narrativa

Autogrill Factory

tagf

All’ennesimo ‘cricri’ metallico, si rese conto di essere sveglio. Al ‘cricri’ successivo aprì gli occhi per darne conferma ai suoi sensi: un grosso grillo era placidamente adagiato sul suo comodino e muoveva le lunghe antenne e le zampette posteriori, emettendo così il tipico rumore.

Di scatto balzò a sedere sul letto. Mentre cercava con lo sguardo qualcosa sotto cui schiacciare l’insetto invasore, si rese conto che non si trattava di un grillo vero, naturale.

Era una sorta di giocattolo di metallo brunito, ottone, bronzo, o una cosa del genere. Un grillo meccanico lungo 5-6 cm. Lo prese in mano con cautela per guardarlo meglio: su un lato c’era una chiavetta a farfalla, del tipo con cui si ricaricano le automobiline a molla; sull’altro lato un’incisione, in parte consumata, che recava la scritta in caratteri capitali un po’ démodé AUTOGRILL FACTORY Srl

La situazione era quanto meno buffa; gli venne da sorridere, avrebbe anche riso di gusto se non si fosse sentito così dannatamente spossato. Il mal di testa lo stava uccidendo, ed erano solo le… Guardò la sveglia. Solo le 6 del mattino.

“Se le lancette potessero tornare indietro” pensò.

La tentazione di rimettersi a letto e rimanerci tutta la vita era forte, ma decise che anche quell’oggi doveva cominciare. Posato il grillo di nuovo sul comodino, guadagnò il bagno della camera.

“Oh Signore. Sono io quello?”

Barba di tre giorni, capelli scomposti, occhiaie fino al mento, occhi gonfi e rossi.

“Almeno sono già vestito”.

Camicia e pantaloni era sgualciti e macchiati, ma al loro posto. Mancava sono un calzino, di sicuro perso chissà dove nella camera da letto.

Ricorda di essersi messo a letto. Lo ricorda perché il letto aveva dovuto cercarlo per un bel po’ nella camera buia. Quella sera non gli era riuscito di trovare nemmeno un interruttore della luce, così si era risolto a cercare il letto vagando carponi per la stanza, senza meta e senza trovare il letto. Almeno finché non ci aveva sbattuto la fronte. Scalare il materasso doveva essere stato così faticoso che non riusciva neanche a ricordare di essersi addormentato.

Qualche manata piena d’acqua fresca e un paio di passate qua e là avevano sistemato in maniera quasi accettabile la faccia, i capelli e i vestiti. Sistemare la cucina avrebbe richiesto accorgimenti più drastici: cocci di stoviglie e posate erano sparsi un po’ ovunque, residui di cibo semi-cotto imbrattavano il pavimento. Per un istante pensò di pulire, ma capì che non gli interessava davvero farlo. L’obiettivo in quel momento era la caffettiera; la inclinò fiducioso sopra una tazzina presa dal lavello, ma non uscì nulla. Anche il thermos era vuoto.

“Devo uscire a prendere un caffè”.

Poco convinto di voler affrontare il mondo di fuori, tornò in camera da letto per prendere la giacca e notò di nuovo il grillo sul comodino. Si avvicinò per osservarlo meglio. Seduto sul bordo del letto grande e vuoto, non sapeva perché, sentì il bisogno di mettersi a piangere.

Ricorda di aver pianto per ore, chinato con la faccia sul water, come un bambino senza la sua mamma. Aveva deciso di sfidare di nuovo la camera da letto, dopo giorni di resa, solo dopo aver esaurito le lacrime.

Fu ancora una volta il ‘cricri’ a riportarlo alla realtà. Si asciugò le lacrime e quanto era uscito dal suo naso sulla manica della camicia e respirando a singhiozzi cominciò a muovere la testa su e giù al ritmo scandito dal grillo. Si era messo a saltare sul comodino: a volte riatterrava dove aveva spiccato il salto, altre volte piroettava su se stesso e atterrava rivolto nella direzione opposta, oppure con una serie di rapidi salti faceva una specie di danza circolare sul posto, né mancavano le capriole e gli avvitamenti.

