Medioevo, narrativa

Uno diavolo pe sonaglio

Codesta che legete è l’istoria brieve delli primi ‘ncontri tra lo giullare Giustaforca delli Guai, episcopo delli stolti e prenze delli savi, e messere lo Diavolo, cui li primi credonsi a gabbare e li secundi a fugire.
Ponesi codesta charta all’occhi vostri a guisa di favola rustica, co lo ‘ntendimento di ricogliere li motti ‘ntorno tali fatti, ma non crediate ca siano menzogne, però che sempre mai fu detta veritade più vera e spaventosa.

Comincia lo riconto che già erano l’anni dell’incarnacione de nostro Segnore allo novero fattisi di milledugento. In quello die quando Giustaforca era invitato a lauto convitto e nobile multo, e deportavasi di dileggiare l’uno e l’altro de’ segnori lì aunati, malparlava dell’una e dell’altra dama che veggeva, quinci e quivi disvelava li segreti e riportava le malevoci di questa e quella fameglia, sì che l’uno rideva e l’altro isguaiava, l’uno lo lodava e promettevali guiderdone e l’altro lo comandava allo gran Nimico e giuravali lo ‘nferno in sulla terra.
Quando una dama li chiese se fosse venuto lì a giuocolare colla loro bona fama, sì rispuose:

Domina, nomm’alzeria dallo giaciglio allo mattino
pe nulla cosa che vi riguardi pur poco da vicino,
de voluntate no moveria pel vostro canto
non pure se stretto da uno ‘ncanto,
e per quanto mi diletti questa laida vicenda,
d’attizzar braci sotto le vostre pudenda
ora non è mia la parte della mosca noiosa.
Son qui per dire lo vero, sanza tema e sanza posa.

Ma uno nobile messere e ricco, che siedeva tra li boni omini dello conselio cittadino, rampognollo:

Averai tema e posa etterne, stolto,
se seguiti a voler lasciare sciolto
lo cane recintato dentro la tua bocca.

E sanza dare allo messere tempo di dire altri motti, Giustaforca lo rispuose pe le rime:

L’offesa di certo la mea lengua non la tocca,
s’apprender d’essere uno segugio da traccia
dallo verro istesso cui si dà la caccia.
Perché vi derido, domandate?
Però che voi tutti, niuno fora, mi dispregiate.
Puah! E ricambio lo dispregio Son Giustaforca io
e sbeffeggio ogne nobile, dama e vicario di Dio;
dispregio ogne avere, divizia e patrimonio.
Se fosse qui derideria anco lo Demonio!

Ogne uno e ogne una trasaliro, perdevano di senno e isbiancavano como se li avessero testè detto che lo vino dolce bevuto fino allo momento fusse piscio e Giustaforca uscì de la sala e dello convitto in compagnia pure della sua parva marotte, cui nome avea Forchetta e robba il simigliante desso, e d’uno triste lai che favella “Tu non puoti!”, “Come osi!?”, “Non intendi?”, convinto che lo dimonio aggia tropo affare a tener aperte le porte dello ‘nferno alli nuovi venuti, per curarsi delli motti d’uno stolto giullare.

Girando pensoso allumato dallo chiaro di luna, isbattè contro uno crasso mercatante, gravato di anella, ori e scarselle sonanti le moneta e dicette a Forchetta como se alcuno non udisse:

Colui propio non ha brama di restare vivo…
Lo primo malnato ch’incontri, sanza motivo,
l’ucciderà pel su’ danaro. Che diconli le cervella?
Folle! Salvoli la vita e li prendo la scarsella.

Lo mercatante, cui, non sacci la cagione, si credeva lo volesse derubare, venneli innanzi come fare di sua ricca schiatta scudo e brando.

Mostriti – disseli – laido, volgare e sanza paure.
La tua lingua è affilata como ‘l becco d’una scure,
ma pugnerai con essa quando sarai braccato
dalla torma di militi e dame cui hai malparlato?

E la risposta dello giullare non gravò tardezza d’arrivare e seguitando a dibattere colla sua marotte disse:

Vien da chiedermi, perché più d’uno, come voi,
quest’oggi pensi alla lengua mia e non ai fatti suoi.
Pria cane da preda, ora perfino lama d’ascia.
Ma dessa è sempre mia, non s’imbriglia e non si lascia.
La lengua è mia, bella e brutta, savia o demente,
mai su nessun culo, sempre a battere su lo dente.
Quello ca duole… e ca pute com’uno cesso
è che proprio ora, punto tempo, adesso
ne sia tanta gente in sì grande novero
affaccendata solo a giudicare la povertà d’un povero.

