Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 03

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 3

Un ragazzo giovane, uno sportivo, un bravo studente, di buona famiglia, di belle speranze, educato, socievole con tutti. Nessuno si aspettava che Daniele potesse finire così. Nessuno si aspetta mai niente. Di certo non se lo aspettava la sua fidanzata che finisse accoltellato come un balordo qualsiasi fuori da un locale a causa di una stupida sigaretta.

«Ehi, coso, dammene una, su!» gli dice Otis senza neanche guardarlo.

Beve un altro sorso dalla bottiglia di birra da 66 che tiene per il collo, senza spostare gli occhietti da porco dalla generosa scollatura di Nicole.

Alla fine però, nonostante il panorama abbondante, si stufa di aspettare e si gira arrabbiato verso Daniel con la mano tesa.

«Beh? Che cazzo aspetti, l’invito?»

Daniele aspetta solo il coraggio di dire no. È sempre stato un tipo mite, affabile e disponibile, dai prepotenti ha sempre preferito girare al largo; Otis va in giro con i capelli rasati male e una maglietta nera con una croce celtica sul petto, un prototipo di giovane nazifascista residuato degli anni ‘90, ha scritto in faccia “voglio farti passare una brutta serata”. L’ultima cosa che Daniele vuole è dargli un pretesto per attaccare briga, per una sigaretta poi, potrà mai valerne la pena? Per una sigaretta no, ma per Nicole sì. Qull’animale non può guardare in quel modo la sua ragazza, non deve permettersi di offenderla così. Pensa a Nicole e il coraggio arriva.

«Vattela a comprare. »

Una risposta scostante, infastidita, di quelle che escono solo quando l’alcol allenta i freni inibitori e ci si sente al sicuro nel proprio gruppo di amici.

“E poi – pensa – si tratta solo di una sigaretta.”

Se la droga non avesse alterato la sua capacità di giudizio forse lo avrebbe pensato anche Otis. Forse; perché Otis è prepotente e violento, è confonde la paura con il rispetto. Quel rifiuto, insomma, non lo digerisce proprio.

Volano parole pesanti, offese, i due gonfiano il petto e si avvicinano fino a urlarsi in faccia. Nicole tenta di calmare il suo ragazzo, prova a tirarlo per il braccio. Viene messa di lato con un movimento brusco.

«…e quella puttana me la inculo a sangue…!»

La minaccia lanciata all’indirizzo della fidanzata fa perdere la ragione a Daniele, che reagisce dando una spinta al naziskin con le mani aperte.

Otis, che pesa una volta è mezza il suo avversario, fa giusto mezzo passo indietro, più per la sorpresa che per il colpo, poi, con rapidità sorprendente per uno della sua stazza, afferra la bottiglia di birra come se fosse una mazza e con una mezza torsione della spalla la schianta sulla testa di Daniele con tutta la forza del braccio.

Da come il ragazzo si abbatte al suolo, Otis capisce che non si rialzerà con le sue gambe. Rimane stupito, perché di fatto non c’è stata alcuna premeditazione, solo un impeto di furia, tanta ignoranza e la giusta dose di cattiveria.

Lo stupore viene presto sostituto dalla paura di finire di nuovo in prigione.

“Gli resta bene” si giustifica mentre corre via dalla folla allibita fuori dal pub.

Ci vuole un istante di troppo prima che qualcuno pensi che qualcun altro dovrebbe proprio fermarlo. Sono tutti troppo occupati a guardare il macabro spettacolo di un ragazzo che muore. La voce di qualcuno che chiama il 118 con il cellulare riattiva gli animi.

Nicole si inginocchia a fianco di Daniele. I jeans li si impregnano del sangue che si spande in terra dal cranio spaccato.

«Andrà tutto bene» dice senza crederci.

Vorrebbe toccarlo, accarezzarlo, ma la repulsione per l’orribile ferita è troppa, si limita a sussurrargli tra le lacrime alcune parole d’amore e di egoismo.

«Non lasciarmi.»

Una parte di Daniele non può più sentirla. Le mani sono ancora strette a pugno, con la forza della rabbia, un inutile riverbero di vita poiché i sensi lo abbandonano e cosi pure la vita.

Un’altra parte invece la sente e vorrebbe mettersi a piangere, ma non può, non ha occhi materiali con cui farlo, è pura coscienza, uno spirito. Ha appena scoperto di essere qualcosa di diverso dalla forma di vita che credeva di essere prima, inconsistente e invisibile a tutti, la sua attenzione è focalizzata in maniera ossessiva sulla sua ragazza, disturbata solo da una sensazione spiacevole al margine del suo campo percettivo.

Nella calca dei curiosi che si affollano attorno al suo cadavere, richiamati dall’odore dolciastro delle disgrazie altrui, distingue nettamente un gigante ammantato di nero, una sorta di cappuccio calato sulla fronte gli impedisce di vederne le fattezze.