Di fronte a questo piccolo spettacolo privato smise di piangere come un bambino e come un bambino sorrise al nuovo gioco. Contagiato da una strana allegria cominciò a ridere e rise così forte che dovette di nuovo asciugarsi le lacrime.

La chiavetta girava e il grillo saltava, fino a che non si esaurì la carica e il grillo non si accucciò in posizione di riposo, limitandosi a muovere le antenne di tanto in tanto.

Anche le risate si quietarono con la stessa cadenza e un’ombra andò a velargli metà del cuore: l’amarezza di aver trovato qualcosa per cui essere felici solo per poi vederla spegnersi in un tempo così breve.

“Non è giusto”.

E senza indugio prese il grillo meccanico e girò la chiavetta. Ogni giro una carica, finché uno scatto non lo avvertì che aveva terminato. Infatti, appena posato sul comodino ricominciò a saltare con rinnovato vigore. Non sapeva se fosse più contento di aver compiuto con successo quest’operazione o di vedere la danza buffa e scattosa del suo nuovo compagno. Ma quando questo si rimise a riposo ormai sapeva bene cosa fare.

Continuò a caricarlo mentre lo portava in cucina e non gli staccò gli occhi da dosso un solo istante mentre faceva colazione con rinnovato appetito.

“Non esiste solo il caffè a questo mondo”.

Però rischiò di strozzarsi con le fette biscottate mentre rideva.

Ricorda di aver passato diversi minuti davanti la porta di casa, al buio perché non trovava l’interruttore del pianerottolo, cercando di aprire con la chiave. Poi era entrato in casa barcollando: la testa gli girava, la bocca era impastata, i piedi pesanti e la nausea quasi non lo faceva respirare. Alla luce della luna che entrava dalle finestre, riusciva a vedere la cucina imbrattata di cibo, ma il suo naso e il suo stomaco sottosopra già ne avevano percepito l’odore. Corse in bagno a vomitare.

“Però non posso rimanere tutto il giorno a casa; la gente normale a quest’ora è a lavoro. Cavolo sono le 9, anch’io dovrei essere in ufficio!”

Corse in camera a cambiarsi e a prendere la ventiquattrore prima di uscire di casa. Al piano di sotto pensò che aveva dimenticato il grillo sul tavolo in cucina, così rientrò di corsa in casa e lo prese con sé. Certo non era la cosa più comoda da tenere in tasca e le antenne rischiavano di rovinarsi: a colpo sicuro andò al comodino che fiancheggiava la metà del letto opposta alla sua e trovò una scatolina, di quelle con l’apertura a scatto, foderata di velluto fuori e di seta dentro e vi ripose il grillo.

Scese le scale canticchiando e roteando le chiavi della macchina fra le dita, ma uscito dal portone dovette arrendersi all’evidenza: non aveva la più pallida idea di dove avesse parcheggiato l’ultima volta. Cercò davanti al suo palazzo, cercò nella via laterale, cercò nel parcheggio del supermercato vicino e così via cercando di ricordare dove potesse averla messa.

Ricorda che stava rientrando a tarda notte quando la strada aveva cominciato a scivolargli sotto le ruote; la linea della mezzeria andava da una parte e dall’altra senza riuscire a stare ferma. Era meglio fermarsi in attesa che la strada smettesse di fare le bizze, per fortuna era vicino casa e i parcheggi non mancavano: ne aveva trovato uno proprio comodo davanti al cancello di ingresso a un residence. Era meglio accelerare un po’ prima che qualcuno potesse soffiarglielo da sotto il naso.

Per fortuna la macchina non aveva subito grossi danni: la velocità non doveva essere eccessiva quando era andato addosso all’albero. Certo, il cofano era piuttosto accartocciato, ma solo da un lato. Il resto del veicolo invece era proprio davanti al passo carraio. Tolse la multa dal parabrezza e pensò che sarebbe potuta andargli peggio.