Vuolevasi Giustaforca seguitare di dare fiato alla gola, ma una voce chiamollo di lontano.

Giustaforca!

Lo giullare chiese adunque allo mercatante se l’avesse udita anc’esso, ma disseli quello ca udiva la sua una voce, noiosa e plebea.

Giustaforca!

Chiamollo anco la voce di lontano, più fortemente che avante. Ruinando le vesti dello mercatante collo torcesi delle mano sue, Giustaforca gridò c’udiva bene lo tono scuro e sepocrale ca digeva lo suo nome. Sicché l’altro, raddrizzandosi li panni, lo dette per bevuto e dicendoli di visitare più chiese e meno taberne, levossi di lici e lasciollo solo, in istretto abbraccio co Forchetta.
E allotta la voce seguitò a chiamarlo.

Giustaforca!

E lo clamato spaventossi e turnava quinci e quivi guatando se a corpo o spirito appartenevano li motti c’udiva, ma non divisando null’omo urlò alla notte.

E-a! Chi se’ tu? Cosa vuoi?

Un’ombra d’omo mai stato vivo, d’antico messaggero, formossi onde la strada guatata da Giustaforca, a guisa d’omo aveva sembiante, però materiato di fumo e di nebbia e di notte, e disse l’altro.

Sono Messer Diavolo, è uno piacere.
Mi hai invocato, tristo, laido stolto
Eri tu ca solevi dicere multe cose vere?
Dicile di me, deo, son qui, ti ascolto

Per brevitate di quinci in avante intendiamo che .G. steia como .Giustaforca dicette. e .D. steia como .Messer Diavolo dicette.

.G. Sono morto, sono morto, sono morto!
O forse no. Costui non chiede la mea testa.
Vuole tosto li miei motti. Dubiterò a torto
ma parmi strano ca vegna dal Maligno tale richiesta.
Invitami a deriderlo, giuro, non capisco.
Salvo non si tratti d’una burla alli miei danni.
E-a! Messer del Cavolo, svelo li vostri inganni.
Volevate farmi patire, ma eo non patisco.

.D. Erri Giustaforca, la colpa ti appartiene.
Pensi a una menzogna per interessi miei
Per farmi credere conterò la storia ca conviene.
Comincia quando avevi anni in novero di sei,
eri uno miserabile, sanza fameglia, sanza chete.
Volevi lavorare ma non eri capace.
Così cominciasti a furare pani e monete,
ma non ti usava di trovare pace,
e ad accattonare per le strade.
a far buffone spesse fiate e rade.

.G. Sei anni… ero povero… sanza genitori…
La mea vita è uno carnasciale dell’errori.

.D. Non piagnere Giustaforca, ma trema se mi vedi.
Perché sarai mio pria che c’addivegni mattino
Solo il diavolo cognosce certe cose. Or mi credi?
Pello ‘nferno solverai uno compito sì fino.

.G. Sì! Ci credo! Eccome se ci credo! Assai!
Cosa intendevate poc’anzi ch’a vostro bene
perderò la mea libertate? Non vorria mai!
E quella missio, como face? Cosa ène?

.D. Non dimandare tropo como, quanto e chente,
devi creare confusione; como li giullari fanno.
Donami l’anima tua, ti fidi, fora divertente.
Metti una firma su questa charta, non avrai danno
Oppure del tuo sangue versa una sola stilla
Turbati? Se vuoi dicere una cosa dilla.

.G. Sembra interessante. Dov’è lo laccio teso?
volete la mia anima per una sola voce?
No! Non si fa nulla! Per chi m’avete preso?
Non so scrivere, vo’ ch’eo signo co una croce,
diavolaccio infame, non è cortesia
e lo meo sangue di me non si diparte via.

.D. Inutile ostinarsi o mutare in mesto,
sarai comunque mio poscia o adesso.
Inutile dire Meglio tardi che presto:
di tua sponte o no, per me è lo stesso.

E li fece predizione che di poi uno dì, dall’alba allo tramonto, dall’ora prima alli vespri, l’anima dello giullare sarebbe addivenuta di sua schiera. A quel tempo Giustaforca era fugito urlando sua follia nella scurezza fradicia, compagnato dalle risa de messere lo diavolo.

