Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 04

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 4

Nei quartieri bene della città non è difficile imbattersi in persone di tutte le età che vagano apparentemente senza una meta fino a notte tarda. I loro abiti sono buoni, non sono dei vagabondi per vocazione, né per necessità, non più di quanto non lo sia chiunque altro. La strada non è la loro casa, la sfruttano, la violano, la calpestato come invasori per vivere il tempo di un breve pellegrinaggio in terra straniera. Il pellegrinaggio di un anima offesa che deve chiedere perdono innanzi tutto a se stessa. Questo dicono i loro volti.

Nick lo sa bene, è un osservatore a volte distratto, ma i dettagli gli risalgono sempre alla mente, li preferisce di gran lunga alla visione complessiva, gli danno l’idea che l’ordine delle cose non sia solo il capriccio casuale di un piccolo dio impazzito.

Conosce bene quei volti, tutti in qualche modo si somigliano, hanno scritto nei loro lineamenti un’indifferenza forzata, la stessa atarassia da bluff consumato che vede riflessa nella vetrina notturna davanti a cui si è fermato. Continuare a camminare perso nel flusso dei propri pensieri a volte è l’unico modo per non affrontare il dolore dell’esistenza. Nick però ha sempre guardato con pietà quei vagabondi della coscienza; l’unico modo che ha per non essere come loro è combattere faccia a faccia la sofferenza, con coraggio e determinazione, fino alla fine. È scappato abbastanza, ora ha la lucidità per decidere lui il luogo e il tempo dello scontro.

Guarda la sua immagine intrappolata in una manciata di millimetri di vetro e sente che in qualche modo quello è il vero se stesso, vestito con abiti troppo eleganti per un giorno qualsiasi di un uomo qualsiasi, rovinati da una fuga lenta e logorante, schiacciato tra un mondo buio e popolato di persone che si cercano tra loro per condividere la paura che hanno gli uni degli altri e un mondo illuminato da luce artificiale che parla di falsa felicità in offerta. Decide che stanotte infrangerà il vetro e sarà libero. E si incammina verso casa.

“La Torre”. Moderna, altissima, curata nei dettagli, sfavillante; vero monumento celebrativo di una società giovane e dinamica, per alcuni, gigantesca lapide del buon gusto e dell’equità sociale, per altri. Per Nek un posto come un altro dove vivere, forse non tutta, la vita dove poter mettere su famiglia.

Ha acquistato un bilocale al quinto piano quando ancora era aperto il cantiere, aveva fatto un affare e non se ne era mai pentito. Prima di infilarsi sotto la tettoia della hall guarda in alto e identifica l’apertura del suo balcone dietro la griglia bianca a sbarre orizzontali che corre verso l’alto coprendo tutta l’altezza del grattacielo, ce ne sono due per ogni lato, alternate da strisce azzurrognole e lui e lucide  a specchio. Le percorre con la vista, avanti e indietro. La Torre dovrebbe essere alta 130 metri, se ricorda bene; fissa la sorta di cassero sulla cima e non stenta a crederlo, ha le vertigini è deve tornare all’altezza del suo buco domestico per riprendersi.

Si rende conto all’improvviso che non è mai andato più su, né con il corpo, né con la fantasia: mentalmente il palazzo finisce a casa sua.

Quanti piani ha?

Più di venti di sicuro, sa che dal ventunesimo non ci sono più appartamenti, solo uffici; glielo disse la gente dell’ufficio vendite tra le altre informazioni preliminari all’acquisto.

Una curiosità davvero stupida da soddisfare in quel momento. Conta trentadue file di finestre e gli sembra un bel numero, un numero adeguato.

«Ciao Fahim» dice entrando nell’ingresso del palazzo.
Il signore egiziano dietro il banco della portineria sorride gioviale.

«Buonasera. O è meglio dire buonanotte. Eheheh. Mi hai trovato per poco.»

Fahim si guarda attorno con aria circospetta, poi si sporge in avanti facendo cenno al ragazzo di avvicinarsi a sua volta.

«Non lo dire a nessuno. Ma mi sono addormentato sulle parole crociate. Eheh. Se lo sa quella del settimo piano ci manda tutti gambe all’aria.»