Gli era sempre piaciuto guidare, al punto che spesso perdeva di vista il tragitto; così si rese conto solo all’ultimo che per andare in ufficio doveva gira a destra. La sterzata un po’ brusca lo rimise sulla retta via, purtroppo la stessa che aveva deciso di percorrere un’altra utilitaria. La cozzata fu lieve, ma lui sentiva tutte le ragioni dalla sua parte e scese dall’auto con l’intenzione di farle valere.

«Allora! – disse – Cosa sei, ubriaco?»

Dall’altra macchina scese una ragazza spaventata.

«Non l’avevo vista. Mi scusi».

Ricorda di essere entrato in un pub e di aver cominciato a bere: prima una birra e qualche snack, poi altri due giri di birra, poi alcolici più pesanti, tutto in un tempo piuttosto breve.

Quando un cameriere gli ha consigliato di chiamare un taxi per tornare a casa, si era infuriato; quando lo hanno accompagnato con decisione all’uscita, aveva solo continuato a ripetere le sue scuse.

Il magone nel petto continuava a ripetergli che non doveva farla passare liscia a una guidatrice pericolosa, ma poi aveva visto dal parabrezza il grillo saltare sul sedile dell’auto e il magone era scomparso.

«Non si preoccupi, magari ci scambiamo i dati e ci mettiamo d’accordo un’altra volta».

Quando entrò in ufficio i colleghi lo guardarono stupiti; lui salutò tutti sorridente senza prestarvi attenzione: la sua postazione non gli era mai sembrata così bella. Decise, prima di iniziare a sbrigare pratiche, di azionare il grillo: qualche giro di carica e cominciò a saltellare su tutti documenti incollati alla scrivania.

«Amico mio, cosa ci fai qui?»

A parlare era stato il suo capufficio, anche suo amico da molti anni.

«Che domande, sono venuto a lavorare» rispose.

«Ma sei sicuro di stare bene?»

«Certo: ho questo» e indicò il grillo salterino con entrambe le mani.

L’amico annuì con pazienza e gli posò una mano sulla spalla.

«Va bene, ma ricordati che oggi finisci a mezzogiorno e mezza».

La mattina in ufficio proseguì con molte poche pratiche sbrigate e molti balletti acrobatici del grillo, che lo costrinsero a trattenere le risate per non disturbare i colleghi.

Proprio prima di andarsene, però, la chiavetta trovò una certa resistenza nell’avvitarsi, fece un brutto rumore di meccanismo ingrippato e il grillo, dopo aver fatto un mezzo salto disarticolato cadde su un fianco e si bloccò.

Anche lui si bloccò, preso dal panico, in quell’attimo transitorio in cui nessuno può sapere se darà libero sfogo alla rabbia che sente montargli dentro.

Ricorda di essersi preparato la cena, una cosa semplice: frittata di cipolle. Aveva cucinato contro voglia, ma con diligenza. Aveva fatto scaldare l’olio, aveva affettato le cipolle e le aveva messe a soffriggere. Il secondo uovo che voleva aprire gli si era frantumato sul bordo della ciotola, facendo mischiare il guscio al resto. Colpito da un raptus, aveva preso tutto quello che c’era sul piano cucina e lo aveva buttato per terra.

L’orologio a muro gli confermò che erano le 12 e 30; il suo turno era finito, quindi poteva scappare via: forse avrebbe trovato ancora qualche negozio aperto che avrebbe potuto aggiustarlo.

L’insegna dell’orologiaio l’aveva vista da lontano: dopo una rapida inversione a U e l’imbocco contromano della strada, arrestò la macchina proprio davanti alla serranda che si stava abbassando. Corse incontro al commerciante, che sentendo stridere i freni aveva guardato incuriosito o forse preoccupato.

«Ho bisogno di lei» disse portando tra le mani la scatolina.

«Guardi, sto chiudendo. Può tornare nel pomeriggio però».

«Ascolti, la prego, è una cosa molto importante. Lo prenda».

Si sentiva disperato, privato di ogni forza, stava per mettersi a piangere.

«Mmm… e va bene, ci darò un’occhiata a casa. Provi a tornare all’ora di apertura».

