Grim Reaper's Tales, narrativa

Memento Mori 02

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 2

Le pareti in cemento del parcheggio abbandonato risuonano dei grugniti e dei respiri affannati di Gredy mentre si muove a scatti sopra la vittima inerme.

La ragazza non ha emesso un solo suono da quando è stata legata sul rozzo pianale di legno che Max ha consacrato come altare. Non ha più la forza di reagire, mentre l’energumeno continua ad abusare di lei, non dopo tutto quello che ha subito negli ultimi giorni e in particolare nelle ultime ore.

Tiene la testa reclinata di lato, il volto inespressivo si muove in concomitanza ai colpi di bacino del suo violentatore, alla luce delle candele nere che ha disposto secondo gli schemi grotteschi trovati su vecchi libri, la ragazza sembra annuire, anche se gli occhi sono vuoti, immobili, non esprimono alcuna volontà.

“Come se fosse morta” pensa Max.

E dentro lo è davvero, il suo spirito è morto, lo ha ucciso lui.

Serve tempo, pazienza e perizia per svuotare una persona. Servono menzogne, soprusi, violenze.

“Alla fine cedono tutte.”

La giovane legata al fallaccio non ha fatto eccezione. Sono giorni che la drogano, stuprano e riempiono di botte, la sua mente è frantumata in pezzi così piccoli e lontani tra loro che qualunque cosa le facciano non si lamentava neanche più.

Osserva la scena con distacco. Lascia la fatica ai suoi adepti, lui si concentra sul termine del rituale, il momento in cui riunirà l’anima e il corpo della vittima e l’offerta sarà pronta. Questa volta funzionerà.

Gredy si accanisce con ancora più foga, gocce di sudore corrono sulla sua testa calva come le lacrime dagli occhi delle ragazza, al culmine dell’eccitazione emette un suono roco e strozzato, poi il suo corpo irrigidito rilascia d’un colpo tutta la tensione. Le membra sudate si rilassano, la schiena muscolosa si inarca e si distende al ritmo del suo respiro affannato.

Poco dopo si rimette in piedi e tira su i pantaloni, sui lineamenti squadrati sporchi di barba incolta si apre un sorriso soddisfatto.

«Ben fatto» si congratula Max.

Pensava fosse impossibile, ma alla fine è riuscito a capire anche Gredy; il suo errore era stato cercare di valutarlo secondo schemi troppo umani, ormai gli è chiaro che l’umanità è solo una forma per Gredy, è molto più simile a un animale. Come un grosso cane è capace di staccare tre dita di una mano con un morso – glie lo ha visto fare – e come un grosso cane ha bisogno di sentirsi dire “bravo” se esegue bene un comando.

«L’orgasmo libera delle energie fondamentali per il rituale.»

Anche se non risponde nulla, Max sa benissimo che a Gredy del rituale non glie n’è mai importato nulla, non gli importa nulla neanche di tutte le sue teorie sulle evocazioni demoniache e sui poteri del male

Una volte glie lo aveva detto esplicitamente: «Sono tutte stronzate.»

È sinceramente affezionato a Gredy, di tutti i suoi compagni è il più genuino, il più puro, a lui interessa solo umiliare e far soffrire gli altri, possibilmente qualcuno che non sia in grado di reagire. Da come ha intuito dai suoi racconti è un’attitudine che si tramandano di padre in figlio. Max lo ha voluto nella sua setta per questo. Il suo compito è quello di spezzare sotto tutti i punti di vista le vittime designate prima dei rituali.

Non chiede altro, non vuole altro, non crede in altro. Da questo punto di vista Gredy è più vicino al demonio di quanto lui non sarà mai, lo serve e lo adora con devozione senza neanche saperlo.

«Devi indossare la veste, Gredy, sbrigati.»

Purtroppo non sono tutti come lui. Quello che ha parlato si fa chiamare Mònti, con la “o” aperta, forse è il cognome, è scemo, un fatto conclamato, ma mai quanto  l’altro scemo al suo fianco. Max pensa seriamente che Aiuta abbia qualche tipo di ritardo cognitivo. Innanzi tutto perché pretende di essere chiamato Akura.

Visti così potrebbero sembrare superflui, all’interno della setta e del genere umano, invece servono anche loro per il rituale, vestiti di un lungo mantello nero con cappuccio che li copre dalla testa ai piedi e una maschera di cuoio sulla faccia.

