Darxton, narrativa

To live in Darxton 02

To live in Darxton

2 – Non mangiate quell’hamburger

Ormai è già da cinque minuti che Greg e Sean sono scesi per dare una mano a Kevin con il misterioso “pacco”. Sarò io sospettoso, ma secondo me ci sono state delle complicazioni. Kate è seduta accanto a me sul divano, è nervosa, continua a fissare la porta. Le ultime 24 ore sono state un tale stress per lei, prima l’incidente di Sean e ora questo. Devo starle vicino. E poi da qui riesco a vederle dentro la scollatura della camicetta.

Sono quasi sul punto di farmi mollare uno schiaffo da Kate mentre provo a toccargli le tette, quando la porta si apre e entrano quattro uomini. Tre li conosco, il quarto no, ma tanto è morto.

Kevin, che essendo il più grosso tiene il cadavere da sotto un’ascella – mi chiedo Sean e Greg a cosa sono serviti – , getta lo sconosciuto sul divano e lancia un’imprecazione sottovoce.

Mi scanso un tantino disgustato.

«Questo chi è?» grida Kate scattando in piedi.

«È Ethan Reyes» risponde Kevin, come se questo bastasse.

«E chi è Ethan?!»

«Credo sia questo» le dico indicando col pollice il morto al mio fianco.

Kate mi guarda sgranando gli occhi e sbuffando come un toro alla corrida. Insisterei pure, però ho capito che Kevin non vuole rispondere. E il figlio preferito di mamma Doyle non vuole rispondere puoi giurarci che non risponde. La prima volta che si è unito al gruppo ha fatto lo stesso, gli abbiamo dovuto rompere tre dita con il calcio di una pistola per farlo parlare, ma in quell’occasione avevamo fretta, ora direi che Ethan ha tutto il tempo che vuole.

«E voi non avete chiesto niente? – si rivolge Smemorino e BabyFace – Trovate all’ingresso un cadavere e pensate bene di portarlo nel mio soggiorno? E… E poi si saluta quando si entra in casa!»

Per un attimo quello più chiacchierone del gruppo sembra Ethan.

«Ciao Kate» dice Kate

Prima che le prenda un attacco isterico per fortuna Sean comincia a mugolare.

«Tanto se chiedevo “chi è Ethan?” mi avrebbero risposto “ma come, non ti ricordi Ethan?”»

«Tu non lo conosci Ethan» gli dice Kevin con la faccia molto seria.

«Ma non me lo ricordavo che non lo conoscevo!»

«Comunque – interviene Greg – ritengo che Kevin abbia diritto alla sua privacy.»

La cosa bella è che dice sul serio, non sta scherzando.

«D’accordo…» fa Kate, la mano sulla fronte è il suo modo di dire “mi arrendo”.

«Beh, ma perché lo hai portato qui?» domando.

«Dovete darmi una mano a farlo sparire.»

Mentre riflettiamo sulle richiesta di Kevin, Sean osserva più da vicino Ethan.

«È morto di overdose – dice alla fine – il cuore non ha retto.»

Sto per dire “chissenefrega” aspettandomi pure l’applauso dopo, ma Kevin alza un sopracciglio senza cambiare espressione. La notizia lo ha colpito. Già, ma almeno lui lo conosce Ethan.

«Va bene, va bene – dice Greg mettendosi a sedere al tavolo – a questo ci pensiamo dopo, ora cerchiamo di pensare alla storia di Sean e del WQC.»

Uomo pragmatico Greg: le cose si fanno una alla volta, si apre, si chiude e si passa a quella successiva. Kate non sembra molto d’accordo.

«E coso, là, morto me lo lasciate sul divano?»

«Quando vuole può andarsene.»

Alla battuta di Sean ride solo Sean; Ethan fa giusto un mezzo sorriso.

«Avrei una certa fretta di togliermi un cadavere dalla coscienza, ma… se vi dò una mano a risolvere la vostra faccenda, voi mi aiutate con la mia? – Kevin prosegue senza attendere la risposta, già la conosce – A proposito, in che casino vi siete cacciati stavolta?»

Spieghiamo l’accaduto con parole comprensibili anche a un Ex Seals e proprio da lui esce l’unica proposto decente della serata.

«Andiamo al Water Quality Center e cerchiamo di capire cosa è successo.»

Nel frattempo ho finito di leggere il giornale. Tutte cazzate. Ma non del tutto inutili.

«Sentite, qui dice che al WQC hanno ritrovato i corpi di quattro vigili del fuoco. Sean, vedi se i nomi ti dicono qualcosa.»

