Io e Fiume

IO E FIUME

Non so quale sia il principio di questa storia, l’antica causa degli eventi che sto per narrarvi. Io ormai sono vecchio e non credo che riuscirò mai a saperlo ma inizio a pensare che il vostro ruolo nelle mie vicende e in quelle di Fiume sia, in un certo senso, questo: scoprirlo.

A me piace pensare che tanto tempo fa un magico anello cadde nell’acqua pura di ruscello, dando vita a ciò che non ne aveva, ma queste cose accadono solo nelle fiabe. Forse si tratta delle ultime vestigia della sommersa Atlantide o forse ancora delle tracce di alieni sopravvissuti allo schianto della loro astronave in epoca preistorica. Più probabilmente solo della conseguenza dei nostri errori.

Non sapendo come è cominciata questa storia posso almeno informarvi su quando ha cominciato ad essere la “mia” storia: avevo sette anni, il che equivale a numerosi decenni fa. Il mondo di allora non era diverso da quello di oggi: divertente e generoso per chi sa qual è il suo posto, noioso e meschino per chi pretende troppo.

Dal canto mio sapevo benissimo qual era il mio posto: non oltre il recinto di casa; in teoria. Il complesso di villette dove si trovava la mia casa era giusto a ridosso di una pineta in mezzo alla quale scorreva vivacemente un ruscello dall’aria incantata; uno di quei corsi d’acqua perfetti per passare un pomeriggio a pesca, soli padre e figlio. Solo che mio padre odiava la pesca così, contravvenendo a tutte le raccomandazioni di mia madre, mi divertivo ad andare da solo al ruscello, creandomi attorno le scenografie ed i comprimari del mio film di immaginazione.

Ricordo che quella volta aveva piovuto per tre giorni di fila e non appena erano usciti i primi raggi di sole corsi al ruscello, in pratica il mio unico compagno di giochi. Il vento dei giorni precedenti aveva sradicato un grosso albero sulla riva, trasformandolo in un ponte naturale. Il posto ideale dove combattere contro un feroce orco. Mi improvvisai spadaccino e arrivai duellando al centro del ponte dove l’orco, ignorante il fatto che fossi io il protagonista, mi fece scivolare dritto nel ruscello ingrossato dalle piogge recenti.

Da dentro, l’acqua sembrava molto più profonda che da fuori, molto più violenta. L’acqua mi aggrediva da ogni lato, trascinandomi in un mondo velato di verde e blu, un mondo crudele e insidioso da cui un ramoscello in cui mi ero impigliato mi impediva di fuggire. Lo spavento per la caduta mi aveva buttato fuori tutta l’aria dai polmoni, così potevo solo agitare le braccia e le gambe nella corrente torbida. L’acqua mi stava uccidendo: stavo annegando.

Prima che potessi realizzare il terribile destino che mi attendeva, la mia attenzione fu colta da altro: non ero solo.

Sul fondo del ruscello era rannicchiata una strana persona, tutta azzurra, con le braccia attorno alle ginocchia, che mi guardava con due grandi occhi neri e tristi. Provai a tendergli la mano, ma distolse lo sguardo per tornare a guardarmi con ancora più tristezza. Mentre provavo a gridare a quella creatura di aiutarmi, di salvarmi, svenni.

L’atmosfera soffusa dell’imbrunire mi avvisò che stavo rinvenendo dopo diverse ore, bagnato e febbricitante. A non molta distanza da me, vicino la riva, c’era la creatura che avevo visto sott’acqua e che mi aveva salvato. Sembrava un uomo, un adulto, ma era più alto di mio padre, e molto più magro, aveva la pelle azzurra, brillante, lucida, quasi trasparente. Anche se la sua faccia era strana, sembrava un pesce, era dolce: non avevo paura.

Avrei dovuto ringraziarlo, ma con la maleducazione che si perdona solo ad un bambino chiesi:

<Chi sei?>

Inizialmente stupito dalla domanda, lo strano figuro si avvicinò a me con passo dinoccolato abbozzando un mezzo sorriso.

<Io è Fiume> rispose <Fiume vive nell’acqua>

Mi voltai verso casa; quando mi girai Fiume era solo uno spruzzo sull’acqua del ruscello.

