È normale voler dire addio alla propria vita e rischiare di perdere la ragione dopo aver subito un grave lutto, come quello che ha subito Nick. La mancanza improvvisa genera un vuoto interiore, un piccolo buco nero al centro dell’anima che fagocita ogni parvenza di senso per quello che accade e quello che è, ogni scopo autoindotto che la mente elabora per non affossare il senno con ondate di casualità, ridà vigore a quella scintilla di purezza che consente di vedere con occhi nettati dalle lacrime che la verità è più grande del singolo come della massa e del tutto indifferente alle sorti dell’uno e dell’altra.

Ancora quel rombo sordo sul fondo dei timpani, persistente, quasi doloroso. Stavolta non gli impedisce di mettersi in piedi e di arrivare con passi barcollanti fino al bagno e di mettersi di fronte a se stesso dall’altra parte dello specchio del lavandino.

Guarda il volto pallido ed emaciato, lo fissa negli occhi cerchiati da profonde occhiaie violacee, indaga oltre le pupille alla ricerca di un ricordo concreto su quello che gli è accaduto la notte precedente.

“Che cosa ho fatto dopo il funerale?”

Pensare alla morte della sua ragazza in modo così distaccato è un buon anestetico per il cuore, ma ogni volta che prova a fissare un punto, un momento, un’azione precisa dell’ultima notte, il pensiero ritorna a lei e gli affonda nel cervello come una picconata in mezzo agli occhi. È costretto a serrare le palpebre per il dolore, si ramifica in tutto l’encefalo, scarica violenti brividi lungo le spalle e la spina dorsale e risale dallo stomaco sotto forma di nausea, aggredisce la bocca, il naso e tutti i sensi connessi.

“Devo essermi ubriacato di brutto.”

 È la soluzione più logica e più comoda. Ficca la testa sotto il rubinetto. L’acqua gelida lo rassicura.

“Deve essere andata così.”

Sconvolto si è lasciato conquistare dall’idea dell’obnubilamento alcolico e ha ceduto alla bottiglia in qualche locale vicino casa o addirittura nel suo appartamento, appena l’emicrania smetterà di tormentarlo non ha dubbi che troverà in salotto i resti della lampada di vetro che conteneva il genio distillato dell’oblio.

Sarebbe tutto perfetto se solo gli incubi, così vividi, così brutali, non gli si riprestassero dietro le palpebre serrate, affastellate in una serie di diapositive in rapido scorrimento.

Si passa le mani sulla faccia, le tiene premute sugli occhi chiusi e il lampo bianco concentrato in mezzo alla fronte diminuisce di intensità. Apre gli occhi e fissa a distanza ravvicinata lo scarico del lavello che inghiotte gli ultimi fiotti d’acqua fredda. Riesce a tenerli aperti, per ora gli sembra un buon risultato, il prossimo è raddrizzarsi per tornare a fissare il suo riflesso.

Con un grido che gli si strozza in gola, balza indietro per lo spavento, cade e finisce a terra in modo sgraziato sbattendo la schiena sulle piastrelle della parete.

Il mondo racchiuso nel suo piccolo bagno torna a ruotargli vorticosamente attorno, così come i pensieri turbinano attorno a quello che ha visto, o crede di aver visto, quando ha alzato lo sguardo. Era un teschio. Lo stesso dei suoi incubi.

“Forse sto ancora sognando.”

Deliri alcolici. Allucinazioni indotte da stato psicotico. Immagine residua impressa sulla retina. Le ipotesi passate in rassegna sono tante per sfuggire alla realtà quando la realtà sfugge di mano e si dissocia dalla ragione. Ma quello che Nick vede riflesso nello specchio quando si rimette di nuovo in piedi è ancora il volto di uno scheletro.

Un teschio coperto di stracci neri sfilacciati e consunti, come se indossasse una tunica erosa dal passare delle ere.

Ancora una volta l’istinto pressante è quello di fuggire, scappare lontano dall’orrore che si mostra oltre la soglia. Più forte del terrore è però il fato predestinato e lo sguardo non riesce a distogliersi da quella maschera d’osso che ha le fattezze del suo volto scarnificato. La mandibola nuda si alza e si abbassa in una parodia di discorso, l’unico suono che ne esce è quello di massi che strusciano tra loro.

Nick comprende tutto ciò che lo spettro vuole comunicargli: si rende conto di star muovendo la bocca, pronuncia delle parole all’unisono con la sua controparte, non può esimersi dal riprodurre gli stessi identici movimenti dell’altro. Nel gioco degli specchi e delle finte realtà, stavolta il riflesso è lui.

Conosce il Flusso, l’energia di base, la radiazione di fondo che permea ogni cosa, le fondamenta dell’esistenza, la coscienza unica e omnicomprensiva che solitaria esisteva all’inizio dei tempi. Percepisce, senza comprenderli, i meccanismi che ne regolano il mantenimento, la persistenza dei delicati equilibri che consentono alle coscienze di organizzarsi come vita e come materia, e le emanazioni del Flusso, il cui scopo è eliminare ogni alterazione e preservare il Flusso stesso nella sua onnipotente demenza, coscienza incosciente la cui volontà è realtà e follia, per cui nulla valgono preghiere e sacrifici.

Inondato, invaso dalle immagini della conoscenza che il mietitore gli trasmette, Nick comincia  a sudare e a tremare, sempre più forte, è scosso da convulsioni, ma non può sfuggire alla presa delle orbite vuote che gli mostrano cosa c’è al di là dell’oscurità siderale. Il suo corpo si ribella alla prigionia, scuote la testa da una parte all’altra finché non riesce ad aggrapparsi a un appiglio ancora saldamente piantato nella sua vita concreta e nella sua mente: lei. Il dolore scaccia il delirio, le pupille rifuggono verso l’alto, si nascondono oltre le palpebre aperte, lì dove vengono ricacciati i sensi quando li perdiamo.

Si accascia a terra semisvenuto, lo stomaco si svuota dei pochi succhi gastrici residui, tossisce, la gola gli brucia, l’acido in bocca gli impedisce quasi di respirare, si sente comunque liberato di un peso, stranamente padrone di sé.

Davanti a sé, nello specchio, c’è il suo volto, ora sa cosa si nasconde dietro, e dopo aver saputo non può provare un senso di totale vuoto, nullità e insignificanza.

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