«Col cazzo, io da coglione non mi ci vesto» risponde Gredy con un ringhio.

Indossa i paramenti ogni volta, solo non accetterà mai che sia Monti a dirglielo.

«Vuoi partecipare al rito in jeans e canottiera?»

Esistono pochi spettacoli divertenti come vedere quando cambia l’espressione di qualcuno quando si accorge di aver appena commesso un errore madornale. Max guarda la faccia di Akura e per poco non scoppia a ridere. Sa che Gredy non sopporta quei due e aspetta da tempo solo la giusta motivazione per massacrarli, purtroppo per lui Max ha fretta – la stessa ansia che si prova prima di una partenza importante – , così la domanda di Akura deve restare una sfida azzardata, ma senza conseguenze.

«Sei stato bravo – dice in tono pacato – adesso finiamo il lavoro.»

Gredy fa una piccola smorfia di dissenso, serra la mandibola e lo fissa negli occhi con sguardo torvo. Il grosso cane si sta chiedendo se ha di fronte un nemico da attaccare o un amico con cui giocare. Max sostiene lo sguardo e sorride. Gredy risponde al sorriso e si mette il mantello sulle spalle.

«È va bene – sbuffa con una nota ironica nella voce mentre armeggia per chiudere il fermaglio – Non si sa mai che qualcuno ci guarda.»

È sufficiente un’occhiata sprezzante per far scattare gli altri. Sono mediamente stupidi, ma buoni esecutori.

Tutti si dispongono attorno al vecchio tavolaccio, le posizioni e i movimenti sono quelli indicati in precedenza, gli stessi, ormai quasi abituali, impiegati nel corso di tutti i rituali svolti fino a questa notte. Max ricorda altre dodici vittime, le riporta alla mente una per una, in ordine, lo fa sempre, lo aiuta a concentrarsi e a migliorare la sua esecuzione.

Come gran maestro della setta e officiante la cerimonia non indossa la maschera, deve vedere bene quello che fa, e tiene i lembi del mantello piegati sulle spalle, di modo che non ostacolino i gesti delle braccia.

Dai piedi dell’altare rivolge tutta la sua attenzione alla ragazza: è giovane e formosa, nuda, con la gambe aperte, disponibile davanti a lui. Nessun fremito, nessuna voglia. La guarda e in lei non trova nulla di eccitante, la sua femminilità annientata da tutte le sevizie inflitte in quasi un mese di reclusione: il corpo inerte e martoriato, la pelle tumefatta, segnata da graffi infetti, bruciature e croste, il capelli unti e impastati, le labbra screpolate, i seni coperti di ecchimosi, l’inguine infiammato e gocciolante ancora degli umori del suo più recente carnefice.

«Se vuoi puoi liberarti. Se vuoi puoi porre fine a tutto questo. – le dice  – Sai come fare. Vuoi farlo?»

Indica con lo sguardo e con la mano un coltello poggiato sul tavolo vicino il fianco della ragazza, che fissa la lama incrostata senza vederla.

«L’offerta è consenziente» grida Max alzando le braccia al soffitto del parcheggio.

Si avvicina al lato dell’altare e prende lui stesso il coltello, lo rigira tra le dita impazienti e stringe entrambe le mani sull’impugnatura. Insieme agli altri tre incappucciati recita una formula con voce sommessa. Le singole parole non sono comprensibili, si tratta di un rimpasto poco colto di antichi scongiuri e invocazioni in lingue morte realizzato da Max nella sua singolare concezione di sacralità satanica.

Mentre dalle maschere si alza un canto di frasi blasfeme, l’officiante alza sopra la testa il coltello e lo cala con molta forza e poca perizia, lo pianta nell’addome della vittima sacrificale e lo strattona a sé aprendo uno squarcio nel ventre della ragazza, la crepa da cui dovrà sorgere la forza oscura che vuole richiamare.

La ragazza urla, agita braccia e gambe come una bambola rotta, prova a tirarsi su e costringe i satanisti a tenerle bloccati gli arti al pianale di legno, fino a che, poco a poco, smette di agitarsi nella misura in cui la vita defluisce rossa e copiosa dal suo corpo.

Morta la ragazza, Max comincia a contare mentalmente gli undici secondi prima di concludere il rito intonando la litania di ringraziamento alle forze oscure per le energie che hanno liberato durante il sacrificio.