Raccontai ai miei genitori quanto mi era successo, della caduta e di Fiume, ma non mi credettero, anche perché la febbre nel giro di poco salì al punto da costringermi a letto per una settimana. Dal momento in cui mi ripresi cominciai a passare sempre più tempo al ruscello. Giocavo e passeggiavo lungo la sponda mentre con la coda dell’occhio scorgevo Fiume che mi guardava, nascosto di volta in volta dietro un masso, sotto un ramo, a pelo d’acqua. Mi osservava per poi sparire non appena mi giravo verso di lui, finché un giorno non presi coraggio e lo chiamai:

<Fiume!>

Lui uscì grondante dall’acqua in tutta la sua stravagante possanza e si venne ad accucciare davanti a me, portando i suoi occhi all’altezza dei miei.

<Tu chi è?> mi chiese.

Gli dissi il mio nome <Vengo da casa mia> e indicai la direzione del bosco.

Fiume annuì sorridendo.

Quel sorriso di complicità era una chiazza bagnata che scolorendo e confondendo le parole sul libro dell’esistenza mutava inesorabilmente Fiume nel riflesso di me sull’acqua.

Il mio nuovo compagno mi raccontò un’infinità di storie; appresi degli immensi spazi acquatici che aveva visitato, i mari, gli oceani; dei nobili abitanti della superficie; dei mastodontici imperatori delle acque; delle sfuggenti e talvolta mostruose creature degli abissi.

Per ogni sua realtà che mi svelava, Fiume voleva sapere qualcosa della mia vita; era uno scambio fra bambini curiosi. Accadeva in tal modo che, durante le mie narrazioni di accadimenti quotidiani, lui mi raccontasse di come l’acqua fosse abituata a viaggiare e di come, alla fine, tornasse sempre in dietro:

<Acqua comincia suo viaggio dentro terra, anche lì scorre grandi ruscelli. Da terra sale fino a laghi poi, quando ha noia di stare ferma, diventa fiume e scorre fino a mare. Grande sole chiama suo amico mare e fantasmi di acqua sale fino a cielo dove loro si riunisce felici. Da felicità di fantasmi nasce figlie di acqua. Tante gocce che ricade giù e dà gioia a quello che loro tocca e poi di nuovo acqua va dentro terra e torna a casa>

A proposito di casa, non dimenticherò mai quando sono scappato dalla mia. Era un anno ormai che conoscevo Fiume, e gli diedi la grande notizia:

<Me ne vado di casa; vengo a stare con te!>

<Mmm…> fu il suo unico commento.

<Che c’è? Non sei contento?>

<Fiume è contento. Noi festeggia> mise una mano dentro l’acqua estraendo un pesciolino guizzante e me lo porse.

<Che ci devo fare?>

<Tu mangia>

<Ma non posso mangiare un pesce crudo>

<Tu cuoce>

<Non so come si fa. Lo fa sempre mamma>

<Mamma contenta che tu va via?>

<Non lo sa, sono scappato>

Fiume annuì.

<Tu può scegliere dove dorme: c’è foglie secche, c’è muschio bagnato, c’è fango. Tu sceglie>

<Perché fai così? Il ruscello non mi vuole?> chiesi amareggiato e lui mi rispose:

<Ruscello ti vuole bene. Acqua è buona e generosa ma può essere pericolosa>

Non potevo non essere d’accordo con Fiume ma misi comunque il broncio.

<Fiume ha visto un tempo tanti uomini arrivare all’acqua, davanti a tutti era Imperatore. L’acqua sfida Imperatore e porta lui dentro sé. Uomini hanno paura perché Imperatore è vecchio ma lui esce più forte e l’acqua rispetta lui. Lui è grande, più di tutti; vuole mangiare, bere e ridere. Poi sfida lui acqua. Uomini dice di no, ma Imperatore tuffa con pancia piena: acqua si offende e non fa uscire lui>

Ci fu un po’ di silenzio.

<Ho capito, ma se avessi la mia famiglia vorresti scappare di casa anche tu>

<Fiume non ha famiglia>

Lo disse con il solito sguardo sereno, eppure capii che era a disagio.

<Fiume non ha papà e mamma>

<Non sai chi sono?>

<Fiume ricorda solo ombra di custode quando è piccolo, poi fiume è solo>

<Uh… aspetta un attimo>

Corsi a casa, e presi uno dei muffin che mia madre aveva preparato per pranzo. Lungo il ruscello disposi un piattino con il muffin e una candela accesa e chiamai Fiume.

