Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 06

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 6

I lunghi capelli neri della ragazza vengono scarmigliati da una folata di vento non appena scende dall’autobus di linea. Il viaggio è stato lento e scomodo. Non che ci fosse alternativa, a meno di non prendere un taxi, quello è l’unico mezzo per andare da Littoria a Borgo Sa Domu. Non ha preso neanche in considerazione l’ipotesi di mettersi di nuovo alla guida di un’auto. Non dopo quello che è successo sull’Appia, ai suoi amici e a tutti gli altri. Riflette mentre comincia a camminare stringendosi le braccia al petto: probabilmente di amici non ne ha nemmeno più. Riguardo agli altri… Si sente osservata, giudicata, tenuta a debita distanza, come se in lei vedessero qualcosa di diverso. Di certo lei vede tutti gli altri in modo diverso: dopo l’incidente, dopo l’incontro faccia a faccia con il mietitore, le persone che gli capita di incontrare sono per lei poco più che fantasmi nebulosi in attesa di essere dispersi nell’etere da un colpo di falce.

Si muove con la sicurezza dell’abitudine tra strade male asfaltate, da cui spesso sporgono pietre antiche risalenti alla lastricazione più vecchia. Vie così strette che le auto fanno fatica a passare. Accarezza con la sua ombra i muri delle case piccole e basse ammassate le une sulle altre, con i portoncini su strada e l’intonaco sbreccato agli angoli. Non può fare a meno di paragonare il Borgo a una bestia mite sradicata dalla sua foresta e costretta a consumarsi di inedia dentro una gabbia.

Era stato edificato da zero all’inizio degli anni ‘20, una delle tante nuove fondazioni funzionali alla bonifica dell’Agro Pontino; era servito a ospitare i lavoratori che dai paesini sperduti dell’entroterra sardo erano stati richiamati e convinti a trasferirsi dove da lì a pochi anni sarebbe sorta Littoria in cambio dei terreni strappati da loro stessi alla palude. Non si era trattato di un gesto di generosità gratuita, la talassemia era piuttosto endemica in quel piccolo nucleo roccioso della Sardegna, ciò faceva sì che chi non fosse malato probabilmente era portatore sano e quindi molto resistente alla malaria, endemica invece nelle paludi pontine.

Gli emigranti non si erano limitati a rendere coltivabili terreni agricoli, spianare strade e costruire case per poi accontentarsi del pezzo di terra che gli veniva offerto; quella gente volenterosa, ma ignorante, si era portata appresso i segni indelebili di una società povera e arretrata, insieme alla speranza di un vita migliore, i sogni di ricchezza, le loro famiglie, i figli, i santi e tutte le tradizioni di una cultura antica e mai del tutto integratasi col mondo moderno.

Tutto questo era Borgo Sa Domu. Era, perché ormai si è ridotto a essere un villaggio di anziani, malvisto da tutto il resto della provincia. I giovani continuano ad abbandonare quel luogo, consegnandolo nelle mani incallite e rugose delle poche persone rimaste lì a invecchiare e a farsi dimenticare dalla città che avevano contribuito a rendere una realtà.

Sasha lo sa bene. Sono passati non più di cinque anni da quando ha lasciato anche lei il Borgo.

La piazza centrale di Sa Domu. La piazza della chiesa dei Santi Martiri. Semplicemente la Piazza, non ce n’erano altre. Un mosaico di grossi sassi irregolari attorno a cui si dipanavano strade, case, botteghe e le vite degli abitanti. Era tutto lì. Il sacro non troppo sacro e il profano non troppo profano dimoravano nella Piazza, quotidianamente e in alcune ricorrenze specifiche; gli estremi erano stati banditi da tempo.

Sasha è lì affinché quel po’ di sacro che è rimasto nel Borgo la aiuti a trovare quel po’ di profano che ne è stato allontanato.

Come sempre le anziane comari vestite di nero sono riunite fuori dalla porta di qualche casa. Sono le stesse che porta nella memoria. Forse non le stesse prese singolarmente, qualcuna non c’è più, qualcuna è entrata a far parte dell’esclusivo club geriatrico, l’entità collettiva “vecchie della piazza” però è identica a se stessa, immutata da sempre. Se quella era l’alternativa non stenta a comprendere le ragioni che hanno spinto s’accabbadora all’esilio.

