Memento Mori 01

Grim Reaper’s Tales
Memento Mori – parte 1

La sensazione di totale affidamento e abbandono è quanto di più simile all’idea di pace lei abbia mai sperimentato. Rannicchiata stretta all’interno del sacco amniotico gli sfugge la percezione del tempo e della spazio. Tutto si confonde in un accogliente e assoluto egoismo sensoriale. Libera dal vincolo di causa-effetto, la domanda “perché sono qui?” perde di senso.

Il senso perduto l’aspetta al varco della coscienza.

L’odore di benzina, copertoni bruciati, lamiere e sangue satura l’aria densa di fumo; rumori confusi e ovattati si accalcano tutto intorno senza riuscire a spegnere il fischio monotono e costante nelle orecchie. La sensazione di essere oppressa dalla gravità, schiacciata dal suo stesso peso la protegge dalla realtà fuori dall’auto e le dà una giustificazione per non riprendere i sensi, per rimanere persa nella memoria ancestrale precedente la nascita; l’aiuterebbe a non affrontare le conseguenze dei suoi errori. Purtroppo per lei, la consapevolezza, come la vita, non è una sua scelta.

«Sasha! Svegliati!»

È la voce di Enrico a destarla; roca e impaurita. A furia di spaccarsi di canne si stanno giocando tutti le corde vocali nel gruppo. Trova strano che le venga in mente proprio ora.

«Sasha, per Dio, svegliati!»

L’invocazione suona impastata per via dell’alcol e della polvere mista a cenere che fa tossire anche lei; risulta udibile a mala pena al di sopra delle altre voci, confuse in un caos indistinto: grida di aiuto, dolore e spavento, anche di bambini, più lontano sirene che corrono verso di loro, verso il luogo dell’incidente.

Sasha sente le gambe comprimerle l’addome, il collo le fa un male del diavolo, deve reggere il peso di tutto il corpo. I capelli lunghi, impastati di cenere e birra, le si sono appiccicati alla faccia come una ragnatela del colore della notte.

Ricorda la musica, le risate, la vodka, una corsa notturna di clacson e sorpassi lungo la Statale 7 affollata del sabato sera.

Lei, la più mingherlina, seduta in mezzo tra Enrico e Marta. Tommaso, alla guida, si gira verso di loro dicendo una delle sue solite cazzate, si sporge oltre il sedile, con la mano sinistra tiene ancora il volante, mentre la destra si allunga a prendere una birra dal cartone che Marta tiene in grembo.

Quello che accade dopo viene tutto condensato in un solo lunghissimo secondo: la loro auto che invade la carreggiata opposta, Roberto, dal lato passeggero, che urla una bestemmia, Tommaso aggrappato al volante, la brusca sterzata che le fa risalire in gola tutta la merda che ha bevuto in serata. Il silenzio, improvviso.

Poi Enrico che la chiama disperato, lo vede al di là del buco nel lato della carrozzeria dove dovrebbe esserci uno sportello, è in piedi, piegato in due per parlarle. Il cielo ha preso il posto della terra. Impiega qualche istante a capire che è lei a stare a testa in giù. La macchina si è ribaltata e lei deve essere finita schiacciata contro il tettuccio. Quando lo capisce il mondo torna ad avere un senso. Nulla di bello.

Anche nell’oscurità della notte riesce a vedere le condizioni del suo amico: ha i vestiti strappati e insanguinati e il volto mezzo bruciato. A lui è andata bene. Incastrato al suo fianco. quello che resta di Marta è un volto distorto e privo di colore e un corpo amputato. L’auto le si è letteralmente accartocciata addosso. Povera Marta. Lo stesso destino sarebbe toccato anche a lei se non fosse così piccola, così minuta; le lamiere contorte l’hanno graffiata appena.

Per un attimo finisce catapultata in quell’altra realtà possibile dove è stata tranciata viva e schiacciata, come masticata dall’auto; sente tutto quello che ha sentito Marta e una scarica di dolore e paura le attraversa il midollo costringendola a un urlo isterico. Si dimena nel tentativo di raggiungere Enrico, ma in quella posizione i suoi sforzi servono solo a farla sembrare un burattino preso a calci da un bambino annoiato.