L’uomo di allontanò per la strada rivolgendogli un’ultima occhiata, lui però non sapeva cosa fare. Passeggiò avanti e indietro per un tempo che sembrò interminabile, ma l’orologio del telefono gli rivelò che erano passati solo 5 minuti. Le 13 e 05, era anche ora di pranzo, ma la preoccupazione gli aveva chiuso lo stomaco.

Ricorda di aver guardato l’orologio della cucina: era ora di cena. Perché non aveva fame?

Gli era sempre piaciuto sedersi a tavola e mangiare con calma, sapendo che non c’era qualcosa da fare dopo, che gli impegni della giornata erano finiti, che poteva rilassarsi. Invece sentiva lo stomaco vuoto, ma non aveva appetito. Anche la testa era vuota.

Provava una sensazione di vuoto totalizzante. Aveva deciso di mangiare comunque, doveva sforzarsi, aveva saltato anche il pranzo.

Avanti e indietro. Avanti e indietro fino alle 4 del pomeriggio. Appena vide l’orologiaio dirigersi verso la sua bottega, si affrettò ad andargli incontro, senza neanche lasciargli attraversare la strada. In risposta al suo entusiasmo ottenne però uno sguardo malevolo.

«Allora? È riuscito ad aggiustarlo?»

«Qui dentro – disse l’artigiano poggiandogli con violenza la scatolina tra le mani – non c’è

nulla che io possa aggiustare».

«No, ascolti, lei DEVE aggiustarlo, io ne ho bisogno».

Si accorse solo dallo sguardo spaventato dell’altro che mentre parlava lo aveva preso per il bavero del giubbotto.

«Mi lasci!»

Ricorda che avevano suonato alla porta di casa verso il tardo pomeriggio. Aveva così tanto bisogno di contatto umano, che non obbiettò nemmeno quando il rappresentante gli chiese se poteva fargli vedere la sua ultima bolletta della luce. Ascoltò tutta la spiegazione dell’offerta e si era quasi deciso a cambiare gestore elettrico, quando il ragazzo alzò il sopracciglio controllando il foglio dei conti.

«Vedo che lei consuma parecchio – aveva detto – Vive da solo?»

Si scusò perché si sentiva poco bene, cosa vera, e lo pregò di uscire. Alle insistenze del rappresentante replicò che l’offerta davvero non gli interessava e che stava chiamando la polizia.

«Non c’è bisogno di essere maleducati» lo aveva rimproverato l’altro prima di lasciarlo di nuovo solo.

«Io la lascio, ma lei deve promettermi che lo riparerà».

«Ma che riparare e riparare, lei è pazzo!»

L’orologiaio cercò di liberarsi dalla sua presa, ma sentendo le ultime speranze scivolargli tra le mani, lo avvinghiò con tutte le sue energie, sforzandosi di non piangere.

«Qualcuno chiami la polizia!»

Quando il commerciante disse così, sentì di essere con le spalle al muro e scattò. Senza progettarlo, senza volerlo colpì l’uomo sulla testa. Un colpo debole, maldestro, dato chi non aveva mai fatto a botte in vita sua. Liberatorio.

Nella zuffa che seguì assunse più o meno il ruolo del punchingball, ma si sentiva più vivo a ogni colpo che incassava e ai pochi che dava. Fino a che non ricevette una gomitata sulla faccia, mentre provava a girare attorno al suo avversario.

«Oddio muoio» disse reggendosi il naso rotto con le mani.

«Oddio quanto sangue» e crollò a terra, seduto a gambe larghe.

«Porca vacca! – l’orologiaio gli si accucciò a fianco – Io non pensavo che… pure lei però… mannaggia! Si sdrai e aspetti qui, c’è la polizia, ora la facciamo portare al pronto soccorso.»

Ricorda l’ultima fotografia che scivolava dalle dita nella scatola da scarpe. Sarebbe dovuta essere un deposito per i ricordi della vecchiaia. Un’età molto futura a cui non era più sicuro di voler arrivare; non così: seduto solo su una poltrona quasi nuova a guardare un divano quasi nuovo, con in testa pensieri che a furia di rimuginarli erano diventati quasi vecchi.