La guardano strano, le vecchie e altri passanti. Lei riconosce tutti, ma ha fatto in modo di non farsi riconoscere da nessuno, il trucco pesante e l’abbigliamento al limite della provocazione esplicita la identificano come una poco di buono che viene da fuori. “Fuori” è tutto il resto del mondo oltre i confini del Borgo. Gli occhiali da sole, anche se il cielo è carico di nubi, coprono gli occhi, a cui non ha mai insegnato a mentire e che potrebbero tradirla.

Su Martiriu.

Il nome confidenziale della chiesa ancora le risuona nella memoria della festa che si tiene ogni fine settembre. Viene ripetuto come una cantilena per tutta la processione, che porta i partecipanti a varcare le soglie dell’edificio sacro per la messa.

Come fa lei: sale i pochi scalini che la separano dal portone e dell’unica navata di cui dispone la piccola chiesa. Non è cambiato nulla rispetto ai suoi ultimi ricordi.

“Le cose non cambiano molto in cinque anni” pensa.

Non è cambiato nulla neanche rispetto ai suoi primi ricordi.

“A volte le cose preferiscono marcire piuttosto che cambiare.”

La chiesa è vuota. Neanche questa è una grossa novità. Il parroco esce dalla canonica subito alla destra dell’altare un attimo prima che Sasha decida che quel tentativo sia stata una perdita di tempo. Così decide di restare.

«Posso aiutarla, signora… signorina?»

L’approccio da commesso di boutique non è quello solito di Don Gavino, o almeno non quello che Sasha si aspettava, ma si accorge in quel momento che lo sta fissando già da un po’, troppo per pensare che si tratti di un’inconsueta turista finita lì per curiosità artistiche.

«Sì… cioè, spero di sì – risponde lei – sto cercando una persona.»

Il prete borbotta qualcosa tra sé e sé cercando di non farle notare che sbircia le panche attorno pur sapendo che sono vuote.

«Vi siete dati appuntamento qui?»

«No padre, lei non frequenta la casa di Dio da molto tempo.»

La risposta è seguita da un’espressione di sorpresa che l’uomo in abito grigio non riesce a dissimulare, non ci prova, i solchi sulla fronte si avvicinano alla giovane con una curiosità che già puzza di peccato alla sua coscienza.

«Chi stai cercando?»

La risposta arriva dopo una pausa, il tempo necessario a Sasha per valutare che non ci sono espedienti per aggirare il punto, per cui decide di arrivare direttamente lì.

«S’accabbadora

Il volto del prete perde di colore, sgrana gli occhi.

“Neanche avessi bestemmiato il giorno della prima comunione” pensa Sasha quasi divertita.

La faccia sbiancata diventa rossa e assume i tratti della collera, la fronte aggrottata, i tendini tirati, la mascella serrata.

«Perché la cerchi? Lei non è qui!»

«Ho bisogno della femina e lei, padre, può aiutarmi a trovarla.»

«Sono finiti quei tempi! – urla il prete – Solo Dio ha il diritto di decidere della vita e della morte dei suoi figli!»

Sasha si leva gli occhiali e fissa Don Gavino con gli occhi umidi per le lacrime e arrossati per la mancanza di sonno. Quegli occhi che non potrebbero mentire neanche se lei glielo chiedesse.

«E della loro sofferenza? Chi decide?»

Il parroco perde all’istante ogni impeto d’ira e fa posto allo sgomento.

«Sasha, bambina mia, sei tu?»

La ragazza annuisce con una mano stretta al petto; il nodo alla gola le impedisce di parlare.

«Perdonami, non ti avevo riconosciuto, credevo cercassi la femina accabbadora per… – le mette una mano sulla spalla – Scusami ancora.»

«Non so se avrei il coraggio di chiamarla per quello – la voce le esce in parte soffocata, ma decisa – Ora però non c’entra. Ho visto delle cose… La vita mi è stata strappata dal ventre. Ho provato la morte e sono ancora viva. Voglio solo delle risposte. Può darmele lei?»

Lo sguardo del prete si abbassa e si copre di un velo d’ombra.

«Non credo che ora accetteresti le risposte che ho da darti – torna a guardarla con una compassione triste negli occhi – Esci dalla strada del campanile, poco dopo c’è un sentiero sterrato che sale in collina, seguilo finché non si perde in prossimità del canale. So che abitava lì una volta.»

Sasha non dice nulla. Ringrazia con un cenno della testa e si avvia verso il portone. Non si ferma neanche quando sente la voce dell’uomo alle sue spalle.