Mi guarda fra lo stupito e l’offeso.

«Conosco bene i nomi dei ragazzi della mia squadra! Un momento, perché non c’ho pensato prima, io non ricordo quello che è successo, ma tutte le comunicazione nel corso delle azioni vengono registrate e memorizzate dalla centrale dei White/Red. Se riuscissimo a ottenere quelle registrazioni potremmo capirne di più.»

«Allora andiamo alla centrale dei White/Red!» propone Greg.

«Certo – dice Kevin con la sua tipica ironia da reduce di guerra tossicodipendente – e che gli dice? “Non fate caso a me, sono morto, prendo le registrazioni e tolgo il disturbo per sempre”. Ma ti pare?»

Per fortuna c’è Kate. Innanzi tutto perché è l’unica ad avere una casa quasi normale dove riunirci e poi perché almeno lei pensa che si possa risolvere un problema senza sparargli addosso.

«Potremmo hackerare… cioè, potrei hackerare il sistema della W/R e ascoltare la registrazione da qui. Che ne dite? Eh?» dice annuendo entusiasta.

Un po’ deluso, Greg rimette in tasca la pistola mentre quelle manine da biblotecaria si mettono a lavoro sulla tastiera di un portatile. Ah, quelle manine… e inizio a fantasticare sulle mani di Kate.

«Ecco! Ci sono riuscita!»

Della prima parte della registrazione ho capito solo che un certo Luke, un collega di Sean, era a capo dell’operazione, hanno cominciato a smanazzare con bocchette per l’acqua, estintori e cose del genere per spegnere l’incendio, finché non hanno trovato il cadavere di un uomo, il che era strano perché il complesso doveva essere deserto a quell’ora. Cambiate le priorità Luke ha dato l’incarico agli altri di dividersi e di perlustrare il sito.

I pochi secondi di silenzio della registrazione mi destano dalle mie fantasie erotiche. Quando si sentono i passi del pompiere tra le macerie, il resoconto prosegue con voce forte e decisa.

«Mi appresto a esplorare un edificio semidistrutto al margine sud del complesso, in prossimità del muro di cinta. Buona parte della parete nord è crollata, dentro ci sono dei macchinari, sembra un laboratorio, accedo per controllare che non vi sia nessuno.»

Altri rumori di passi e respiro pesante.

«Confermo. L’edificio è sgombero… No, aspetta, qualcosa si è mosso e anche velocemente.»

Passi rapidi sui calcinacci.

«Dannazione, lo vedo, è uno stupido cane… Oh merda! Non è un cane, è un…. »

Un ringhio copre la voce di Luke. Rumori umidi si mischiano a grida umane. Un “crack” come di un ramo spezzato. Facciamo in tempo a sentire le urla di Luke, poi c’è solo il fastidioso gracidare di un microfono rotto.

Guardiamo tutti basso, poi pian piano gli sguardi si mischiano e alla fine convergono su Sean, che invece guarda davanti a sé quasi con le lacrime agli occhi.

«Mi sembra di ricordare qualcosa… Quando Luke ha dato l’ordine di dividerci io sono andato a est, all’inizio mi sembrava non ci fosse nulla, non si capiva neanche da dove si era generato l’incendio, ma i i fuochi si stavano dissipando quasi da soli, poi ho avuto l’impressione di sentire qualcosa, una voce, una specie di lamento, seguendo quel suono ho trovato delle scae che scendevano, c’era anche un livello interrato. Lì mi sono trovato all’imbocco di un corridoio e l’incendio era molto più attivo che non al piano terra. Tra il fumo e le fiamme non si vedeva molto. Seguendo ancora la voce ho trovato un uomo con un camice bianco, da medico tipo, era appoggiato alla parete, una gamba era girata in modo anomalo sotto ginocchio e doveva avere anche un braccio rotto perché se lo teneva su con l’altra mano. Piangeva, era sotto shock, così ho provato a parlargli, anche se sembrava dover crollare tutto da un momento all’altro. Quando m’è sembrato che si fosse calmato gli ho messo la mia giacca e l’elmetto per proteggerlo e l’ho accompagnato verso le scale. Ho sentito un verso, una specie di voce gutturale, poi qualcosa di grosso mi è piombato addosso buttandomi contro il muro. Ricordo solo una sagoma enorme e la violenza dell’impatto, per poco non mi ha rotto le costole…»

Dico per rompere il ghiaccio, dato che la situazione si è fatto un po’ statica.

«Quindi abbiamo un laboratorio sotterraneo, un cane mutante mangia-uomini, un colosso schiaccia-costole e il mio telefono non fa neanche le foto. Come pensiamo di affrontare la situazione?»

