Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 05

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 5

Qualcuno vede la sagoma dell’uomo precipitare, non è stato visto buttarsi dal grattacielo, non si sa da dove è caduto, se si è trattato di un incidente, non c’è nemmeno la certezza assoluta che si tratti di una persona, è solo una macchia scura che corre lungo il fianco grigio del palazzo, tutto qui.

Il tempo in cui l’occhio intercetta e segue la rapidissima discesa nel vuoto non è sufficiente alla ragione per farsi un quadro abbastanza chiaro di quello che sta accadendo, non si sente nessuno dare l’allarme, sebbene la paura già serpeggia tra i più accorti, quella paura irrazionale che segue l’immaginazione di qualcosa di terribile che si pensa possa accadere a breve e stravolgere la prosecuzione di una pacifica esistenza quotidiana.

Il rumore dell’impatto non somiglia affatto a quello di un corpo umido contro una superficie inamovibile, somiglia più a un grande schiocco o un tuono senza riverbero, quello che ci potrebbe aspettare da un aereo che sfonda il muro del suono.

È impossibile determinare con precisione cosa ne è del corpo in caduta libera; nel preciso istante in cui sfiora il suolo ogni fonte di luce salta, in tutto il piazzale rialzato antistante l’ingresso della Torre e nel raggio di diverse decine di metri saltano le lampade dei lampioni, si staccano i contatori, si spengono le automobili e le batterie dei cellulari bruciano. Chiunque si trovi vicino a una fonte elettrica viene colpito da una folgore luminosa e riceve una scossa.

Il punto di maggiore oscurità è proprio quello del presunto impatto, da cui si propaga un’onda d’urto circolare che fa tremare i vetri, incrina quelli più vicini e colpisce i presenti come un getto d’aria compressa.

Dopo un momento di calma assoluta, l’aria si muove in senso opposto e con brusio roboante viene risucchiata violentemente verso il centro, nel processo si scontra con se stessa e si avviluppa in un vortice producendo un boato sommesso, un piccolo tornado che fa schizzare in cielo una colonna di polvere come una parodia sbilenca accostata alla Torre.

“Una bomba? Un attentato?”

La mente tende a ricondurre le sollecitazioni a cui è sottoposta a situazioni già codificate. Così le persone in strada rimangono un attimo paralizzate pensando che sta accadendo a loro uno di quei tragici eventi di cui parlano sempre i telegiornali; il tempo di ritornare sulle parole “strage” e “vittime” scandite dal cronista e vendono l’anima al panico, si danno anima e corpo alla fuga disordinata.

Nel corso di quella piccola esplosione di caos ognuno bada solo alla propria incolumità, così l’unico che si preoccupa della ragazza a terra, priva di sensi è un ex pompiere, abituato a mantenere la calma in situazioni critiche e a soccorrere gli altri, anche se non più in servizio da diversi anni. Le si inginocchia vicino, qualcosa deve averla colpita in testa, la fa rinvenire con qualche colpetto in faccia; constatato che non ha subito traumi gravi se la carica sulle spalle e comincia ad allontanarsi.

«Come ti chiami? – chiede l’uomo alla ragazza – non svenire, rispondimi.»

«Erika… – risponde lei frastornata – mi chiamo Erika.»

«Bene Erika, io sono Vito.»

Lo sforzo sembra levargli il fiato, ma l’orgoglio e il senso di protezione lo spingono ad andare avanti.

«La vedi quel cancello, Erika?»

Lei riesce a malapena a non chiudere gli occhi e scivolare nell’oblio.

«Adesso attraversiamo la strada, giriamo l’angolo e ci mettiamo al sicuro.»

Si addentrano alcuni metri nell’oscurità, fino a guadagnare lo spigolo del muro di cinta di una casa di fronte La Torre. Un muretto in realtà, quasi tutta l’altezza della barriera è composta da stanghe di metallo in mezzo alle quali è stata fatta crescere una densa siepe che le copre. Va bene lo stesso perché poco più in là corre la strada su cui si affacciano i centri commerciali, a quell’ora ancora usata da qualcuno come passaggio secondario per andare dal centro a fuori città e vice versa.

Vito aiuta Erika a scendere dalla sua schiena e a sedersi in posizione eretta, contro il muro di siepi. Lui appoggia le mani sulle ginocchia per riprendere fiato, ha il petto in fiamme, il cuore gli rimbomba nelle orecchie con tale forza che non sente il sussurro di Erika.