Una poltrona piena e un divano vuoto, non era così che doveva andare. Un divano vuoto e un album di foto pieno del suo futuro, sepolto in una scatola che preferiva chiudere.

Erano ore che stava sdraiato a faccia in su, sul lettino del pronto soccorso, col naso incerottato e i poliziotti che borbottavano fuori dalla tendina. Quel piccolo mondo immobile non gli dispiaceva affatto.

Purtroppo il borbottio dei poliziotti si fece più intenso e più vicino, accompagnato da una voce nuova.

«Sei un uomo libero amico mio – disse il suo collega scostando la tendina verde – Ho firmato come tuo garante e posso portarti via. Se non hai intenzione di picchiare anche me».

«Non ti picchio se mi offrì un caffè».

L’altro sorrise scuotendo la testa e rispettò il suo silenzio fino a che non furono seduti al tavolo di un bar vicino.

«Ascolta, capisco che nella tua situazione tu sia particolarmente nervoso, ma mettersi a picchiare la gente… Neanche te lo puoi permettere, su. E poi per un’orologio? Non ne vale la pena.»

«Non era un orologio» biascicò con voce nasale.

«Vabè, quello che sia. È uguale».

«No, non è uguale, è importante, si trattava del mio grillo».

«Il tuo grillo?»

«Certo, senza sono triste».

«Ma che dici?»

«Guarda» disse aprendo la scatolina di fronte all’amico.

Uno sguardo sorpreso al contenuto della scatola; uno sguardo confuso e preoccupato a lui.

«Guarda che non c’è niente lì dentro».

Rivolse la scatola verso di sé: il grillo era accucciato tra la seta con aria sorniona.

«Eccolo, è lo stesso che ti ho fatto vedere in ufficio».

«In ufficio mi hai fatto vedere solo un mucchio di carte».

«Non è possibile – disse alzandosi di scatto – è qui. Deve essere qui».

Arraffò le sue cose e corse fuori dal locale, sentendo a mala pena cosa gli stava dicendo l’amico.

«È solo una tua fantasia».

Ricorda che non riusciva a riattaccare il telefono. Erano minuti ormai che si sentiva il rapido ‘tutututu’ del senza linea. Ancora sentiva il bruciore dell’illusione. Come se una telefonata avesse potuto cambiare la realtà, l’amarezza di scoprire che era solo una sua fantasia.

Era pazzo? Era scivolato nel baratro della follia senza rendersene conto? Aveva voluto crearsi una bella illusione per non continuare a piangere? Piangere per cosa poi?

Per scoprirlo pensò che l’unico modo era trovare qualcuno che come lui avesse visto il grillo in azione. Aveva paura a mostrare il contenuto della scatolina a qualcuno: temeva di rivedere una faccia dubbiosa e smarrita davanti all’evidenza del nulla.

La provvidenza gli si presentò sotto forma di un foglietto ritrovato in tasca: erano gli appunti con i dati della ragazza con cui aveva fatto l’incidente in mattinata; in quell’occasione il grillo si era messo a saltare.

Lei lo fece accomodare nel suo appartamentino di periferia parlarono dell’incidente, e sorseggiando un tè si accordarono per risolvere la questione senza coinvolgere le assicurazioni. Era una persona molto gentile, ma era sicura di non aver visto nessun grillo, anzi, era certa che non ci fosse nulla sul sedile, perché aveva guardato bene il posto del conducente per vedere che non si fosse fatto male nessuno. Lui aveva annuito e

ringraziandola per il tè e per la disponibilità, era uscito di casa.

Era entrato in auto confuso sul da farsi, poi, visto che l’auto non partiva, era sceso.

Dirigendosi alla più vicina fermata dell’autobus, continuava a rimirare il suo grillo adagiato nella scatolina.