Kevin stringe gli occhi e mi dà ragione con la testa.

«Dobbiamo equipaggiarci!» dice Greg.

Sean scatta in piedi col volto dell’illuminazione.

«Ci sarebbe…»

«No! – intima Kate alzandosi a sua volta – so a cosa stai pensando.»

«Non a cosa, ma a chi.»

Il sorriso che si allarga sul volto di Sean è contagioso, e poco dopo ci troviamo tutti a ridacchiare come chi la sa lunga, mentre la padrona di casa si mette una mano in faccia.

«D’accordo…»

Dirigo il mio taxi verso la zona del porto e lo fermo nel piazzale davanti la rinomata ditta di produzione di carne “Macelleria Ceausescu”. A fianco a me c’è Greg; meglio non avere alle spalle uno col grilletto facile. Dallo specchietto guardo gli altri.

«Ehi Kevin…»

«Ok! Ok! Ve lo dico!»

Veramente volevo solo sapere l’ora, ma a questo punto sono curioso.

«Ieri, nel tardo pomeriggio – racconta – mi contatta Ethan, un mio vecchio commilitone. Non lo vedevo da anni e avrei preferito evitare di rivangare certi ricordi, ma mi è sembrato troppo agitato, così alla fine gli ho detto di sì. Andiamo a bere qualcosa al Wormhole, un locale in Light Street molto affollato.

Mi ha racconta un po’ di lui, di come si è messo a fare l’operaio generico saltando da un lavoro all’altro, ora lavora nei cantieri della MetroMag. Sinceramente m’è sembrato strano perché dava l’idea di essere molto in grana, a suo dire grazie a dei lavori in nero fatti per gente facoltosa. A quanto pare mi ha voluto vedere lì perché si sentiva più sicuro in mezzo alla folla; ancora postumi psicologici della guerra, ha detto. In effetti sembrava voler fare il disinvolto a tutti i costi, ha trovato anche una barista che ci stava, una certa Brooke. Dopo aver bevuto un bicchiere di troppo dice che gli gira la testa e mi chiede di riaccompagnarlo a casa con la sua macchina. Nei vaneggiamenti dell’alcol si gira verso di me con le lacrime agli occhi e mi fa: “Hassan sapeva tutto, gliel’ho detto io. Anthony, Carlos… ora queste morti ricadranno sulla mia coscienza. E chissà quante altre…».

Detto questo strabuzza gli occhi, vomita una specie di bava schiumosa, fa qualche scatto e tira le cuoia. Così, senza preavviso. Non capisco cos’è successo»

«È il caso di chiederglielo» dico scendendo dal taxi.

Gli altri fanno lo stesso e ci riuniamo tutti attorno al bagagliaio aperto. Ethan è lì, il viaggio non sembra essergli dispiaciuto.

«Allora, noi andiamo a parlare con i Ceausescu, tu – Sean indica Kevin – e tu – non si sa perché indica me – andate ad affossare il caro Ethan. Mi raccomando, dovete bucargli i polmoni, altrimenti risale subito a galla.»

Mentre portiamo il corpo sulla banchina, io per i piedi e lui per le braccia, mi viene un dubbio.

«Ehi Kevin, tu lo sai dove sono i polmoni, vero?»

«Ero un marines, non una crocerossina, che ne so dove stanno le frattaglie.»

Mi tiro su mettendomi le mani sui reni per il mal di schiena, passo troppo tempo in auto, dovrei fare un po’ di esercizio.

«E come pensi di fare?» chiedo.

Lui tira fuori un coltellaccio alla rambo e sorride.

«Sono li da qualche parte, basta non essere tirchi con i buchi.»

Si lavora il povero Ethan. Anzi, diciamo piuttosto che si accanisce contro quel disgraziato come farebbe un alcolizzato con il lime di un mojito. Pestato di Ethan…

«Perché ci avete messo tanto?» chiede Kate mentre ci avviciniamo al gruppo riunito fuori la saracinesca della macelleria.

«Michael non la smetteva più di vomitare» risponde Kevin.

Per fortuna nessuno dà importanza alla cosa e posso chiedere una cosa senza troppo imbarazzo.

«Perché siamo fuori e non siamo dentro?»

“Non c’è nessuno” risponde Kevin

“Deve esserci qualcuno – Sean sembra quasi incazzato, forse perché l’idea è stata sua – C’è sempre qualcuno, sono russi quelli, l’hanno inventato loro Stakanov”

“Veramente sono più rumeni che russi” precisa Kate.