«Una volta ottenute le tue risposte torna, la casa del Signore è aperta per tutti.»

“Per tutti…”

Mentre attraversa il bosco a limitare dei campi coltivati, Sasha si sente un po’ cappuccetto rosso, anche se è vestita tutta di nero. Come nella favola ha incontrato il lupo cattivo ed è sopravvissuta. Ce l’ha fatta da sola, senza l’aiuto del cacciatore. Come nella favola è convinta che ci sia un modo per uccidere la bestia che l’ha aggredita lungo il cammino, sventrarla  e liberare coloro che sono stati divorati.

Sente il rumore degli insetti molesti che infestano il grosso canale di irrigazione, ma il sentiero viene inghiottito dalle erbacce prima ancora che veda l’acqua verdastra al di là dei grossi cespugli di rovi che la costeggiano. Cappuccetto rosso si è persa e si imbatte quasi per caso nella piccola casetta, poco più che una catapecchia coperta da grosse chiazze di muffa e circondata dai resti di uno steccato di legno ormai marcito quasi del tutto.

“Possibile che qualcuno abiti ancora qui?”

Nel dubbio affronta le sterpaglie per accedere al vialetto d’ingresso.

La luce che filtra tra le tapparelle mezze decomposte risponde in parte alla sua domanda. La stessa luce calda e soffocata dal fumo che la accoglie quando apre la porta della casa; candele poggiate un po’ ovunque su monconi di cera sciolta creano ombre di cose inesistenti che la accolgono tremolando con la sinfonia del sinistro cigolio di cardini arrugginiti.

L’antro della strega è una stanza, l’unico ambiente della casa separato dal bagno con una tendina inchiodata al soffitto basso. La cosa più strana è l’assenza di elettricità, non ci sono prese, né lampadine o altro che faccia pensare di trovarsi nel ventunesimo secolo. A parte questo niente di soprannaturale o esoterico. Niente alambicchi, niente organi appesi, niente occhi in salamoia, niente corvi imbalsamati. Solo una vecchia stufa a legna che funziona anche come cucina, un letto rifatto con cura, una cassapanca ai piedi del letto, una credenza con una vetrinetta coperta di polvere, un tavolino rotondo in mezzo alla stanza.

Non lo stava cercando, ma quando lo vede Sasha capisce di essere nel posto giusto: in un angolo appena sfiorato dal bagliore delle fiammelle c’è un martello di legno lungo un braccio, su matzolu, con la grossa testa cilindrica poggiata a terra. È la prima volta che se lo trova fisicamente davanti, ma grazie alle storie del Villaggio ha imparato a conoscerne ogni dettaglio anche senza averlo mai visto. Realizzato con un unico pezzo di legno dal ramo di un ulivo secolare, il cui moncone viene lavorato per essere la testa del martello,  da cui deve diramarsi un altro ramo più piccolo pulito fino a diventarne il manico.

Vicino al matzolu, immobile come una statua anch’essa di legno secco e crepato, una figura umana, una donna minuta vestita di nero, seduta su una sedia impagliata, curva sotto il peso degli anni e dei rimorsi. La sta osservando, con una lucidità e una vitalità mai sopite nello sguardo stanco, le braci nei suoi occhi ardono più dei piccoli fuochi sulle candele.

Cappuccetto rosso ha finalmente trovato la nonna.

Le labbra rugose della femina si muovono, ma la voce esce solo dopo qualche istante, quando la gola e la lingua ricordano come si fa a parlare; la voce esce gracidante e cadenzata.

«Sasha, nipote mia, è bello rivederti.»

***

«La prima volta che ho visto lo spettro – racconta la femina – voglio dire, che sono stata consapevole della sua presenza, è stato… È passato tanto di quel tempo… ero poco più vecchia di te. Ero stata chiamata nel podere di un fattore, uno che si era trasferito dall’Isola con tutte le bestie. Ormai era vecchio e un male cattivo gli stava rendendo in cambio di una vita di lavoro e sacrifici una lenta e logorante agonia, insopportabile per lui e per tutti i suoi cari. Mi ero recata alla loro porta indossando un panno nero che dalla testa arrivava fino ai piedi e su matzolu nella mano sinistra sceso sul fianco. Questa è l’immagine di me con cui le donne minacciavano i bambini se non volevano dormire. Ho bussato tre volte sullo stipite con il manico, per farmi riconoscere. Forse la figlia del fattore non si aspettava che arrivassi davvero. Quando mi ha aperto sembrava sconvolta, si è messa a piangere scuotendo la testa da una parte e dall’altra, poi ha trattenuto il pianto con una mano sulla bocca e si è allontanata dall’uscio indicandomi la camera del padre.