«Aiutami! Non ce la faccio!» grida.

Tra le lacrime non vede bene, sente solo le mani sporche di Enrico che stringono le sue, gli sfuggono, scivolano, e lei ci si aggrappa come all’ultimo istante di vita.

«Sì che ce la fai, cazzo! Spingi con le gambe!»

Sasha punta i piedi e riesce a districarsi dall’abitacolo accartocciato. Quando struscia sui vetri e sulle schegge di metallo sparse ovunque urla ancora, però continua a spingere finché Enrico non cade di schiena sull’asfalto portandosela dietro. In salvo. Le fa male anche solo respirare.

«Cazzo… Ha preso fuoco…» dice il ragazzo con la voce rotta.

Intende la macchina, ce l’ha di fronte, lui può vederla. Lei, con la faccia schiacciata sul suo petto  gli occhi chiusi, no.

«Non siamo al sicuro qui – dice Enrico mentre l’aiuta ad alzarsi – dobbiamo allontanarci.»

Sono entrambi poco lucidi, ma l’istinto di sopravvivenza fa il suo dovere. Lei piange, singhiozza fino a farsi mancare il fiato, però obbedisce e lo segue, non ha la forza per fare altro, si aggrappa all’amico, trascina i piedi guardandosi attorno e si chiede quanto lontano dovranno andare per mettere al sicuro le loro anime da quello che sta vedendo.

Un lungo tratto della Via Appia, almeno fin dove riesce a vedere, sia in un senso di marcia, sia nell’altro, è invaso  da veicoli le cui forme sono state fuse le une nelle altre da impatti multipli ad alta velocità, ribaltati o ficcati a forza nel guardrail, alcuni hanno solo tamponato l’auto davanti a loro, i più fortunati o i più lontani.

Non è il loro caso; l’auto di Tommaso si trova nel centro esatto dell’incidente, il punto più critico, dove la giustizia divina o il caso prendono il posto dell’abilità e della speranza quando si tratta di stabilire la sorte delle vite in gioco.

Lei è nel mezzo di quella tragedia perché ne è la causa.

«Vieni, reggiti a me, ma muoviamoci, cazzo!»

Enrico la strattona, ma un dolore lancinante all’addome la costringe a piegarsi sull’asfalto con le ginocchia a terra.

«Che ti prende adesso?»

Come spiegare a un ragazzo viziato, strafatto e sotto shock quello che sta accadendo al suo corpo e alla sua mente?

Il bruciore alla bocca dello stomaco è intollerabile, se sembra di aver bevuto acido; a ogni contrazione violenta dell’addome la aggrediscono dei fotogrammi di memoria, si ammassano con forza e la costringono a rivivere ciò che è già accaduto.

Le luci dei fari delle molte auto che gli corrono incontro attraversano indisturbati e fastidiosi i vetri della loro macchina, cambiano man mano di inclinazione e illuminano per brevi istanti i loro volti distorti dall’euforia forzata, prima di superarli sulla sinistra e scomparire dietro di loro.

Mentre sfrecciano in mezzo ai filari di pini secolari ben oltre i limiti di velocità, dopo l’ennesimo sorpasso, l’ultimo, quello che gli garantisce l’estasi del vuoto su un rettilineo notturno, gli abbaglianti incorniciano una sagoma scura, è ferma in mezzo alla strada, pochi istanti ancora e gli andranno addosso, sembra un uomo, una donna forse, è molto alto però, indossa degli stracci neri sbrindellati, gli ricadono addosso coprendolo interamente, come una tunica o una cappa; colpito dalla luce dei fari soltanto un dettaglio risalta da quella figura: il volto. Una maschera di cenere biancastra a forma di teschio umano, anche se quella cosa di umano non ha nulla. Tommaso è ancora girato a cercare la sua birra, tutti gli altri ridono in modo sguaiato e non si rendono conto di nulla.

Soltanto lei si accorge di quell’essere. Lo guarda sgomenta allargare le braccia e mostrare al posto delle mani delle lunghe falci appuntite dello stesso colore della faccia, ripiegate come le zampe di una mantide.