“Che cazzo dici, non senti come parlano?”

“Perché tu parli il russo?” anche io come Greg sono stupito della cosa.

“No, ma neanche loro”

“Sentite, proviamo a suonare” per fortuna c’è Kate…

Mentre la dama dalle mille soluzioni suona al citofono mi sporgo verso Kevin.

«Lo senti anche tu questo rumore? Sembra una motosega.»

Non faccio in tempo ad avere una risposta che la saracinesca come per magia si alza davanti ai nostri occhi con un gran frastuono di lamiera. Un colosso biondo con i capelli a spazzola ci guarda torvo dall’entrata dello scarico merci della macelleria. Indossa un grembiule più rosso che bianco e ha le mani sporche di sangue fino ai gomiti.

«Ivan!»

Sean si fa largo per andare ad abbracciare il massacratore del Cremlino. Anche se è più rumeno che russo, lo so.

«Tovarish!» risponde Ivan ricambiando l’abbraccio.

Almeno scopriamo che sa parlare… Noto nel frattempo che il rumore di motosega non c’è più, più che altro ora si sente un lamentio sofferente piagnucolante da dietro un muro nella macelleria. Vedendo il mio interesse Ivan tira un urlo in qualche strana lingua in direzione dell’interno e il mugolio si fa meno intenso e decisamente più isterico. Forse ha ospiti…

«Pensavo di trovare tuo padre» dice Sean.

«No, papa è a premiazione di Isosvanya, lei ragazza più bella di città!»

«Ah, complimentoni!»

Il colosso sembra commuoversi.

«Piccola Isosvanya è cuoricino dentro mio petto, tu sente.»

Ivan prende la mano si Sean e se a porta sullo sterno.

«Tu sente?»

«Eh sì… sento… – risponde con aria disgustata mentre ritrae la mano insudiciata di liquami – Ma… senti, ero venuto qua con i miei compagni perché avremmo bisogno di… di quelle cose che tu sai, no?»

«Tu quanto ha?» e fa un gesto molto esplicito con la mano.

Sean ci guarda, aspetta un nostro cenno di assenso e poi consegna al russo una mazzetta piuttosto spessa di banconote. Come i veri ricchi, Ivan non conta i soldi, li pesa, anzi li soppesa con mano esperta e poi li mette nella tasca davanti del grembiule.

«Benone, tovarish. Io forse trova da una parte glorioso kalashnikov e…»

La contrattazione procede per qualche minuto sull’AK 47 siamo tutti d’accordo, sulle altre proposte fatichiamo un po a trovare dei compromessi, anche perché Sean si è fissato che vuole a tutti i costi un arco da guerra che costa l’ira di dio, che ottiene, e Ivan si è fissato a tutti i costi che deve rifilarsi mezzo foglio di plastico che gli è rimasto da un ordine precedente, il prezzo è ottimo, ma se lo tiene.

Mentre parliamo mi accorgo che Kevin guarda con la bavetta alla bocca qualcosa dietro le spalle del russo, su una cassa. Anche Ivan se ne accorge, si gira con aria preoccupata per guardare a sua volta. Teniamo pronte le poche bocche da fuoco a disposizione. Per fortuna non serve, il terzogenito di papa Ceausescu si rigira con un sorriso da neonato stampato su quel pallone ricucito che ha al posto della faccia e si rivolge a Kevin.

«A te piace? Tu prende. Omaggio di casa.»

Si allunga a prendere la cosa e gliela tira tra le mani. Noi ci dileguiamo di colpo.

«Tranquilli – fa Kevin riponendola in una tasca dei kombat – era un Navy Seals, ci so fare con queste cose.»

Sean gli si avvicina con aria risoluta.

«Che cazzo ci devi fare con quella?»

«Pensa al tuo arco e non rompere i coglioni.»

«Tovarish, tovarish, voi non litiga» Ivan è un tenerone alla fin fine.

«Scusa se ti abbiamo disturbato» Sean si ricompone.

«Nessuno disturbo, io quasi finito, ora però torna a lavoro.»

I mugolii si trasformano in strilli acuti

«Sicuri di non volere plastico in offerta.»

Mettiamo tutti le mani avanti con faccia allegra. Come quando sei a pranzo dai nonni e cerchi di evitare il quarto bis senza offendere nessuno.

«Come volete. Ah, tovarish, piccolo consiglio, voi evita di mangiare hamburger questi giorni.»

Ivan sparisce col suo sorriso angelico dietro un muro della macelleria.

Che strano sento ancora il rumore di motosega.

…continua

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