Alle spalle di Vito lei vede l’oscurità dividersi e prendere forma. Due sagome umanoidi, gigantesche e deformi, corpi oscuri, assemblaggio grottesco di altri corpi, emergono come fantasmi dal nulla e vanno verso di loro.

«Cosa… Cosa…?»

Vito non la sente. L’affanno è troppo forte e tutti i suoi sforzi sono utilizzati per scongiurare un infarto e per scorgere luci di auto in avvicinamento che possano soccorrerli. Sente però il braccio eterico penetrargli tra le scapole. Si alza di scatto, la schiena inarcata, il corpo scosso dalle scariche di un dolore troppo profondo per essere espresso con dei suoni. Erika invece urla per di terrore, non riesce a razionalizzare quello che vede: uno degli esseri viene risucchiato dentro Vito e lui non trema più, non è più in agonia, si gonfia fino alla massima capacità della sua muscolatura, ogni fibra del suo corpo è in tensione, le vene affiorano sotto pelle pulsanti, il volto è pallido e tirato, però sorride, in modo delirante, con le labbra ritratte sulle gengive, gli occhi so girano all’indietro, rimangono solo dei buchi bianchi e lattiginosi tra le palpebre che piangono sangue scuro e denso, lo sguardo di un male antico e irredimibile.

La paura di Erika viene meno assieme alla sua sanità mentale quando la figura dell’altro essere le si piazza davanti coprendo di nero la sua visuale e le infila una mano nel petto, straziandole la coscienza e sostituendola con una moltitudine di essenze corrotte.

Quando il turbine di detriti si disperde e la polvere si deposita coprendo il piazzale rimane solo una figura nell’epicentro di quello strano fenomeno. Si direbbe un ragazzo, alto e longilineo. Anche fosse rimasto qualche testimone non potrebbe dire di più: è accucciato con un ginocchio e il pugno opposto a terra, il mento abbassato a toccare il petto, la testa coperta da un cappuccio che in quella posizione gli oscura il viso, i vestiti neri, vecchi e consunti – giacchetto, pantaloni, stivali e guanti – non lasciano esposto neanche un centimetro di pelle.

Rimane immobile, scolpito nella cenere che lo ricopre, senza fare alcun movimento percepibile, neanche quello dettato dal normale respiro. Né si muove quando le creature che fino a poco prima erano Erika e Vito escono dalle ombre della strada e salgono i pochi scalini di accesso al piazzale rialzato.

Giunti allo stesso livello, con movimenti scimmieschi, lenti e circospetti si dividono,  ciondolando girano attorno alla loro preda da direzioni opposte, la studiano, cercano degli elementi di conferma: stavano inseguendo un bersaglio e adesso si trovano davanti una cosa diversa. D’altronde anche loro sono diversi da com’erano.

Erika si guarda attorno, indifferente alla ferita che continua a sanguinare sulla testa, un rivolo di sangue cola fin dentro l’occhio bianco e spalancato e si mischia con il liquido scuro che spurga dall’orbita. Arriva fino a un cestino dei rifiuti lì vicino, lo stacca dal palo a cui è imbullonato e lo scaglia con forza innaturale contro la sagoma accucciata.

Lo scatto è repentino, l’incappucciato alza la testa in direzione della ragazza che l’ha aggredito: al posto della faccia c’è un teschio che si perde tra le ombre del cappuccio. Con un movimento del braccio colpisce il proiettile improvvisato, che devia drasticamente la sua traiettoria verso l’alto per poi sfondare il parabrezza di un’auto dopo un volo parabolico di diversi metri.

Non ci sono più dubbi sul fatto che quell’essere non sia più lo stesso che i posseduti hanno inseguito e braccato fuori dal Buio.

Quell’attimo di sorpresa conseguente alla decisa reazione del mietitore gli consente di sperimentare la sua nuova forma e correre verso la ragazza. Il piano, formulato quasi d’istinto, è quello di aggredire i suoi nemici uno alla volta, mirare ai loro punti deboli ed eliminarli, il più velocemente possibile. Si rende conto, però, che non è più solo un’entità immateriale, avere un corpo è qualcosa a cui non è abituato; lo protegge dagli attacchi diretti delle creature oscure che rischierebbero di dilaniare la sua coscienza, ma allo stesso tempo lo appesantisce, lo rallenta, si oppone alla sua volontà, vincolato com’è da leggi fisiche diverse da quelle che regolano il Flusso.