Urlando e facendo mattate per la cittade, uno stolto, quale Giustaforca era, sanza protezione, sanza casa e fameglia, ricusato da tutti li protettori, finì in la pregione commune in attesa di essere impiccato pelli fatti e malefatti multi di altri ca chella notte non avero colpevole declarato.

All’alba destossi lo matto allo cantigar dello gallo e tosto venerono le guardie a trarlo fora le sbarre e menarlo allo patibolo pe suppliziarlo, ma punto che le guardie avevano aperto lo catenaccio che chiudeva la porta della cella, quelle si bloccaro como l’acqua dei trogoli nello ‘nverno più frigdo e d’uno canto buio levossi una voce nota.

Giustaforca!

Dalle ombre, dallo puzzo, dallo nero fumoso dei ceri di sego, trassesi Messere Diavolo che li propose uno giuoco a zara, disponendosi a tirare li dadi intra loro, sulla nuda terra e fredda della cella.

.G. Siete gradito como esattore ca porge la mano.
Non datevi disturbo a parecchiare lo dado,
al peggio incontriamci poi, or sono atteso lontano.
Non ch’io non voglia, ma è meglio c’or vado.

.D. Nullo disturbo buffone, non andare via,
devi giocare con me questa partita.
Neuno verrà a reclamarti, sei mio tel dissi pria,
è mestiere ca resti, è in posta la tua vita.

.G. Sarò forse fattucchiere o striga,
ma chissà come lo avevo già inteso…
se non ho scelta giochiamo, sanza briga,
ma voglio cognoscere la misura e lo peso.

.D. Devi sapere che tu sei morto appiccato,
hai una corda al collo cui tu cadi.
Per mio diletto posso cambiar lo tuo fato,
basterà fare una partita al gioco delli dadi.
Se vinci ti donerò lunga vita e salute,
ma se perdi andrai ratto tra l’anime cadute.

.G. È un buon affare, l’anima ho già rimessa.
Giocomi cosa che non ho, ca volete che sia.
Voletela pur sapendo quanto prava è dessa?
Eccola qua, chesta è Forchetta, l’alma mia.
Tiro i dadi, ma prima chiamo otto,
dodici è, peccato, pagerò lo scotto.

Lo giullare prese la marotte e la menò intra lui e lo dimonio ‘ncarnato, cui si guatò lo picciolo giuoco a guisa di giullare in sullo pavimento e rise.

.D. Pria volgio ca tu faccia scoverta
che si hanno le vere peccata
pur a perdere una buona offerta
che tosto è persa ogne lassata.
Fidati, sacciolo per esperienza e antevisione.
Deh, non userò tali miracoli per farti fesso,
non mi servono a vincere uno buffone.
Dico sei, oh sette, c’ero da presso.

.G. Sai alle promesse del diavolo como ci credo…
Dico nove alla tua seconda fortuna
che neuno altro mi dace, quattro vedo.
Sai che non aggio fidanza alcuna,
ma fiderò, altro a fare non cognosco,
ma volgio uno testimonio pe questa sfida.
Ha mai dettovi omo che siete tipo losco?
Deste voi lo tocco a lo re Mida?

.D. Sì, difatti diconomelo multi e speso,
ma assona sì bene Domine e Dimonio
ca salvo chi m’adora e punisco chi m’ha offeso.
Nomo Forchetta! Fia lo nostro testimonio.

E sì dicendo toccò in punta d’unghia la marotte ca turnò lo capo como se lo Nimico li avesse reso poco di sua stessa vita e fatta così cosa viva ella stessa e sorise pria allo suo antico padrone e poscia Messere lo Diavolo e Giustaforca istrabuzzava l’occhi como se dalla corda pendesse in quello medesmo istante.

.D. Innanzi l’alma tua dicoti cinque
ed esce nove… Tornando a questa scena,
tu che penzoli com uno che delinque,
pognoti una quistione amena
Le menzogne hanno le gambe corte,
l’unica Veritade… L’unica è la…?

.G. Morte… sì… bella, como ‘l quattro che viene;
è pure uno motto e motto non dole,
sì pari ne averai le bisacce piene,
ma meglio grattar ove non batte ‘l sole?
Dicevalo anche ‘l savio “in omnia pericula”
tiro li tredieci… e “tasta testicula”.

.D. Così m’offendi! Eo son poeta di grandezza elevata.

.G. Alotta eo son la poesia, grande più del suo autore.

.D. Et eo son la caduta d’ogne poesia: la rima stonata.

.G. Eo son la penna che cassa quell’errore.

.D. Eo son lo gatto che spiuma quella penna.

