narrativa

Bimba a bordo

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BIMBA A BORDO

Quel ragazzo… cioè, quell’uomo…. va beh, diciamo quel “ragazzo”, a 30 anni si sentiva proprio al limite, però qualche altro anno di giovinezza si sentiva ancora di goderselo.

Quel ragazzo amava programmare per tempo i suoi impegni, perché odiava arrivare in ritardo.

Quel ragazzo, quella volta, era uscito di casa con largo anticipo proprio per avere la sicurezza di essere puntuale. Eppure era nervoso lo stesso.

Era un appuntamento importante, importantissimo, sarebbe stato nervoso comunque; dover prendere l’auto lo rendeva ancora più nervoso. Non si fidava dell’automobile, come non ci si fida di una persona svogliata, quasi ci fosse un omino nel motore pronto a tirargli un brutto scherzo da un momento all’altro. Si fidava solo dei suoi piedi, ma andare a quell’appuntamento così importante a piedi era impensabile: troppo lontano. Per cui prese il pacchetto rettangolare che teneva sotto il braccio e lo caricò con cura sul sedile del passeggero, poi prese se stesso e si caricò con meno cura sul sedile del guidatore.

Il viaggio andò bene, finché non comincio ad andare male: l’auto si mise a singhiozzare appena imboccata la tangenziale, giusto fuori città; rallentava nonostante il piede sul pedale le ordinasse di accelerare, si trascinava stancamente con sempre minor vigore facendo degli strani rumori come… come se ci fosse un omino nel motore con degli attacchi di tosse.

La macchina si fermò in mezzo alla strada e le altre macchine cominciarono a prenderla in giro con il clacson sfrecciandole a lato.

Il ragazzo provò a farla ripartire, ma ottenne come risultato solo un fiacco colpo di tosse. Provò allora a controllare tutte le spie luminose del quadro, eppure sembrava funzionare tutto alla perfezione, solo che aveva deciso di fermarsi. Che fosse un problema di benzina era da escludere: l’asticella segnava ancora mezzo serbatoio pieno.

Era concentrato nella ricerca del problema, quando sentì bussare al finestrino. Sobbalzò per la paura, ma si riprese subito vedendo che oltre il vetro c’era solo un giovane sorridente che gli mostrava una spazzola da lavavetri insaponata.

Il ragazzo si guardò attorno attraverso gli altri finestrini e vide solo la strada e le altre auto che gli sfrecciavano a lato.

Abbassò allora il finestrino e si rivolse al giovane con un po’ di imbarazzo.

«Vo… vorresti lavarmi il parabrezza?» chiese.

Il giovane annuì vigorosamente con la testa.

«Ma… Non siamo in città, qui non c’è neanche il semaforo.»

«Ah, peccato… – disse il giovane vedendo che effettivamente non si trovavano a un incrocio – Allora perché si è fermato?»

«A dire il vero non lo so – rispose il ragazzo – la macchina si è fermata, senza un motivo.»

«Forse è il motore.»

«Ma certo, il motore!» disse il ragazzo catapultandosi fuori dall’abitacolo.

Il suggerimento del lavavetri lo aveva riattivato; armeggiò un po’ con il cofano e finalmente riuscì a tirarlo su.

«’Ngiorno» gli disse l’omino nel motore con voce ruvida.

«Uh, buongiorno…» rispose lui un po’ sorpreso.

Non si aspettava certo che nel motore ci vivesse davvero qualcuno e invece vi trovò proprio un omino, piccolo, un po’ tarchiato, calvo con le sopracciglia folte e tutto sporco di grasso nero

«Che vuoi? – chiese l’omino – guarda che se devi rimanere lì imbambolato a fissarmi puoi anche richiudere. Qui il motore si è spento e fra un po’ comincia a fare freddo.»

«Ah, il motore – disse il ragazzo riprendendosi dalla sorpresa – è proprio quello il problema, si è spento, puoi aiutarmi?»

«Beh, me ne dispiaccio, non fosse altro perché io qui ci vivo, ma non so cosa farci, io qui ci vivo e basta.»

«Peccato, almeno potessi aiutarmi a capire il problema…»

«La benzina» fu la risposta gracchiante.

«Come?»

«Volevi sapere il problema, il problema è che è finita la benzina.»

«Impossibile, la lancetta è a metà, mi rimangono almeno 200 km.»

«Forse è il galleggiante, a volte i pesci gatto nel serbatoio mangiano l’esca, il galleggiante se ne va per fatti suoi e l’indicatore non è più attendibile.»

«Capisco – mentì il ragazzo – ma ora che faccio?»