È mai come in questa occasione avrebbe da ringraziare. Crede davvero in quello che fa, ci ha creduto ognuna delle dodici volte passate, e non è mai rimasto deluso, nella sua testa è tutto reale, eppure non ha mai pensato che il rituale potesse funzionare in maniera così eclatante.

Si accorge che gli altri hanno alzato la testa e lo guardano, si aspettavano che cominciasse a salmodiare da un momento all’altro, ma il conteggio mentale si è perso nella più totale sorpresa ed euforia: il rituale ha funzionato.

Dal corpo della ragazza fuoriesce una sagoma umanoide, traslucida e inconsistente; non ha una vera e propria fisionomia o tratti somatici, Max è comunque certo che quel fantasma in qualche modo è la vittima che ha appena sacrificato. È di fronte all’energia vitale che i suoi testi iniziatici definiscono corpo astrale. Non riesce a crederci, per dodici volte aveva offerto l’anima di una persona agli oscuri signori degli inferi e ogni volta loro avevano disdegnato la sua offerta, ora per la prima volta hanno ascoltato le sue invocazioni e gli concedono di vedere la realtà come devono vederla loro.

Il fantasma si agita e si gira con scatti disarticolati, si guarda attorno, sembra spaesato dalla sua nuova forma di esistenza, non lo vede, è abbastanza evidente, percepisce invece qualcos’altro, i suoi movimenti, in apparenza casuali, convergono mano a mano  in una direzione ben precisa da cui appare impossibilitato a distogliere il volto traslucido.

Max fa correre subito lo sguardo a un angolo del parcheggio non illuminato. Allo stesso modo fanno anche i suoi adepti, dalle loro espressioni preoccupate probabilmente temono che qualcuno li abbia scoperti.

Scoperti no. Trovati.

Dal buio emerge una chiazza biancastra, che avvicinandosi prende la forma di un teschio, seguita da una sagoma umanoide coperta di stracci neri.

Con movimenti sussultori quasi impercettibili l’apparizione si muove, appena visibile alla poca luce delle candele, il suo volto scheletrico non lascia trasparire emozioni o intenzioni, Max è certo della sua destinazione perché lo ha riconosciuto.

«Max, che c’è?»

La domanda di Gredy lo spiazza, non si era neanche accorto che gli altri tre lo stavano guardando di nuovo in attesa che gli dicesse cosa fare. Potrebbe condividere con loro l’eccitazione del successo, ma non capirebbero, non riescono a vedere, solo lui ha ricevuto la grazia, lui vede quello che vedono le anime tormentate; per loro è tutto normale, può leggere le loro espressioni sconcertate anche dietro le maschere, si chiedono se si è drogato, se è pazzo. Molto di più. Se solo capissero. E lui non può spiegargli che cosa sta accadendo.

Fa qualche passo indietro, prova a parlare, ma è bloccato, oppresso da un terrore ancestrale perché sa che quello che è appena apparso non è un demone, non c’entra niente il rituale, quello è lo spettro della morte, il sinistro mietitore. Lo ha incontrato molte volte descritto o raffigurato nei libri proibiti e sa come agisce e qual è la sua missione. Falcia le anime dei defunti come un contadino falcia le spighe di grano quando è maturo. Non è questo a spaventarlo, ha appena ucciso una ragazza e ha visto sbocciare la sua anima, il mietitore è venuto senza dubbio a coglierla, per liberarla o condannarla. Quello che riempie Max di angoscia al punto da farlo impazzire è la consapevolezza che solo chi sta per morire può vedere il mietitore.

«Fermi! Non vi muovete!»

Fasci di luce violenta invadono improvvisamente il sotterraneo, sparati dalle torce degli uomini del nucleo d’intervento che stanno facendo irruzione.

«Merda! Sono arrivati gli scarafaggi!» urla Gredy.

L’immagine pittoresca descrive i poliziotti in divisa nera che sciamano attorno a loro con le armi puntate.

Monti e Akura provano a scappare, con l’unico risultato di finire contro un muro di poliziotti.

«Imbecilli…» commenta Gredy, poi mette le mani dietro la testa e si rivolge sorridente agli uomini che lo stanno ammanettando.

«Fate pure, io ho già finito da un pezzo.»

Altri si avvicinano a Max con molta circospezione accecandolo con le loro torce.

«Massimiliano Reuta.»

Un agente in borghese si fa avanti e supera il muro di luce, non indossa la divisa tattica, solo il giubbotto antiproiettile, evidentemente è lui ad aver diretto l’azione.