Ricorda che mentre stava facendo la doccia, il telefono di casa aveva preso a squillare insistentemente, come per una cosa importante. Lo colse la paura folle di non riuscire a rispondere, di non fare in tempo, di perdere l’occasione. Si catapultò fuori dal box doccia, scivolò sul tappetino antiscivolo, corse nudo fino al mobile in corridoio e rispose. Ma non era nessuno.

Un ‘cricri’ lo destò dal torpore, un attimo prima che un camion gli sfrecciasse a un centimetro dal naso rotto. Lo spostamento d’aria lo fece sbilanciare e cadere. Non si era neanche reso conto di star camminando in mezzo alla strada, ma era contento di essere seduto sull’asfalto col grillo che provava a fare qualche salto qui e là disarticolato.

«Non importa amico mio – disse sorridendo mentre prendeva il grillo tra le mani – tu ci hai provato.»

Osservando il grillo si accorse di qualcosa che si trovava oltre l’insetto meccanico, ma sulla stessa linea visuale: un telefono a gettoni.

Certo, perché non ci aveva pensato prima? Le illusioni non hanno cose complicate come il marchio di fabbrica. Gli bastava rintracciare la AUTOGRILL FACTORY Srl e avrebbe ottenuto tutte le risposte. Doveva solo trovare un numero di telefono da contattare.

Nonostante il suo impegno, però, un’ora su internet, a interrogare vari forum e motori di ricerca, non portò i frutti sperati. Continuò a girare qualche altro minuto sulla sedia da ufficio davanti al computer, poi, con poca fiducia, cercò su delle vecchie Pagine Gialle, rimaste da chissà quanti anni sulla lavatrice.

AUTOGRILL FACTORY Srl, con tanto di indirizzo e numero di telefono.

“I vecchi metodi…”

«Eh, sì, salve – disse alla voce anziana dall’altra parte della cornetta – Sono un vostro, credo, cliente, insomma ho uno dei vostri… come dice? Sì, esatto, un Autogrill. Sì, però vede, il mio si è rotto, non si caric… Non si agiti, non voglio indietro dei soldi, ve li do io se me lo riparate. Ah ah. E, scusi, se la vostra ditta non fornisce assistenza a chi mi devo… Pronto? Pronto!»

Deciso a non fermarsi di fronte al primo idiota che gli riattaccava il telefono in faccia, prese su la giacca e uscì di casa.

Ricorda che si era trovato a passare ormai per la quinta volta sotto il portone della sua casa, sapeva che deve entrare anche se gli avrebbe fatto male. La chiave del portone fece una certa resistenza per girare, sperò che si rompesse nella toppa o che esplodesse, invece aprì come al solito. Chiamò l’ascensore e non appena gli si aprì davanti decise di salire le scale. Arrivato madido di sudore all’ultimo piano aprì la porta di casa, semplicemente spingendo: si era dimenticato di chiuderla.

L’indirizzo che le Pagine Gialle riportavano come sede legale e ufficio amministrativo della AUTO GRILL FABBRIC S.r.l., era in realtà una modesta villetta con giardino. Il nome sulla casella della posta era del tutto sconosciuto, né riconduceva a qualche tipo di impresa.

Pensò che forse la fabbrica ormai si era trasferita da tempo, ma decise comunque di citofonare per chiedere informazioni.

«Pronto?» disse la stessa voce anziana con cui aveva parlato al telefono.

«Salve, ci siamo sentiti poco fa».

«Le ho già detto che non posso aiutarla».

La tenda di una finestra si scostò leggermente, poco prima che il cifonono venisse riagganciato.

Suonò ancora.

«La prego, non insista».

«Ascolti, voglio solo parlarle, io… io non so con chi altro parlare…»

Qualcuno taceva dall’altra parte. La tenda si richiuse e il cancelletto scattò, mentre la porta della villetta si apriva alla fine di un vialetto dismesso.

Davanti a lui c’era un piccolo signore anziano, che aveva già visto.

Ricorda il consiglio dell’anziano signore.

«Non lo farei se fossi in lei.»