«Prendi l’autobus.»

«E quale? E dove?»

«E che ne so io, vivo in un motore, te lo ricordi? Qui il servizio di trasporto pubblico non è molto sviluppato. Prova a chiedere a lui.»

«Al lavavetri?»

«Ascolta, fai come ti pare, basta che chiudi che fa corrente.»

Richiuse il cofano e non appena si girò, andò a sbattere al lavavetri che si era appostato proprio alle sue spalle. Ma non era più un lavavetri. Posata la spazzola, ora teneva in mano un mazzo di grossi fiori raccolti appena oltre il guardrail.

«Ascolta, sapresti indicarmi…?»

«Vuoi un fiore? Disse quello distendendo verso di lui il braccio fiorito.»

«Abbi pazienza, mi è successo questo casino, non mi servono i fiori, davvero, devo solo sapere…»

Guardò il volto del suo interlocutore, probabilmente non aveva capito molto di quello che gli aveva detto ed era probabile che avesse più aiuto da chiedere che da offrire, per cui salutò con un sorriso stanco, raccolse con cura il pacco dal sedile del passeggero e si incamminò a piedi lungo la strada.

«Ho pazientato – disse il venditore raggiungendolo di corsa – compri un fiore?»

«Mi dispiace, non ho niente per te» fu la risposta un po’ scocciata.

«Anche se facciamo la strada insieme?»

«Vado di fretta.»

Il ragazzo allungò il passo per raggiungere finalmente un po’ di solitudine.

Trovò che la fermata dell’autobus fosse piuttosto dimessa, come se fosse abbandonata da anni. Ma non era abbandonata, c’era infatti un signore anziano seduto sulla panchina che aspettava la prossima corsa. Sembrava aspettare da sempre, forse la avevano abbandonato assieme alla fermata.

«Mi scusi – chiese al signore – sa mica quando passa l’autobus?»

«Mah, questo è un anno freddo, può darsi verso aprile.»

«Aprile?»

La risposta lo aveva spiazzato e sentì il bisogno di sedersi e per comodità poggiò il pacchetto sulla panchina.

«Sì, appena si sciolgono i canali montani, scendono a valle.»

«Ma io sto parlando di un autobus di linea.»

«Ho capito giovanotto, ma non può avere fretta in queste cose, gli autobus non si muovono prima di primavera, è la stagione degli amori.»

«Caspita, io non posso aspettare così tanto…»

«Allora non le rimane che andare a piedi.»

«Ma è lontano a piedi.»

«Non tutto può essere a portata di mano.»

«Vabè, allora è meglio che che mi incammini…»

Con una certa dose di sconforto sulle spalle, il ragazzo si incamminò di nuovo a piedi.

«Senta giovanotto – a interpellarlo era stato il signore anziano, ora in piedi, che gli gridava dalla fermata – ma… questa cosa che deve fare… è importante?»

«È importantissima, è la cosa più importante.»

Il signore annuì pensieroso.

«E il pacchetto, le serviva il pacchetto?»

«Certo, ma dov’è?»

Il ragazzo si girò attorno alla ricerca dell’oggetto, non ricordava dove lo aveva messo, poi il signore gli indicò la panchina dell’autobus, dove nel frattempo si erano sedute tre signore, tutte piuttosto corpulente e tutte uguali; una srotolava una bobina di filo, la seconda lavorava il filo a maglia facendone una sciarpa, la terza tirava il filo sul fondo della sciarpa disfacendola e ogni tanto tagliava il filo con delle lunghe forbici da sarta. Il pacchetto e la panchina erano scomparsi alla vista sotto il loro voluminosi fondoschiena.

Nonostante l’ansia, il ragazzo si avvicinò con fare educato e gentile, e in tono affabile si rivolse alle signore.

«Ehm… buongiorno, forse involontariamente… vi siete sedute su una scatola… Non è che potrei…»

Questo, come tutti i tentativi successivi di convincere le signore ad alzarsi si rivelarono inutili. Continuavano infatti il loro strano lavoro a maglia senza rivolgergli né una parola, né uno sguardo.

«Prova con un gesto gentile» fu il consiglio del signore anziano.

Sembrava un consiglio assurdo, ma proprio in quel momento vide arrivare lungo la strada il venditore di fiori che lo aveva seguito.

“Quando si dice la fortuna” pensò e gli corse incontro.

«Scusami tanto per prima, potresti darmi 3 fiori?»

«No» fu la risposta stizzita.

«Come no?»

«No, non ho niente per te.»

«Ma si che ce l’hai, quelli sono fiori.»

«Sì, ma ora scusami, vado di fretta.»