Non appena emerse dall’acqua gli gridai:

<Buon Compleanno!> ma sembrò che non se ne fosse neanche accorto.

Guardava la fiammella della candela con aria stravolta, spaventata. L’acqua cominciò a ribollire attorno a Fiume ed i suoi occhi neri si strinsero in due spesse fessure, mentre la bocca si allargava in un canto privo di parole. Fiume era sospeso sopra l’acqua, sorretto da un geyser di densa spuma che gli avvolgeva le gambe.

L’acqua obbedì alle sue braccia innalzandosi in un’onda che finì col venirmi addosso.

Un attimo dopo era tutto finito; il ruscello era il solito vecchio ruscello e Fiume, vicino a me, mi chiedeva:

<Tu sta bene?>

<Mi hai bagnato tutto>

<Fuoco era te vicino. Fuoco brucia, aggredisce, fa male e…>

<Fiume> lo interruppi <Era solo una candelina>

<Oh… scusa…>

<Sì, sì, fa niente>

Ci fu un attimo di silenzio imbarazzato poi disse:

<Buono cosa?>

<Eh?>

<Tu detto “buono qualcosa!”>

<Ah! Buon compleanno. È un anno che ci conosciamo, quindi oggi è il tuo primo compleanno>

Raccolsi il muffin inzuppato:

<E questo… era il tuo regalo>

<Regalo?>

<Si, una cosa che fa bene a chi la fai>

<Mmm… ruscello fa tanti regali: animali beve da sue rive, uomini raccoglie acqua e usa per lavare e resto, lui irriga campi. Lui fa tanti regali, noi fa regalo a ruscello?>

<Ehm… sì, magari quando è il suo compleanno. Comunque grazie per avermi salvato dal fuoco>

<Prego>

<Perché un anno fa non volevi salvarmi mentre stavo annegando?>

Fiume intristì, abbassò lo sguardo e si girò per andarsene.

<Fiume! Fiume, non fa niente, siamo amici lo stesso> dissi correndogli davanti.

Lui sorrise: <Tu è amico di Fiume?>

<Si>

Passarono altri quattro compleanni stupendi; divenimmo sempre più legati. L’acqua del ruscello fu il legame mistico con un mondo di elementi primordiali, più semplice, più puro, in un certo senso più vero.

Non avevo molti amici, non ne avevo affatto, però non ero solo e questo mi aiutò a trasformarmi in un ragazzo migliore.

Quattro anni meravigliosi. Poi Fiume si ammalò.

All’inizio si trattò solo di lievi sintomi di malessere, poi cominciò ad ingrigire, a barcollare; nel giro di pochi mesi Fiume divenne lo spettro di ciò che era, faticava persino a parlare.

Ad avvelenarlo erano stati gli scarichi di una fabbrica posta a monte. All’epoca non c’erano tutti i controlli che ci sono oggi. Scaricavano i loro rifiuti direttamente nel ruscello. Chiesi agli adulti di farli smettere ma nessuno poteva fare nulla.

Un giorno mi recai al ruscello e non trovai Fiume; lo chiamai a lungo e attesi diverse ore. Alla fine uscì dall’acqua con passo malfermo, i suoi occhi erano velati da una patina opaca.

<Tu piange, perché?> mi chiese.

<Pensavo che non tornavi più>

<Fiume, come acqua, torna sempre ma tu deve andare via>

<Perché?>

<Persona cattiva portato fuoco dentro bosco e ora bosco brucia. Tu va via>

Per quanto i sensi di Fiume fossero estesi erano limitati al ruscello; l’incendio, infatti, cominciava già a lambire il limitare della pineta ed un cambio di vento spinse il fumo e le fiamme nella nostra direzione.

Fiume si guardava attorno, nel panico, aveva paura per me, non per lui.

Sentii la voce di mio padre che gridava sopra il crepitare delle fiamme.

<Sono qui! Papà! Sono qui!>

Poi con uno schianto secco si staccò da un albero la parte inferiore della chioma, per metà avvolta dalle fiamme, precipitando su mio padre che si districava fra i tronchi ardenti.

Corsi a vedere come stava: era svenuto sotto un grande ramo. Provai a trascinarlo fuori di lì, verso il ruscello ma era bloccato.

<Fiume aiutami! Non ce la faccio>

Fiume guardava verso di me costernato, terrorizzato dalle vampe di calore che mi bruciavano la pelle.