Non lo conosceva, era solo un passante che si era messo a fianco a lui mentre aspettava al semaforo. Non sapeva come spiegarlo, ma si era fidato subito di quell’uomo appena incontrato, anche quando lo aveva invitato a bere un caffè, anche quando gli aveva chiesto cosa non andasse. Gli aveva raccontato gli ultimi giorni, il suo malessere, la perdita della felicità e la disperazione.

«Non disperi ragazzo – gli aveva detto – A volte le cose più improbabili arrivano a gettare un po’ di speranza nelle nostre vite.»

«Ieri al semaforo – disse l’anziano signore invitandolo a sedersi su una delle poltrone del soggiorno – l’ho vista così triste, che ho pensato di farle un dono».

«Il grillo?» chiese lui.

«Sì, l’Autogrill».

«Ma come faceva a sapere dove abito? E come ha fatto ha introdursi in casa mia?»

«Ragazzo mio, io non so dove abita, ma il grillo sì. Io ho solo pensato che lei potesse averne bisogno. Lasci che le spieghi: i grilli automatici furono ideati a metà ottocento da un mio prozio, non mi chieda come e perché, ma quei grilli riescono a trovare la persona che ha bisogno di loro. Il prozio era un tipo strambo, a metà fra lo scienziato pazzo e l’alchimista; aveva costruito il primo grillo per sé stesso e vedendo il suo straordinario effetto aveva pensato di costruirli in serie e venderli. Se venduti, se ceduti per interesse, purtroppo, si rivelavano solo inutili marchingegni a molla, che dopo poco sparivano dalle case dei loro acquirenti per comparire in altre case. Sono loro a trovare chi ne ha bisogno.

Si fanno vedere dalle persone che possono beneficiare della loro presenza, mentre tutti gli altri li ignorano, non li notano o se ne dimenticano subito. Capirà bene che così era difficile portare avanti gli affari. La nostra famiglia ha provato anche a rilanciare l’impresa modernizzando il nome, la Fabbrica di Grilli Automatici è diventata la AUTOGRILL FACTORY Srl, ma senza molto successo. Non c’è stato niente da fare, quei grilli sfuggono a qualunque logica, soprattutto quella di mercato, sono vivi in qualche modo, animati come per magia».

Ricorda di essersi fermato al semaforo; attendeva qualcosa di abbastanza grosso e abbastanza veloce da non farlo soffrire. Stava pensando che buttarsi sotto un tram avrebbe risolto tutto come per magia.

Annuendo a quanto detto dal suo anziano ospite, lo ringraziò per aver cercato di aiutarlo e per l’accoglienza. Aveva ottenuto alcune risposte, improbabili, ma a cui era disposto a credere. Il problema era che credervi non risolveva il suo stato confusionale. Per cui decise di rimettersi la giacca e di andarsene.

«Posso farle un’ultima domanda?» chiese mentre già varcava l’uscio della villetta.

Il padrone di casa lo invitò con lo sguardo a proseguire.

«Perché vostro zio ha voluto inventare un oggetto che facesse perdere la memoria dei brutti ricordi? Voglio dire, ho passato tutta la giornata nel tentativo di dare un senso alla noia di vivere che sentivo, cercando di ricordare le ore che il grillo aveva gettato nell’oblio. Ma ora mi ritrovo solo ad aver perso una giornata».

L’anziano signore lo guardò con un sorriso triste e gli occhi lucidi, poi gli parlò con lentezza e voce calma.

«Ragazzo mio, mi dispiace deluderla, ma i grilli non fanno nulla del genere. Sono come un gioco per bambini: riescono solo a portare un po’ di buon umore a chi li vede saltare».

Ricorda di aver varcato l’imponente cancellata un minuto dopo l’orario d’apertura, aveva percorso il lungo viale alberato cercando di ricordare il luogo esatto.

Si era fermato davanti alla foto di una ragazza sorridente, incastonata nella pietra grigia; la data incisa sotto la foto, in caratteri dorati, era quella di qualche giorno prima.

Depose un fiore sull’erba, regalando al vento un sussurro rotto dalle lacrime.

«Non ti dimenticherò mai, amore mio.»

 

scarica

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...