«Aspetta – disse con tono supplichevole – è una cosa molto importante.»

«Uff… e va bene, ecco 3 fiori, fanno 15.»

«15? Ah però, è caro.»

«Ma non hai detto che era importante?»

«Certo certo, però ho solo un pezzo da 20.»

Con un gesto rapido il venditore gli sfilò la banconota dalle dita.

«Va bene lo stesso.»

Detto ciò riacquistò il sorriso e andò via.

Il ragazzo rimase qualche istante a guardarlo allontanarsi, poi tornò alla banchina con i tre fiori in mano, uno per ogni signora.

Proprio mentre si inchinava leggermente per porgere loro il presente floreale, queste si alzarono e in fila indiana gli passarono davanti. Non si era accorto che nel frattempo l’autobus era arrivato e aveva fatto salire le persone in attesa alla fermata. Tranne lui.

Provò a salire al volo, ma si ricordò del pacchetto; il tempo di raccoglierlo dalla panchina, e l’autobus era già ripartito, ignorando le urla che il ragazzo lanciava inseguendolo di corsa.

L’inseguimento proseguì lungo un rettilineo in apparenza infinito: l’autobus, lento e rumoroso, sempre un passo avanti al ragazzo che gli correva dietro arrancando.

Quando raggiunsero una salita, l’autobus accelerò improvvisamente e il povero ragazzo, ormai senza fiato, si accasciò a terra sfinito e lo vide scomparire oltre la cima di una collina che sembrava puntare direttamente al sole.

Guardò prima i fiori, dei quali ne era rimasto integro solamente uno, poi si guardò attorno preoccupato, non c’erano altre strade che aggirassero la collina, così si rassegnò a salire, con un pacchetto schiacciato e tutto ammaccato sotto il braccio.

Saliva ormai da molto tempo, ma il percorso che aveva davanti non voleva saperne di diminuire, per di più il sole era bello alto nel cielo e la giornata si era fatta così calda che ormai era tutto sudato.

«Ehilà, ci si rivede.»

A salutarlo era stato il signore anziano, quello della fermata, lo superò correndo e si mise a correre sul posto dopo qualche metro. Zompettava con fare vispo, mentre il ragazzo arrancava anche solo per mettere un piede dopo l’altro.

«Mi scusi per prima, sa, non l’ho aspettata perché dovevo fare la mia corsetta quotidiana, alla mia età bisogna tenersi in allenamento.»

«Già – disse il ragazzo riprendendo fiato – anche alla mia bisognerebbe…»

«Su, non si abbatta, non manca molto alla cima, poi vedrà, sarà tutto in discesa, letteralmente, ora devo proprio andare, se non torno in tempo la mia signora si preoccupa, in bocca al lupo, ci si vede.»

E riprese a trotterellare come se la ripida salita non esistesse.

Il ragazzo avrebbe voluto chiedergli qualcosa, però non ne ebbe la forza, in compenso l’idea che quel vecchietto era più in forma di lui, lo spinse a raccogliere le energie residue e a proseguire la sua marcia con una nuova determinazione.

Finalmente era in cima! Non sapeva quanto tempo ci aveva messo, ma ce l’aveva fatta, ora poteva godersi per un istante il panorama, l’ombra e il venticello fresco. Anzi, a farci attenzione il vento era proprio freddo e l’ombra era quella di nuvoloni temporaleschi che si stavano ammassando proprio sulla sua testa.

Vedendo delle case giù a valle, valutò di poterci arrivare prima che cominciasse a piovere. Ovviamente ogni valutazione in questi casi è sbagliata, così il temporale lo colse mentre si trovava in mezzo al nulla, senza nessuna copertura possibile, tanto che fu costretto a mettersi il pacchetto sulla testa per ripararsi un po’ dalla pioggia.

Pioveva così forte che non vedeva oltre il proprio naso, poi dalla tempesta emerse la sagoma di una casa, sembrava lontana, ma avvicinandosi si accorse che era semplicemente piccola. Riuscì a stento a entrare nella casetta, tanto era piccola la porta, e anche all’interno le dimensioni erano minuscole, anche se c’era tutto quello che si può trovare in una casa normale: sedie, tavolo, libri, ma tutto di dimensioni ridotte e scomodo. Completamente zuppo d’acqua si rannicchiò in un angolo e si addormentò.

Si svegliò sentendo una voce che lo chiamava da fuori, si sistemo come meglio poteva e uscì. Una signora lo attendeva con aria incuriosita e lievemente di rimprovero, accanto a lei, o meglio ai suoi piedi, c’era un cagnolino vestito di tutto punto con un completo elegante.