Allora perché gli sembra di conoscerlo? Perché si sono dati appuntamento proprio lì, in quel momento? Quando la figura misteriosa alza la testa per guardarlo tutto si fa chiaro, poiché il volto che vede è quello scheletrico della morte.

Non c’è folla che possa trattenere lo spettro nero, scivola tra le persone puntando direttamente su di lui. In altre circostanze Daniele sarebbe scappato, Nicole però lo trattiene lì, i loro ricordi, i loro progetti sono come i cavi d’acciaio che lo avviluppano, non vuole separarsi da lei, non può, così affronta un destino che non riesce ad accettare.

“No! Non sono pronto! Non posso andarmene ora! L’hai sentita? Non posso lasciarla, devo restare con lei…”

Se il mietitore di anime ha compreso non dà a vederlo, attende senza scomporsi che la situazione prenda una piega più evidente. Non percepisce neanche le proteste del ragazzo. Tutti hanno delle scuse per non volersene andare, ceppi eterici che tengono le coscienze incatenate alle loro vecchie vite materiali.

Legge direttamente il suo stato di consapevolezza. Attende perché fino alla fine c’è sempre la possibilità che le coscienze scivolino dolcemente nel Flusso senza bisogno del suo intervento. In ogni caso il risultato non cambia.

Quando comprende che si tratta di un altra vita condannata a un eterno tormento interiore, libera dagli stracci che lo ricoprono la falce d’osso che ha al posto della mano e impietoso la cala in un fendente verticale su quello che rimane del ragazzo.

La sagoma traslucida che un tempo era stato Daniele guarda stupito il suo corpo astrale squarciato a metà dal colpo di lama, poi sorride di beatitudine e si dissolve emettendo un debole bagliore.

L’unica ad avere forse un vago sentore di quanto sta accadendo sul piano della coscienza è Nicole, colta da una crisi di pianto mentre il mietitore viene assorbito dalle ombre dopo aver svolto la sua missione.

Il Buio, un non-luogo di difficile comprensione, il vuoto tra le cose e nelle cose, la tenebra che esiste tra l’oscurità e la luce, un confine definito e onnipresente.

 Il mietitore transita nel Buio, in quel vuoto riesce a decongestionare le sue percezioni e a focalizzare l’attenzione verso l’ennesima situazione che richiede il suo intervento. Lentamente, nel nulla che lo circonda, dei piccoli lumi cominciano a brillare, come stelle nel cielo notturno, ne ascolta il richiamo, le eco si confondono finché una su tutte emerge, la sua luce brilla appena più forte delle altre e attira a sé il mietitore.

La figura scheletrica emerge in un angolo non illuminato di un sotterraneo, un parcheggio abbandonato. La luce che lo ha rapito è la coscienza appena distaccatasi dal corpo di una ragazza. È morta da pochissima, su un tavolaccio di legno, col ventre aperto in maniera sgraziata da un coltello brandito da un giovane uomo con lo sguardo invasato. Altre tre persone sono attorno al tavolo e indossano mantelli neri e maschere di cuoio.

Le morti violente, quelle dolorose, quelle scaturite da un gesto di consapevole follia, quelle che gridano vendetta sono le più difficili da accettare per le coscienze, che si ostinano a voler continuare una vita nel mondo che non gli appartiene più. Sono anche le più pericolose per l’equilibrio del Flusso; il dolore, la follia, la disperazione, sono tutti pungiglioni usati dall’Oscurità per penetrare le barriere superficiali del mondo reale e inoculare le larve della Tenebra nelle coscienze più indifese. Futuri mostri senza controllo: i Mara.

Il Mietitore individua la coscienza che cerca di fianco a quello che era il suo corpo, spaventata, spaesata, può percepire il suo odio nei confronti degli uomini che l’hanno violata e fatta soffrire fino alle estreme conseguenze, ma ancora di più la paura che la spingerebbe a fuggire se non fosse bloccata dal suo stesso tormento nel punto in cui è morta. Ecco perché saluta con un moto di sollievo l’arrivo dell’angelo della morte, venuto a liberare le anime prigioniere del loro dolore.

Il mietitore non attende che gli venga rivolta alcuna supplica, si dirige verso la ragazza snudando una falce, un gesto ripetuto infinite volte, connaturato al suo stesso ruolo nell’ordine della creazione.

Con la sua mole imponente sovrasta la ragazza e come sempre gli lascia alcuni istanti per comprendere quello che gli sta per fare. Non è un tempo dovuto alle anime infelici, è tempo prezioso sottratto alla sua missione, ma lo concede lo stesso, sta lì con la falce sopra la sua testa pronta a essere calata e aspetta.

Alcuni brevi istanti in cui il mietitore si accorge che qualcun altro oltre lei può vederlo e si gira a guardarlo a sua volta.