Il risultato è uno scatto, silenzioso, preciso, veloce, anche se non abbastanza veloce da sfuggire all’assalto brutale del posseduto che gli si getta addosso con tutta la sua massa grottesca prima che possa intercettare la sua compagna.

Rotolano sulla pietra impolverata avvinghiati l’uno all’altro. Il corpo di Vito viene spinto al limite, i muscoli si gonfiano all’estremo nel tentativo di spezzare l’avversario stretto nella sua presa. Il mietitore colpisce con pugni, gomitate e calci in rapida sequenza la figura ipertrofica che cerca di stritolarlo. Colpo dopo colpo sente aumentare la forza e la padronanza del proprio mezzo fisico.

L’ultimo pugno sulla nuca del posseduto, ottiene l’effetto voluto, la presa si allenta, Vito barcolla come se faticasse a mantenere l’equilibrio, mentre il mietitore si rialza solo per venir colpito all’altezza dei reni da un calcio sferrato da Erika che lo catapulta alcuni metri più in là, in strada, lungo il cordolo di una rotonda. Senza lasciargli il tempo di reagire, la posseduta gli è addosso per colpirlo con un calcio all’addome che avrebbe ucciso qualsiasi persona. Il mietitore però non è una persona, anche se ha dovuto impadronirsi della forza materiale di un uomo per avere una chance contro i suoi aggressori. Rotola sull’asfalto in direzione delle case e approfitta della spinta acquisita per mettersi in ginocchio e di lì riacquistare la posizione eretta. Quando i posseduti lo attaccano di nuovo, stavolta insieme, è pronto.

Para e devia i colpi che gli vengono sferrati senza lasciare vuoti di tempo; la potenza degli attacchi è compensata dal fatto che con la loro foga animalesca quasi si intralciano l’un l’altra nel tentativo di girargli attorno e di afferrarlo. Una mossa sbagliata della ragazza invasata consegna il polso direttamente nella mano del suo avversario, prova a liberarsi con dei violenti strattoni, ma la forza del mietitore è pari se non superiore alla loro. Una semplice torsione mentre gira su se stesso per portarsi alle spalle della posseduta e la presa al polso si trasforma in una chiave articolare che sloga le giunture del braccio in modo orribile e rumoroso. Erika urla di rabbia, non di dolore. Per prendere tempo il mietitore le dà una spallata tra le scapole gettandola addosso al compagno.

Appena riprendono l’equilibrio, i due posseduti si girano ancora verso di lui pronti a riprendere l’assalto. Gli occhi infossati non concedono tregua, sui loro volti, sempre più tirati, si staglia un ghigno folle. Anche su quello della ragazza, benché il braccio destro le penzoli inerte lungo il fianco, attaccato alla spalla dai brandelli che restano dei suoi tendini.

Se continua a combattere in quel modo probabilmente i corpi che ospitano i suoi nemici moriranno senza che sia riuscito a sconfiggerli. Il mietitore acquisisce questa consapevolezza nel momento in cui percepisce all’interno dei mostri che lo fronteggiano una scintilla di energia; sono le coscienze di due esseri umani che dovrebbero essere lontani dalla loro morte. Può il tetro mietitore essere la causa della dispersione di una coscienza non ancora destinata a riunirsi al Flusso? Sa che potrebbe. In quella nuova forma ha acquisito delle capacità decisionali che non hanno mai fatto parte della sua missione e della sua ragione d’esistenza. Ed è incerto su cosa fare.

Votati solo all’annichilimento e alla distruzione, i posseduti, invece, approfittano del suo smarrimento e gli si gettano addosso, lo alzano di peso e assieme a lui si gettano contro una fila di macchine parcheggiate lungo il marciapiede. Il mietitore esita, prova a parare i colpi, per lo più li incassa, e comincia a chiedersi quanto ancora potrà reggere il suo nuovo corpo. Le dinamiche a cui devono sottostare gli esseri materiali ancora gli sfuggono in gran parte, sente però di non dovervi sottostare completamente, in qualche modo è ancora una creatura nativa del Flusso e può ancora piegare il Buio ai suoi voleri.

Prova a concentrarsi, gli basterebbe un istante, che gli viene negato. Vito è su di lui e lo schiaccia a terra, forzando con entrambe le gambe riesce a fare leva e a spingerlo lontano, solo per lasciare campo libero all’altra posseduta che con l’unica mano abile gli serra il collo in una morsa letale e lo schiaccia a terra.

«Saremo di nuovo liberi» dice Erika con una voce uscita dai più profondi pozzi della disperazione.