«Massimiliano – ripete in tono confidenziale – Max. Sono l’ispettore Maffei, ti sto alle costole da più di tre anni, dopo tutta questa fatica non vorrai farmi riportare indietro un cadavere? Su, da bravo, getta il coltello.»

Ha ancora il coltello insanguinato in mano, se ne accorge solo ora.

«Andiamo Max, lo sai come vanno queste cose, dopo quello che hai fatto i ragazzi qui non vedono l’ora di ridurti male, non costringerli a farlo.»

Vorrebbe lasciare l’arma, ma non può, non riesce ad aprire la mano, è ancora stordito, vive in due realtà contemporaneamente, la sua mente non riesce a gestire l’impatto sensoriale.

Vede i poliziotti, le canne dei mitra puntate su di lui, l’ispettore Maffei che gli parla, ma è come un miraggio sovrapposto alla scena che avviene subito dietro.

Il mietitore ha tirato fuori dalla cappa sfilacciata che lo ricopre un braccio deforme, attaccato al polso, al posto della mano, un osso ricurvo e affilato lungo quanto tutto l’avambraccio, una vera e propria falce con cui sovrasta la sagoma traslucida della vittima sacrificale. Sembra avere un attimo di esitazione che contraddice il carattere assoluto della sua azione e della sua stessa presenza, qualcosa lo spinge a distogliere l’attenzione dalla ragazza e a puntare le sue orbite su di lui.

Lo sguardo vuoto della morte riattizza il panico del satanista e lo obbliga a urlare, un suono animalesco e disarticolato si fonde con il rumore delle armi da fuoco che sparano contro di lui mentre la voce dell’ispettore Maffei grida ai suoi uomini.

«Fermi! Maledizione, fermi!»

I colpi cessano, Max è ancora in piedi, la tesa reclinata all’indietro, ferito di striscio a una spalla e alla coscia, sente la vita che lo abbandona, non riesce più a respirare, non sente più il bisogno di farlo, riabbassa la testa e un rivolo di sangue gli cola dal centro della fronte, tra gli occhi e come lacrime scarlatte dagli occhi lungo le gote, non sente dolore, giusto un pizzico anestetizzato tra l’attaccatura dei capelli e le sopracciglia, ogni senso è attutito, come se percepisse la realtà da dentro una vasca di acqua torbida. L’unico elemento distinto, nitido sullo sfondo sfocato e confuso della scena, sono i pozzi oscuri che si aprono sul volto scheletrico dello spettro.

L’attrazione è reciproca, vede il mietitore sfoderare anche l’altra falce e, come una mantide all’attacco, balzare verso di lui.

Si sente privato di ogni energia, cade in ginocchio, non ha la forza di alzare il mento dal petto, le mani poggiate in grembo con i palmi verso l’alto come ciotole raccolgono il sangue che gli cade a gocce dense dal foro bruciato sulla fronte, la vista è sfocata, ogni cosa si sdoppia e traballa, ma il sangue, la sua vita, è un’immagine tridimensionale netta, il fluido scuro e denso, animato, ribolle di forme che si sollevano, si fondono e si rimescolano in continuazione: volti, bocche, arti, mani, occhi intrecciate insieme in un vortice fluido che si innalza rosso e violaceo sullo sfondo nero che è calato sull’intera realtà, si nutre e si accresce del liquame mentale – scorie dell’anima – che fuoriesce dal suo corpo, frusta l’aria, come un tentacolo fuori controllo si dimena con in vago intento di frapporsi tra lui e il mietitore. Sente l’agglomerato di corpi eterei rachitici fusi gli uni con gli altri penetrarlo, passargli attraverso, violentare la sua individualità con una molteplicità di menti, di coscienze e di sentimenti negativi, un coro di voci affamate e disperate si spande in tutto l’ambiente immateriale che lo circonda.

Nella nebbia che gli vela la vista riesce ancora a distinguere il mietitore aggredito dalla massa di anime nere, girasi per artigliate l’aria con le sue falci, arretrare sopraffatto dalla massa enorme e dalla furia brutale della cosa che gli si oppone; le ombre coprono allo sguardo la lotta impari e dall’esito certo, le tenebre prendono il posto della nebbia.

Un attimo prima di cadere nel nulla dell’incoscienza, Max raggiunge la consapevolezza di aver sconfitto la morte.


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