Il ragazzo con il coltello insanguinato in mano, quello che ha ucciso la ragazza, lo guarda terrorizzato, incapace di respirare, una creatura fragile, destinato a morire presto, altrimenti non gli sarebbe concesso di vederlo. Perché allora l’essenza del mietitore è stata scossa da un allarme tale da distoglierlo dal suo compito?

La risposta è qualcosa che intimorisce persino lui, vede il Flusso incresparsi e contorcersi intorno all’assassino.

Qualcuno, molti uomini armati fanno irruzione nel sotterraneo con luci, rumori, grida e gesti violenti. Il mietitore è indifferente ai fatti umani, tutto quello che accade non lo tocca, non lo incuriosisce, non riguarda la sua sfera di esistenza, ha però l’effetto di distrarre il ragazzo e senza il legame dei loro sguardi non è più sicuro di ciò che ha percepito. Così si prende altro tempo, mentre gli uomini parlano tra loro lo osserva, lo studia, l’energia che emana non può essere quella di una sola coscienza, un fenomeno a cui non ha mai assistito, ma è certo che sia dannoso per il Flusso.

Quale che ne sia il motivo è spinto a intervenire da un richiamo ancestrale. Scopre anche l’altra falce e si getta sul suo nuovo bersaglio.

Il ragazzo grida, gli uomini che lo circondano usano le loro armi contro di lui, schegge di metallo feriscono il suo corpo. Una in particolare gli trapassa la fronte.

Nel breve frangente di tempo in cui la carne non è più viva, ma non è ancora morta un duplicato etereo del ragazzo si separa dal corpo

La coscienza è il bersaglio del mietitore, ma non è da sola.

Le ombre si infittiscono nel sotterraneo, il buio si sovrappone in parte alla realtà materiale e dal foro sulla testa del ragazzo sgorga una massa fluida che si espande a dismisura, sangue denso e oleoso composto da una miriade di sagome distorte, una volta singoli corpi astrali, spiriti individuali, ora fusi insieme in un magma gorgogliante e ribollente di bocche, occhi e braccia, che ghermiscono la coscienza dell’assassino con mani artigliate e la inglobano, la circondano per difenderla da lui.

Le falci d’osso artigliano senza pietà quel coagulo multiforme aprendo larghi squarci nel tessuto spirituale del mostro, ma non riescono a disperdere l’energia dei singoli corpi eterici tanto sono confusi gli uni con altri. L’entità multipla è consapevole di se stessa e delle sue spaventose capacità, molto diversa dalle coscienze appena distaccate e spaesate con cui è solito confrontarsi il mietitore, è un essere antico e crudele che non ha remore nell’aggredirlo e a piegarsi su di lui come un serpente per circondarlo nelle sue spire. Sente centinaia di dita aguzze e affilate fare a brandelli gli stracci oscuri che rappresentano il suo strato esterno, quando vanno a intaccare la sua struttura energetica sente dolore, una sensazione di cui aveva perso il ricordo, e capisce che non può vincere quel confronto. Come una furia il mietitore cerca di farsi largo a colpi di falci tra la foresta di arti deformi che lo pressano da ogni lato. A fatica raggiunge un punto del sotterraneo non toccato da alcuna luce e si lascia assorbire dal buio.

Nel regno Tenebra interstiziale il mietitore si accorge subito di non essere sfuggito alla minaccia, la vede come un verme mostruoso che si protende alla sua ricerca, un tentacolo che sonda il buio per affermare la preda, la cui base è saldamente ancorata nel piano della materia, in quel ragazzo.

Cerca perciò una luce guida, uno spirito da riannettere al Flusso, un obiettivo che possa offrirgli un varco che lo conduca lontano dal sotterraneo da cui è fuggito.

Mentre si concentra sulle sue percezioni, come segmenti di un lombrico, la cosa stacca da se stessa due agglomerati di coscienze che a loro volta prendono la forma vaga e grottesca di due umanoidi giganteschi e bestiali formati da corpi sovrapposti e incastrati che si proiettano al suo inseguimento.

Non c’è più tempo, il mietitore individua una luce adatta e si lascia attirare verso di essa.

La sensazione è quella di una caduta verticale verso il bagliore della luna riflessa nell’acqua sul fondo di pozzo oscuro, dall’altra parte sente la coscienza di qualcuno inevitabilmente destinato alla morte che gli viene incontro, come se stessero precipitando l’uno verso l’altra; dietro di lui le bestie eteree lo stanno raggiungendo a grandi balzi aggrappandosi al buio come se si trattasse delle pareti di un tunnel verticale scavato nella roccia.

Il mietitore non sa se quei mostri sono in grado di seguirlo nella realtà, ne come reagiranno una volta passati oltre il varco; una volta oltre non avrà tempo di scoprirlo, per cui mentre si tuffa nella luce decide di fare una cosa, un tentativo assurdo, un gesto estremo che fino a quel momento aveva ritenuto proibito anche solo pensare.

Nell’esatto istante in cui passa il varco, il mietitore non è più quello che era prima.

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