«La camera del fattore era buia, illuminata solo dalla luce del corridoio, e puzzava di disinfettante e feci. L’unico rumore erano i gemiti soffocati e i deboli colpi di tosse del malato e i miei passi. Ho girato attorno a tutta la stanza mettendo a faccia sotto tutte le immagini sacre, le foto e i ritratti dei suoi parenti. È difficile accettare di andarsene se l’ombra di una gioia o di un dolore ti tiene stretto.

«Mi sono avvicinata al letto e ho sussurrato qualche parola di consolazione all’orecchio di quello che un tempo era stato un uomo; quello che vedevo io era solo un pezzo di carne inerte, la cui volontà era oppressa da un dolore senza scopo. Il fattore si è svegliato, un barlume di coscienza ha attraversato il suo sguardo, gli occhi velati erano rivolti nella mia direzione, ma non stavano guardando me, c’era qualcosa alle mie spalle, potevo scorgerne il riflesso negli iridi quasi opachi di un uomo morente, attraverso i suoi occhi stavo osservando il pietoso emissario della morte.

«Ero giovane e ancora non capivo molte cose del ruolo che il destino mi aveva assegnato. Temevo che fosse lì per me, per controllare che fossi la persona giusta per essere la femina. Col tempo ho imparato invece che il mietitore è del tutto indifferente alle vicende umane, anche quelle che lo possono riguardare. Ma in quel momento avevo paura, più paura di quanto ne avessi mai avuto fino ad allora, persino più della prima volta che avevo calato il malleus sulla nuca di un sofferente senza speranza per consegnarlo al cielo. Era in attesa, potevo sentirlo fremere, non c’era alcuna bramosia in quel suo aspettare, quasi nessuna volontà, stava solo ottemperando al compito millenario di liberare i vivi dai morti e i morti dalla vita.

«Mi sentivo parte di quel meccanismo, giusto e implacabile. Con delicatezza ho aiutato il fattore a piegarsi su un fianco per lasciare esposta la base della testa e ho preso il martello tra le mani, un’impugnatura salda, così come mi era sempre venuto naturale da che mi era stato consegnato dalla femina accabbadora prima di me. Incorniciata dalla luce della porta c’era la figlia dell’uomo, si stavano guardando con amore, per la prima volta da chissà quanto tempo, riconciliati nel dolore. Ho alzato su matzolu a lato della mia testa e ho calato un colpo preciso e violento. Ed era tutto finito.

«In quel momento lo spettro si è avvicinato al corpo e guardava il petto dell’uomo dal quale stava sbocciando un chiarore ultraterreno. Ho visto Momoti, l’antico dio della morte, come vedo te ora: uno scheletro, grigio come la cenere, coperto di panni e stracci luridi del color della notte, a eccezione del volto ossuto e delle mani… non mani, quelle erano falci, lunghe lame ricurve e appuntite. Le alzò davanti a sé per poi piantarle nello sterno del fattore, lì dove il bagliore stava emergendo con più intensità. Rimase in quella posizione per alcuni attimi, le falci sembravano solide, ma entravano nel corpo senza produrre lacerazioni né sulla carne, né sui vestiti. Quando sembrò essere certo che non sarebbe più accaduto nulla ritirò le lame sotto il suo abito di stracci e arretrò in un angolo della stanza fino a scomparire nel buio.»

Mentre la vecchia parla, Sasha serra la mandibola fino a far tremare tutta la testa e si torce le mani poggiate sul tavolo.

«Nonna – dice con la voce rotta – tu lo conosci. Potresti ritrovarlo?»

«È lui che trova te quando ce n’è bisogno. Le cose non devono andare in questo modo»

«Non dirmi come devono andare le cose! Tu hai sempre fatto ciò che andava fatto, acceleravi dei tempi che forse dovevano essere più lenti. Sei sicura che le cose dovessero andare proprio in quel modo?!»

«Non c’è mai stata rabbia nell’essere s’accabbadora. Solo tanta tristezza.»

«Tu non capisci – dice Sasha tra le lacrime – Si è preso il mio bambino: io lo devo distruggere.»

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