Nick risponde con un sorriso cortese, ma stanco, senza alcuna allegria.

«Mmm, qualcosa non va, giusto? Aspetta non dirmelo, sono un acuto osservatore io. Vestito elegante… serata galante! Eh? E lei ti ha dato buca. Ho indovinato?»

«Direi di no, purtroppo, ma grazie per l’interessamento.»

È così perso in se stesso che non pensa neanche a interrompere il portinaio, con una risposta perentoria o magari aprendosi e raccontandogli ogni cosa. Tutto gli scivola addosso, aspetta solo il momento per raggiungere il suo obiettivo facendo meno rumore possibile.

«Allora forse un appuntamento importante?»

Un appuntamento con la memoria. Ricorda se stesso, come se si vedesse attraverso altri occhi. Urla di frustrazione, accuse, rabbia repressa lasciata libera di agire e sopraffare la ragione. Strappa qualcosa dalle mani della persona che ha di fronte, la stessa che lo guarda con occhi pieni di lacrime. Prende il piccolo oggetto con violenza e lo scaglia in terra. Si lascia solo il tempo di puntare il dito con aria accusatoria, prima di girarsi e andarsene.

«Proprio così, ho un appuntamento importante – risponde – di importanza vitale.»

La cordiale gravità con cui pronuncia le parole mettono a disagio l’uomo, che distoglie lo sguardo e spegne il sorriso posticcio.

«Ah… certamente, scusami se ti ho fatto perdere tempo. Eheh. Sai, due chiacchiere…»

«Non preoccuparti, Fahim. Posso chiederti una cosa?»

«Uh, sicuro, solo che sto per andare via.»

«Non è una cosa lunga. Sai se c’è qualcuno agli ultimi piani?»

«No, a quest’ora sono già andati via tutti da un pezzo.»

«Lassù ci sono solo uffici, vero? » chiede Nick senza mutare espressione o tono voce.

«Esatto, sai come fanno gli impiegati, no? Alle 5 in punto gli cade la penna dalla mano. Eheh.»

Anche Nick fa l’impiegato, ma non se la prende; la sua penna cade alle 5 meno cinque.

«A proposito – dice Fahim facendo l’occhiolino – sono scoccate le mie 5 in punto.»

Nick guarda il grande orologio della hall, segna le 11.

«Buona serata. A domani» gli augura il portinaio dopo essersi infilato il soprabito.

Nick attende che sia uscito, continua a fissarlo senza rispondere.

“A domani.”

Non vuole dirgli una menzogna.

Quando entra in ascensore, da solo, tira un sospiro di sollievo, anche se la testa gli fa un male cane.

Pulsa a tamburo battente, sembra gonfiarsi e voler esplodere ogni volta che l’ascensore raggiunge un nuovo piano, quando la lucina arancione dietro al numero si accende, il cuneo dei ricordi si insinua sempre con maggiore forza fra le crepe della sua mente. Un altro piano, un altro colpo di martello sul cuneo e la crepa si allarga.

Vede stradine anonime ed eterne percorrere un giardino alberato. Osserva la scena da lontano, il gruppetto di uomini e donne in bianco e nero si dispone con lentezza solenne attorno alla fossa scavata nel prato ben curato. I convenuti lo hanno aspettato per un po’; compreso che non sarebbe più arrivato hanno consentito al prete di procedere. Si avvicinano uno per volta alla voragine e vi gettano una manciata di terra appena smossa; lasciano cadere il loro obolo nell’abisso sperando che la morte si intrattenga a masticare fango e vermi e non si accorga di loro. Sono degli ipocriti, quindj in fondo hanno ragione. La morte, sotto forma di scheletro ammantato di stracci neri si avvicina a loro, li ignora, per il tetro mietitore sono loro gli spettri, gli passa attraverso fino ad arrivare al bordo della fossa e attende sul limitare di quell’altare che si erge in negativo, stampato nel terreno, non si sporge, non guarda dentro, ha il tempo dell’eternità per aspettare.