<Fiume aiutami!>

Non poteva aiutarmi: era una creatura dell’acqua, sarebbe morto a causa del fuoco ancor prima di raggiungermi, ma ero piccolo e pensavo solo che il mio migliore amico si stava rifiutando di salvare mio padre; lo vedevo immergersi in acqua con le mani e il volto al cielo, fuggiva, mi stava tradendo.

Poi il vento si arrestò, si addensarono le nuvole e cominciò a piovere, sempre più forte, fino a spegnere l’incendio.

Ho la certezza che fu opera di Fiume, Non chiedetemi perché: le mani al cielo; l’acqua chiama l’acqua. Fiume mi aveva salvato di nuovo e con me mio padre, ma non lo capii.

I soccorsi arrivarono in breve tempo e finché mio padre non si fu completamente rimesso io non tornai più al ruscello; se non dopo molte settimane; Fiume era seduto su una grande pietra sulla riva opposta, con la pelle grinzosa e grigia, la schiena curva. Si accorse che ero lì anche se non lo salutai; alzò gli occhi appannati, quasi ciechi e aprì la bocca lentamente. Non riusciva a parlare e io non volevo sentirlo. Gli voltai le spalle e me ne andai lasciando per terra un muffin con sei candeline.

<Questo posto non va più bene per noi>

Accettai la blanda giustificazione di mia madre pensando che non avevo più motivi per restare.

Certo, l’amore per l’acqua che Fiume mi aveva trasmesso mi seguì anche nella grande città: feci nuoto alle superiori, canottaggio all’università e, non appena le mie speculazioni azionarie me lo permisero, acquistai una barca, tutt’ora vivo praticamente su uno yatch.

Con il tempo le cose cambiarono: più acquistavo potere e denaro più mi allontanavo da quel mondo puro e incontaminato che da piccolo mi aveva isolato dal resto del mondo. Anche la gioia del contatto con l’acqua, donatomi con generosità aliena da Fiume divenne un sentimento tutto mio, egoista, umano, e Fiume sparì dalla mia vita, relegato nel mondo dei riflessi sfuggenti. Ero cresciuto, non c’era più spazio per le fiabe; avevo un impero finanziario da gestire, non avevo più tempo per i giochi lungo la riva, per le storie e di sicuro per tornare in quel luogo che anni prima avevo deciso di abbandonare sommergendolo nel mare dei ricordi sbiaditi.

Non avevo più tempo eppure lo feci. Lo feci per dimostrare che se il tempo scorre come un fiume in piena dal corso inamovibile, ebbene lo avrei deviato quel corso. Potevo farlo, ero all’apice della carriera e del successo: potevo tutto.

Non altrettanto poteva dire la mia vecchia casa, con lei il tempo era stato impietoso. Il bosco era ridotto alla metà, fagocitato da case e strade e il ruscello era diventato un rivo d’acqua melmosa circondato da alberi spogli e contorti, avvelenati, come le acqua, dalle varie industrie sorte negli anni precedenti. Addirittura mi sconsigliarono vivamente di avvicinarmi troppo alla sponda perché erano accaduti strani incidenti che gli avevano fatto guadagnare la fama di luogo pericoloso.

Effettivamente mentre guardavo la schiuma chimica arenarsi sui rami marci lungo il corso del ruscello non sembrava affatto un posto rassicurante.

Indignato nel vedere il mio primo compagno di giochi così mal ridotto mi rivolsi istintivamente all’unico che avrebbe potuto darmi una ragione per lo scempio che vedevo:

<Fiume!> gridai <Fiume!>

Abbassai lo sguardo ridendo fra me e me, ridendo di me, della mia stupidaggine. Che cosa stavo facendo? Mi mettevo a invocare l’amico immaginario di quando avevo dieci anni?

Poi, come tanto tempo prima, Fiume rispose al mio richiamo e uscì dalle acque.

L’acqua sporca e fangosa si gonfiò in una gigantesca bolla dalla quale proruppe la figura familiare di Fiume, orribilmente trasfigurata: la pelle, biancastra, livida e incrostata, ricadeva in migliaia di rughe dagli arti scheletrici e dal torso ansimante. Il volto da pesce era distorto in una smorfia di ira mentre si gettava verso di me con una velocità sorprendente per quella figura smorta.

