Medioevo, narrativa

Spirito di contraddizione

Ginepro si avvicinò al focolare stringendosi nella rozza tunica e osservando la zuppa di cavolo ribollire nel tegame di coccio: ogni tanto saliva a galla qualche bel pezzo di maiale ormai ammorbidito, preso dalla sua piccola riserva di carne salata. Quello che ci voleva in una notte fredda come quella.
Sentì un lamento e un tòcco proveniente dalla porta del romitorio. Aprì e trovò vicino ai suoi piedi una figura vestita di vergato rosso e blu, col sedere per aria, la faccia a terra, che continuava a bussare a vuoto.
“Giustaforca! – disse rialzando il giullare – Domineddio se’ ubriaco.”
“No frate. Hic!” disse l’altro crollando a terra. “Si beviti tutto chello vino sanza magnare nulla finirai co l’impazzare. Deh, siediti.”
Non appena fu trascinato sullo sgabello si buttò sul tavolaccio a braccia allargate.
Ginepro si affrettò a servire due scodelle di zuppa fumante, una brocca e due bicchieri.
Devi dare roba solida allo stomaco. Lo cibo è tu’ amico!”
Giustaforca si versò del vino denso e spumoso, poi fissò intensamente il bicchiere.
“Ecco ‘l bell’amico d’ogne grande omo. Ecco lo vino de generose vigne, ca rende cortese, franco et indomo.”
“No, lo spirto dello vino rende folli e disperati.”
“E più nella gora l’omo se lo pigne, tant’è gustoso e porta disio, ché fae grade pure l’anime arcigne.”
Ginepro scosse la testa al biascicare dell’altro, versandosi un po’ di vino e assaporandone a lungo un sorso, prima di dedicarsi alla zuppa.
“Lo spirto dello vino, stolto iullare, dev’essere esorcizzato dallo cibo. Deo, magna!”
“S’uno vino forte, robustoso e brio, bagna all’omini lo foco nello core, mena allo foco anco l’animo pio.” disse Giustaforca ammiccando verso il monaco.
“Laida bestia, dici chesto a uno santo eremita?!”
Per calmarsi Ginepro sorseggiò un altro bicchiere.
“Amico frate, uno vino diverso de sottile umore, placa e cheta mestizie anco prodi, dona riso, svago, letizia e amore.”
“Ingordigia, eresia e lussuria, tutto in uno animale…” scosse la testa e bevve ancora.
“Allo vino cantighiamo inni e lodi, ca bona commenda li si fa ‘n tutt’i modi!”
“Ma lo vino da solo è como un’anima sanza corpo.”
“Ahahah, mellio, è più pura.”
“Bada a como parli, li catari dualisti sono paglia da rogo. Como puoto spiegare alla tu’ mente restretta…”
Un altro sorso venne a schiarire la mente e la gola.
“Diciamo di nostro Signore.”
Un rutto del giullare fu seguito da una violenta mestolata sulla sua testa.
“Lo legame che unisce lo vino allo cibo ch’accompagna è multo forte, mistico. Noi adoriamo lo corpo e lo sangue dello Salvatore sotto la doppia specie dello pane e dello vino. L’uno è la forma, simigliante la Chiesa, l’arenga delli fedeli. L’altro è l’essenza, lo sacrificio ch’ha reso liberi tutti l’omini. Lo primo sanza lo secondo sarebbe voto, sanza vita; lo secondo sanza ‘l primo avrebbe nulla cagione. E sì pure vale pe lo pane, lo cibo, e lo vino. E poscia, como diciti – altro rutto e altra mestolata – sonci vini diversi pe cibi diversi, come diverse sono l’anime che animano corpi diversi. L’omini, salvo te, sono dotati dell’anima più elevata, chella razionale.”
Soddisfatto dell’intervento culturale si gratificò con un altro bicchiere di vino.
“Tu credici?” chiese il giullare massaggiandosi la testa.
“Pascasio Ratberto, alli tempi dello ‘mperatore Lodovico, chiarì nel suo De sanguine et corpore domini, che la veritade sulla transudat… trastulz… transust…”
“Ahahah, anco te lo vino datti alla testa.”
“Taci, è lo sonno, non sono ubriaco, ho finito la mea zuppa vedi?”
“Alotta se’ pronto per uno brindisi. A Pascasio e allo spirito ca venze sullo corpo.”
“Giustaforca, atro animale sanza Dio!”
“Alli catari!”
“Ma… e va bene – disse Ginepro levando il bicchiere – Allo pane cotidiano! Allo cibo.”
“Allo vino e a Bacco!”
“Sic… a Bacco…”
Bache bene venies gratus et optatus.” Cominciò a cantare Giustaforca.
Per quem noster animus fit letificatus.” Continuo Ginepro.
Poi conclusero insieme:
Istud vinum bonum vinum, vinum generosum, reddit vinum curialem probum animosum!”

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