Quello è l’istante che gli serve. Il Flusso ha generato il mietitore come uno spettro con lame ricurve al posto delle mani per recidere il legame tra l’energia che compone la coscienza e la materia, quelle sono le sue armi naturali che in questa forma non possiede più. Deve solo ricrearle.

L’ombra prende, nelle sue mani, la forma e la sostanza di un lungo bastone nero come l’ebano, al termine del quale si allunga una falce d’osso rilucente.

Il mietitore manovra il manico della falce come se fosse un’estensione delle sue braccia, la lama guizza simile a un raggio di luna e attraversa il gomito che lo forza alla parete. Se avesse voluto avrebbe potuto colpire quel braccio, materia contro materia, reciderlo probabilmente, ne è consapevole, così come è consapevole di voler ferire solo il parassita che comanda l’arto. E così fa. La mano che lo stringeva diventa inerte, privata dell’energia, della volontà che la guidava. La posseduta arretra, non sorride più, sembra anzi provare dolore. Il mietitore scatta in piedi e descrive due lunghi archi con la falce, rapidissimi, precisi come interventi chirurgici. La prima volta la lama saetta all’altezza della vita di Erika e recide il legame che consentiva al mostro di comandare le gambe. La seconda volta la punta ricurva si pianta nel mezzo della fronte. Un ultimo sguardo malevolo, poi le pupille della ragazza ridiscendono dalle palpebre e tornano al centro degli occhi, incoscienti, ma ravvivati da un barlume di umanità, e nello stesso momento le membra si rilassano e i muscoli esausti si distendono dopo lo sforzo estenuante.

L’attenzione del mietitore si sposta sull’altro posseduto e trova solo il corpo di Vito che si accascia al suolo, privo dell’energia e della volontà che fino a un attimo prima lo pervadevano. Vicino al corpo un’ombra più densa dell’oscurità ambientale lo guarda, non in grado di provare paura nel senso umano del termine, mantiene una parvenza di istinto di conservazione e non vuole terminare la sua falsa esistenza. Appena il suo nemico si muove con la falce alzata pronta a colpire, l’ombra si dissolve e fugge nel Buio, dove la materia non può seguirla. Quando sente un’energia inarrestabile aprire uno squarcio di traverso sulla schiena e tranciarla in due scopre suo malgrado che il mietitore sfugge a questa regola. Prima di disgregarsi in brandelli sfilacciati di coscienza, lo spirito deforme riesce a girarsi e a guardare due orbite vuote che lo fissano attendendo l’inevitabile.

Nel vuoto, un essere che non è più ciò che erano le singole parti che lo compongono, torna a dividersi. Una forma umanoide, traslucida e luminescente che ricorda di essere Nick, ma sa di non esserlo più, non del tutto almeno. Di fronte a lui uno spettro coperto di stracci si staglia immobile sul nulla, con la faccia scheletrica della morte. Tra loro il corpo di un ragazzo martoriato da una caduta di trentadue piani.

«Dove… siamo…?» chiede Nick.

Il dubbio non viene espresso volutamente, si propaga nell’ambiente oscuro e viene percepito dallo spettro.

«Questo è il Buio, siamo ovunque e in nessun luogo» risponde una voce simile al rumore di pietre sfregata.

«Sono vivo?»

«La coscienza precede la tua concezione di vita.»

Dicendo così lo spettro indica il cadavere spappolato che giace tra loro.

«Quello sono io?»

«La tua materia.»

«Ricordo di essermi buttato, cercavo di morire… Tu mi hai salvato?»

Lo spettro ha un momento di titubanza.

«Non avresti accettato di unirti al Flusso, per questo sono riuscito a raggiungerti.»

Nick non risponde. Si considerava già un suicida pentito post mortem, ora semplicemente non capisce, fa fatica a credere.

«Anche… quelle cose?»

«Hanno seguito me.»

«Che cos’erano?»

«Anime nere, coscienze che hanno rifiutato la pace del Flusso. Il Flusso le ha isolate, come scorie, col tempo hanno perso coesione e individualità. Qualcuno come te, che dovrebbe essere morto, ha fatto da tramite per liberarle e farle arrivare qui.»

Il Buio comincia a condensarsi, acquisisce spazio e dimensioni, sostanza e colori.

«Cosa sta succedendo?»

«Ti sto portando indietro. Ti stai vegliando.»

«E se non volessi tornare?»

«Mi serve il tuo aiuto, poi, se lo vorrai, sarai libero di andare.»

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