La macchina corre veloce, più di quanto dovrebbe, ma quell’apparizione non sembra volerla evitare, anzi, si proietta in avanti con le falci aperte, per aggredirli.

Lei urla per lo spavento, Roberto capisce che qualcosa non va e bestemmia, Tommaso sterza di colpo, Marta lancia un grida acuto, come se fosse sulle montagne russe. Un attimo dopo l’impatto frontale contro  un autobus li manda per aria.

Prima di perdersi nel nulla, i sensi la riportano per un istante alla condizione prenatale e da quella condizione di beatitudine viene sbattuta con forza nella realtà quando una piccola esplosione fa saltare un’utilitaria vicino a loro costringendola a tornare cosciente.

«Sasha sbrigati!» urla Enrico mentre la prende per le spalle e la mette in piedi di forza.

L’autobus giace rovesciato su un fianco occupando di traverso tutta la strada, deve aver percorso diversi metri strusciando in quella posizione e spazzando le auto sul suo percorso. Di quelle che hanno evitato l’autobus, molte hanno trovato il loro destino contro il tronco di un pino. Come tanti insetti morenti veicoli e uomini continuano a muoversi automaticamente, brulicano attorno al luogo del disastro, gemono, emettono versi, cercano un perché a tanto dolore, cercano un responsabile.

«Sasha, non riesco a reggerti, tieniti su.»

Il fumo denso e acre si innalza dagli incendi e dai focolai di fiamma sparsi qua e là. La polvere si deposita al suolo in grosse nubi coprendo tutto. Nel cielo oscurato di questo piccolo inferno sulla terra volteggia a bassa quota l’angelo della morte. Il gigante scheletrico vestito d’ombra atterra non visto in mezzo allo sbigottimento dei sopravvissuti e ripiega sulla schiena enormi ali sbrindellate che si fondono con gli stracci che ha indosso; passa attraverso la materia come fosse un miraggio, si concentra sulle persone, attirato dalla vita si avvicina a una donna inginocchiata a terra, un braccio le penzola inerte dalla spalla, con l’altro sostiene un ragazzo, sembra cosciente, anche se sotto shock, non si muove, concentra tutte le sue energie residue per respirare nonostante il sangue che dai polmoni squarciati gli risale in gola e nel naso. Lo spettro arriva su quell’immagine distorta della pietà e si china per sondare la scena con le sue orbite vuote, la donna guarda in quella direzione ma non dà segni di averlo visto, il ragazzo invece sì, sgrana gli occhi, un fiotto di sangue gli esce dalle labbra al posto delle parole che non riesce più a dire. Quando lo spettro alza sopra la testa un braccio ammantato e cala la falce che ha al posto della mano diritto nel suo petto, il giovane morente non si ribella, esala l’ultimo respiro con il volto sereno, come se avesse capito qualcosa che le sfugge. Un attimo dopo una sagoma luminescente si alza dal nuovo cadavere, ha una forma vagamente umanoide, ma si dissolve in un tenue bagliore troppo alla svelta perché Sasha possa comprenderne la natura.

Ha appena assistito a un’uccisione perpetrata a cielo aperto, davanti a tutti. Un’uccisione di cui è l’unica testimone consapevole. Nessun altro a visto niente se non un ragazzo morire a causa delle ferite riportate in un grave incidente.

Eppure l’unica cosa che riesce a pensare è che la terrificante visione ammantata di nero, l’assassino spettrale, ha rivolto il suo teschio verso di lei. La fissa con le orbite vuote indagando i suoi recessi più oscuri e nascosti. Nuda nella propria essenza fondamentale riconosce in quell’essere l’archetipo dell’estremo decadimento umano, il tetro mietitore di anime.

«Enrico aiutami!» grida la ragazza.

«Ci sono – dice lui – ma dobbiamo andare via, qui salta tutto per aria.»

Il mietitore si gira completamente nella loro direzione, fa scomparire la falce sotto gli stracci eterei che lo ricoprono e comincia a muoversi, non cammina come farebbe un essere umano, si inclina in avanti e si sposta, passando attraverso ogni ostacolo, si muove in silenzio, con costanza, senza alcuna fretta.