 Una raffica di vento un po’ più violenta delle altre lo avverte che invece la sua attesa è terminata. Si trova lassù da quasi un’ora, non si sente a disagio, ci vuole tempo per certe cose e lui se l’è preso, tutto quello di cui ha avuto bisogno. Sotto i suoi piedi ci sono 12 piani completamente vuoti, disabitati; sopra la sua testa il primo essere senziente e a bordo di un aereo a molti chilometri di distanza; tutto intorno, al suo livello, solo il tramonto metropolitano in qualsiasi direzione guardi. Non è mai stato così isolato, così solo.

Inspira un’altra profonda boccata di di etere rarefatto, fresco, pulito, non quella roba sporca e puzzolente che chiamano aria trentadue piani più sotto, qui può respirare il cielo, potrebbe toccare le stelle se solo le luci della città non le offuscassero.

“Ma va bene lo stesso.”

Gli va bene camminare sul lastricato, ha l’impressione di essere il protagonista di uno di quei vecchi film di fantascienza in cui si immaginava un futuro spersonalizzante, asettico, iper rigoroso e tendenzialmente vuoto.

Gli sceneggiatori di una volta non erano stati sempre molto lungimiranti, delle quatto profezie solo la prima si era realizzata appieno le altre tre erano degenerate in un caos strabordante di inutile ciarpame.

Eccolo lì sopra, esploratore del suo nuovo piccolo mondo squadrato, appena uscito dalla cabina che spunta come un fungo dalle grosse mattonelle del solaio. Cammina con passo posato verso la coltre oscura che lo circonda da ogni lato, piano, quasi avesse paura che la sua debole presenza finisse schiacciata tra il pavimento e la notte.

“Schiacciata.”

Era stato questo il termine usato per cercare di spiegargli in modo semplice che la morte era avvenuta per compressione dello sterno e degli organi interni.

«È rimasta schiacciata tra il rimorchio di un camion fuori controllo e il guardrail.»

Non aveva fatto nulla di sbagliato, nessun errore da “donna al volante”. Si era solo trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato.

«La dinamica è troppo confusa per sapere cosa sia accaduto esattamente – gli aveva detto un agente della polizia stradale che sul luogo dell’incidente non ci aveva neanche messo piede – probabilmente è stato un gruppo di ragazzi ubriachi a causare il tamponamento a catena. L’Appia è una strada terribile. La sua ragazza si è trovata lì mentre l’autista del camion ha sterzato per evitare di travolgere i veicoli che aveva davanti.»

Si è trovata lì, ma lei, lì, non ci sarebbe dovuta essere.

Così Nick decide che c’è un solo modo per mettere a posto la faccenda. E lo decide dal bordo del cornicione che circonda il solaio. Lui è lì che deve essere, una striscia di cemento larga abbastanza da impedirgli di cadere accidentalmente, anche se tira molto vento. Tutto quello che deciderà di fare richiederà determinazione e coraggio, lo stesso coraggio che gli è mancato quella mattina.

Lavato, vestito, profumato come per andare a un appuntamento importante, era stato facile non pensare mentre camminava con passo spedito fino al cimitero, aveva persino comprato dei fiori. Quando si era dovuto fermare aveva capito che assieme al funerale della ragazza che aveva amato si sarebbe svolto anche il suo processo morale. Quanti di quelli che erano riuniti per piangere la scomparsa prematura di una giovane nel fiore degli anni sapeva del loro litigio? Proprio quando lui le aveva chiesto di sposarlo, lei aveva deciso che fra loro due non dovevano esserci segreti, ma lui non era stato disposto ad accettare tutta la verità. La verità rende liberi dalle paure, liberi di affrontare la vita pienamente.

Lui quella libertà non la voleva, si teneva stretto alle sue paura, anche quella mattina aveva lasciato che fossero loro a guidare le sue azioni facendogli imboccare un sentiero laterale che lo aveva portato fuori dai cancelli del cimitero e da lì nelle strade della città a vagare per ore perso nelle sue riflessioni da codardo.