«Chi l’ha invitata? chiese la signora.»

«Ehm… temo nessuno, ma nella tempesta ho visto la sua… casa e ho pensato di ripararmi.»

«Veramente quella è la cuccia del mio cane, spero non abbia spostato nulla, lui odia chi invade i suoi spazi.»

«Oh nono, sono stato molto discreto.»

«Vedremo. Ma mi tolga una curiosità: se cercava un riparo, perché non è entrato in casa?»

Il ragazzo segui lo sguardo della signora e vide alle sue spalle, dietro la casa–cuccia, un castello.

«Ehm… con la nebbia non l’ho visto…»

Il cane entrò nella cuccia da vero padrone di casa e ne uscì poco dopo con in bocca il pacchetto grondante acqua.

«Quello è suo? »

«Sì, era un regalo, ma sì è bagnato con la pioggia.»

«Lo immagino, ha bagnato anche tutto il tappeto.»

«Sono mortificato…»

Il cane gli lanciò un’occhiataccia e rientrò.

«Ma non stia lì, venga che le offro un thè.»

«È molto gentile, ma io avrei un appuntamento, anzi sono molto in ritardo.»

«Lo so.»

«Lo sa?»

«Sì, mio marito mi ha detto tutto.»

«Suo…»

«Ehilà, giovanotto, come sta?»

Il signore della fermata li raggiunse trotterellando arzillo.

«Lei? – disse stupito il ragazzo – Uh, sì, sto bene, ma come dicevo alla sua signora sono molto in ritardo.»

«Io non credo» insistette il signore.

«Dico sul serio.»

«Non lo metto in dubbio, ma se uno è arrivato non è più in ritardo, al massimo lo era.»

«Ma io non sono arrivato, devo recarmi a un appuntamento importantissimo.»

«È qui il suo appuntamento» disse la signora sorridendo.

«Qui?»

«Certo, dove pensava che fosse?»

«Non lo so, non mi ero posto il problema…»

Insieme entrarono nel castello e in una grossa sala arredata con colori pastello, fu servito il thè con i pasticcini.

«Vado a chiamare il suo appuntamento» disse la signora quando ebbero finito di bere.

Neanche un minuto dopo entrò nella sala una bella bambina.

«Ciao papà» disse la bambina.

«Ciao bambina mia» rispose il ragazzo.

«Dovevi dirmi qualcosa?» chiese ancora lei.

«No, in realtà dovevo darti qualcosa ma…»

Allungò verso di lei il pacchetto ridotto in condizioni pietose, che lei accettò con un sorriso allegro.

«Ah, e anche questo» e le diede il fiore.

«Non so bene cosa sia, io di fiori non me ne intendo – sembrava una grossa margherita colorata – ma a tua madre piacerebbe.»

«Sì, è molto bello.»

La bambina aprì il pacchetto e anche se era veramente ridotto male, lo maneggiò come se fosse la cosa più bella e preziosa del mondo; ne tirò fuori un pagliaccetto da neonato e si mise a ridere, un riso di gioia sincera e di divertimento.

«È un po’ piccolo, no?» chiese.

«È che… io pensavo… insomma, sei appena nata e già sei così… grande» rispose il ragazzo in evidente imbarazzo.

«Abituatici, non farò che crescere. Però non sono pesante, se vuoi puoi prendermi sulle ginocchia.»

«Ora che ci penso, tu non dovresti neanche parlare ancora, figuriamoci darmi lezioni di vita.»

«Sono piccola, ma sono anche tua figlia.»

«E quindi non fai mai quello che ti si dice…»

«E tu che mi dici?»

«Non lo so.»

«Vuoi raccontarmi come sei arrivato qui?»

«In realtà non ci ho capito molto, è successo tutto così in fretta.»

«Puoi provarci.»

«Va bene: si è fermata la macchina e c’era questo omino nel motore…»

Lei rise ancora, sembrava molto divertita.

«Dico sul serio, c’era un omino… o forse no, no, forse era un’altra cosa, avevo una paura tale di arrivare tardi e di non poterti fare un bel regalo… che alla fine è successo proprio così.»

«Non preoccuparti papà, sei arrivato al momento giusto.»

«Anche tu.»

Lei sorrise e lui rispose a sua volta con un sorriso.

«Adesso torniamo dalla mamma, sarà preoccupata.»

Così salutarono i loro ospiti, che erano stati così gentili, e si incamminarono insieme verso casa.

Il signore e la signora padroni del castello li videro allontanarsi mano nella mano, incerti su chi dei due guidasse l’altro.

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