Sasha sa che assieme al mietitore si avvicina la prospettiva della fine e ne è terrorizzata. Non è qualcosa contro cui poter combattere; non si sente né minacciata, né aggredita, la sua è una fuga contro il destino a cui non vuole arrendersi, anche se lo spettro avanza ignorando del tutto la sua volontà.

«No, no, mi sta vendendo a prendere!»

Lo sguardo di  segue la direzione in cui punta il dito di Sasha, cerca di oltrepassare la cortina di fumo e polvere, poi torna ad abbassarsi su di lei senza alcuna ombra di comprensione.

«Non… non c’è niente, Sasha, non capisco… – confessa il ragazzo – Sta tranquilla, i soccorsi stanno arrivando.»

Già si sentono le sirene; le ambulanze, la polizia stradale, chiunque stia accorrendo non tarderà molto ad arrivare. In ogni caso non potrà mai giungere da lei prima che lo faccia il mietitore, perché lui è già lì. Mentre si avvicina come sospinto da un vento impercettibile, allarga i gomiti e le braccia, scoprendo per ultime le lame ricurve tenute celate durante la sua corsa.

Sasha urla, per la paura di morire, e per il dolore. Una fitta improvvisa, un crampo esasperato al basso ventre; si rannicchia su se stessa, stringe le mani all’inguine cercando di calmare le contrazioni spasmodiche e di ricacciare dentro il male, col solo esito di imbrattarsi di sangue, il suo sangue, la vita che defluisce dal suo corpo.

«Ommioddio – dice Enrico sgomento – Aspetta qui, vado a chiamare qualcuno.»

Cerca attorno, forse più spaventato di lei, poi torna a guardarla e assume la fissità innaturale di un fermo immagine; come in apparenza tutto il resto del mondo, rimane congelato agli occhi di Sasha in un fotogramma all’interno del quale solo il mietitore è libero di muoversi a suo piacimento; la sua immagine spettrale si sovrappone a quella di Enrico, per poi emergerne con il cranio velato di nero. Si sporge, si piega su di lei come su una bambina, il teschio quasi in contatto con la sua faccia.

«Mi vedi.»

Il concetto risuona nella mente e nelle orecchie di Sasha come lo sfregamento di lastre di pietra, da profondità insondabili, senza che la bocca scheletrica faccia il minimo movimento.

La studia, se avesse un naso potrebbe sembrare che la stia annusando, indifferente al suo pianto, alle sue suppliche bisbigliate tra i singhiozzi, è alla ricerca di qualcosa; sposta il suo sguardo cieco dal volto al ventre, alle sue mani macchiate di sangue, e trova la sua risposta.

Si erge di nuovo eretto, immenso, inarrivabile, e non degna più d’attenzione la piccola creatura tremante che ha di fronte, volta la testa da un’altra parte, in direzione di un’altra vita al termine, e affonda lentamente nelle ombre sotto di lui.

Quando il mietitore scompare, assorbito per intero dall’asfalto bruciato, Sasha rimane sola. Enrico, vicino a lei continua a chiamarla, a ripetere il suo nome, ma lei non sente nulla, nel suo mondo ora c’è solo l’opprimente rumore di pietre sfregate.

«Non è il tuo momento.»

Le impronte rosse delle sue mani che annaspano sull’asfalto compongono un messaggio nel linguaggio più antico che l’uomo conosca, quello del sangue, della vita e della morte.

«Non è il tuo momento.»

Un fremito incontenibile risale dal flusso vermiglio che le si disperde tra le cosce, la attraversa come una convulsione febbrile, fino a raschiarle la gola.

Lo lascia esplodere in un grido disperato di follia, rabbia e sfida rivolto al cielo.

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Una risposta a "Memento Mori 01"

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  1. Questa è la prima parte di una storia, incentrata sul Grim Reaper, che ho intenzione di raccontare attraverso tanti piccoli racconti, come quello che seguono. L’idea di mischiare una breve, relativa autoconclusività con una continuity molto stretta mi sfizia molto, vediamo che ne esce 🙂

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