Che scuse aveva lui per averla trattata a quel modo? Far finta di scoprire cose che sapeva benissimo anche prima che lei le confessasse? Lei non lo amava abbastanza. O lui non la amava abbastanza? Mentre guarda in basso, giù dal dirupo del palazzo, la verità si confonde per le vertigini, non è più sicuro di quale versione avesse scelto. Per farne cosa poi? Forse giustificarsi agli occhi di coloro che lo giudicavano per aver litigato con lei, averle urlato in faccia tutto il suo disprezzo e averla lasciata, per essere fuggito da lei. Forse. Contro il suo vero accusatore però questo gioco non regge, poiché solo lui sa del messaggio arrivato sul suo cellulare.

“Perdonami, amore mio. Parliamo, vuoi? Sto arrivando da te.”

A casa sua. Correndo sulla Statale 6 per arrivare da lui, per non lasciare che il litigio di una sera rovinasse la storia di una vita, per calmare con il suo coraggio le paure di entrambi, in fretta, quella sera stessa, prima che le parole dette con rabbia, senza pensare, diventassero fatti.

Come poteva saperlo lei che non ce n’era alcun bisogno?

Perché lui aveva detto quelle cose solo per paura di non essere alla sua altezza, di non valere abbastanza. Per paura di perderla.

Non sarebbe dovuta essere lì.

Non aveva avuto il coraggio di andarle in contro. Neanche quando si era trattato di dirle addio. Ora non ha nemmeno il coraggio di affrontare il mondo e la sua stessa vita. Preferisce fare un passo avanti e affrontare la morte.

La caduta non è come se l’aspettava. L’aria che gli comprime il petto e gli schiaffeggia la faccia, non ha la forza di sradicare l’angoscia dalla sua anima. Credeva che sarebbe bastato il volo di un attimo, in accelerazione costante, a spegnere i sensi di colpa, a portarlo in alto, oltre i legami che lo incatenavano nel fango e al ricordo di lei, l’unica cosa che sia mai sfuggita alla legge della mediocrità che regola la sua vita.

E invece sta solo cadendo. Non riesce a respirare, il fiato, quello sì gli schizza via dai polmoni e dalla gola, probabilmente morirà d’infarto prima di toccare terra. Se l’è fatta nei pantaloni un’eternità fa e, se esiste qualcosa dopo, ha paura che dovrà passare quella stessa eternità a strizzare piscio dai vestiti. Ha paura che soffrirà, se mai dovesse sopravvivere alla caduta; ha letto che una volta è successo di uno che si è buttato dal tetto e se l’è cavato con la testa rotta, certo non era il trentaduesimo piano…

La testa di Nick è già rotta da tutti i pensieri stupidi che premono per entrare e uscire, ma quasi alla fine focalizza che la paura più grande è che il suo salto nel vuoto non abbia risolto proprio un accidenti. Mentre cade sente che i suoi dubbi non si sono sciolti come sperava, le cose in sospeso non si sono risolte come per miracolo solo perché sta per morire. Pensava sarebbe stato più facile. Forse al termine della sua vita, come lui l’ha scelta, forse vorrebbe più tempo, ma il tempo è scaduto, ha buttato giù la clessidra, niente più incertezze, c’è solo la strada.

Apre gli occhi, non si era neanche accorto di averli chiusi, li apre e vede solo la strada che si avvicina a velocità pazzesca, e più si avvicina più vede allargarsi un pozzo oscuro sotto di lui, esattamente sotto di lui. Prima solo un punto nero, poi una voragine.

“Ci cadrò dentro – pensa senza preoccuparsi dell’assurdità del fenomeno – forse è la porta dell’inferno che si apre ai suicidi.”

Se il vuoto che sta facendo collassare la realtà per accoglierlo è una porta, si apre per far emergere qualcosa o qualcuno dall’oscurità.

Il ragazzo vede una figura risalire il pozzo, volargli incontro, cadergli addosso; uno spettro coperto di stracci svolazzanti, con falci al posto delle mani. Il volto dell’essere rivolto verso di lui è un teschio ruvido di cenere compressa con la bocca spalancata, come se stesse urlando o volesse inghiottirlo.

Non c’è più tempo per cercare di capire, la caduta è finita e le due figure si trovano faccia a faccia all’altezza del suolo, si guardano solo per un attimo, occhi terrorizzati persi dentro orbite crudelmente determinate.

Un attimo dopo Nick non è più quello che era prima.

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