.G. Deh, sono ‘l cane, alotta, ca morde quel gatto.

.D. Et eo lo bastone ca lo cane batte e scotenna.

.G. Eo sono l’ascia e sul bastone m’abbatto.

.D. Son’eo la ruggine che il filo all’ascia si piglia.

.G. Sono la striglia che leva la ruggine co poco.

.D. Sono il foco di camino che brucia la striglia.

.G. Eo sono lo ‘ncendio che divora il parvo foco.

.D. Eo spengo ‘l grande ‘ncendio, sono la pioggia.

.G. Sono le nuvole, la pioggia viene laonde.

.D. Io sono il cielo, che le nuvole alloggia.

.G. Sono il mondo, l’arboro cui lo cielo è le fronde.

.D. Sono la volta celeste, custode delle cose etterne,
c’oltre lo mondo tiene anco le stelle.

.G. Alotta son l’universo co sole, luna e l’altre lanterne
e tutte cose che sono, queste, codeste e quelle.

.D. Eo sono lo Creato, for quale non è alcuno dei mondi.

.G. Et eo son Giustaforca lo giullare, Giustaforca lo buffone.

.D. Se’ Giustaforca, solo questo respondi?

.G. Son Giustaforca e pigliomi gioco di tutta la Creazione!

.D. Io sono… Ahahah. Hai vinto, complimenti.
Ma solo questo futile scontro verbale.
Sguitiamo lo nostro gioco, c’andiam lenti.

.G. Uh. Più tempo per me è poco male.
Priego lo dieci ca di venir li piaccia.

.D. Priega pure, se’ destinato a perdere: causa, effetto.

.G. Fia così, ma due quattro e due quanto credi ca faccia?

.D. Dieci… hai vinto… Non lo accetto!
M’hai distratto! Faccio nulla la partita!

.G. Via, Messere mio, restati, è finita.
Ho vinto questo gioco della zara
e mi tengo l’anima e la vita,
vi lascio la mea morte e la mea bara.
Questi erano i patti, non favolo.
E… non v’offendete, siete un buon diavolo.

A remanere solo fu stavolta messere lo diavolo, cui Giustaforca, re delli folli e omo saggio, erasi creduto di gabbare e di fugire, però che lo giullare avea ricolto di terra la marotte Forchetta e messalela alla cintura addietro l’ischiena, era uscito di porta e di pregione lassata aperta dalle guardie, ancora fisse in loro sembiante. E messere lo diavolo, dicendo a uno suo Avversario, rideva pocamente che già cognosceva como, cosa e cui di che si diceva.

Così Giustaforca m’ha battuto.
S’è preso gioco dei miei piani
e se n’è ito via compiaciuto,
contento di vedere lo dimani.
L’istesso accade a tutte l’anime perdute,
ch’in tempi andati m’avero sfidato,
L’è servito non esser state battute?
Ciò che volevano hanno agguantato,
ma per meo pur diletto.
Regalo ogni merce e non mi pento
che rimango erede della loro alma
ognuno d’essi s’allungia contento
et eo seggiomi e attendo con calma.
Vi dono una vita lunga e piena di salute
e di lasciare un segno nell’avvenire.
Ed in cambio delle cose ricevute
fate quel che più vi fa divertire.
Vai Giustaforca, Vai!
Semina lo dubbio e la confusione.
Si parlerà a lungo di Giustaforca delli Guai,
Il sovrano d’ogni buffone.

Toccandosi le vesti e le carni, como l’omo cui furaronli le braghe sanza torli la robba, Messer Diavolo si mirò co sembiante adombrato tutt’intorno, dicendo intra lui.

E pure anco sento ca mancami alcuna cosa…

E ratto volsesi a guatare ov’era ito Giustaforca e gridò:

Forchetta!

Caminando a balzelloni gaio in su pella strada, sì contento era della sua vita Giustaforca, ca smemorò lo fatto che da due giorni digiunava e per la pruova a pena scampata e pelli balzelloni, ebbe turbamenti di panza e altro modo di darli sollievo non si pensò che sforzar fuori l’aria che avea dentro con gran romore de gran tromba.
Forchetta, incastrata alla cintura in quelli pressi bene udì lo romore e lo tanfo, la nube di tanfo, che n’addivenì e con una voce flebile e stridula di demonio in gabbia, andò biastimando e imprecando fino allo nuovo incontro di Giustaforca con Messer Diavolo…

Un pensiero riguardo “Uno diavolo pe sonaglio”

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