Sibilò qualcosa e con il rovescio della mano mi colpì scaraventandomi diversi metri più dietro. Era pervaso da una forza sovrumana, corrotta e disperata.

Senza concedermi il tempo di rialzarmi mi sollevò per il bavero e mi schiacciò con violenza la schiena contro un albero; le sue dita viscide e ossute cominciarono a serrarsi sulla mia gola.

Avvicinò il suo fetido fiato al mio orecchio:

<Uomo sbaglia… venire ruscello…>

<Fiume, sono io, il tuo amico>

Un barlume di coscienza sembrò sgorgare dai suoi occhi acquosi, poi mi gettò di nuovo nel fango, come un fuscello in balia della corrente. Si muoveva a scatti epilettici, agitando convulsamente le braccia e sbraitando:

<Tu mente! Amico di Fiume… abbandonato me…>

<Il tuo amico è tornato, come l’acqua, ricordi quella storia? Me l’hai raccontata tu>

Fiume si calmò ma il suo sguardo rimase quello di un folle, cieco e pericoloso.

<Finito tempo di storie… Tu chiede perché io non salvato, prima di te io cerca salvare altro piccolo uomo, lui visto me, spaventato e annegato. Finito tempo di Fiume… Perché tu è qui?>

<Io… non credevo più in te, nelle cose buone che mi hai insegnato, sono diventato avido, profittatore, senza scrupoli, ti avevo dimenticato. Sono qui perché dovevo sapere la verità su di te>

<Verità è cattiva… Tu va via>

<Non me ne vado, dimmi prima chi ti ha fatto questo>

Fiume si avvicinò con passo minaccioso.

<Chi? Tu fatto questo! Tua gente! Voi non guarda cosa fa, a chi fa male, ruscello buono con voi e voi avvelena lui, uccide suoi pesci, brucia sue piante e fa fuggire suoi animali, imprigiona lui…  Fiume salvato amico e amico uccide Fiume…>

Che cosa mi stava dicendo quel mostro deforme di fronte a me? Che avevo sbagliato la mia vita? Che nonostante i soldi e il successo avevo fallito? Quanto bene avrei potuto fare? Quante persone avrei potuto aiutare? Quante piccole realtà, piccoli miracoli, come il ruscello avrei potuto preservare? Fiume aveva ancora tante cose da insegnarmi, prima fra tutte che la salvezza non si può comprare:

<Vieni via con me Fiume>

<Fiume non può>

<Perché no? Io sono ricco, farò costruire per te un parco acquatico, un ruscello artificiale di acqua pura. Lì sarai al sicuro e potrai guarire>

<Fiume non può, tu non capisce?>

Scossi la testa.

<Stupido amico di Fiume>

Fiume mi prese per il collo e mi spinse nell’acqua fetida. Nonostante i miei sforzi mi trascinò sotto la corrente e più giù, fino al letto del ruscello e poi in una conca ancora più profonda pensai che voleva annegarmi ma qualcosa mi fece smettere di agitarmi.

Da prima solo una lieve luminescenza, poi li vidi, tre creaturine accoccolate in un nido di alghe, tre tesserini del tutto identici a com’era Fiume la prima volta che lo incontrai, solo più piccoli, indifesi.

La sporcizia del ruscello non li contaminava; erano di un azzurro così brillante da illuminare il tetro fondale. Svenni per la mancanza di ossigeno e al mio risveglio Fiume era in piedi e torreggiava su di me.

<Fiume muore. Amico di Fiume promette che salva suoi figli>

<Tu non morirai Fiume. Io conosco molta gente importante, riporterò il ruscello com’era; ti salverò>

<Prende tue responsabilità: salva figli di Fiume>

Fiume scomparve nell’acqua ed io mi misi subito all’opera: comprai i terreni ancora invenduti presso il ruscello, convinsi i politici a fare della pineta una riserva naturale, feci transazioni per acquistare le fabbriche a monte, finanziai i comitati ambientalisti per ripulire le acque, comprai tutto ciò che il denaro potesse comprare e arrivai ovunque la mia influenza potesse farmi arrivare per mantenere la promessa tacitamente fatta a Fiume.

Per ogni problema che risolvevo, però, altri dieci mi si ponevano davanti. Alla fine riuscii nel mio intento di pulire il ruscello, ripopolare il bosco, renderlo un luogo incontaminato. Ma ci volle tempo, molto tempo.

Solo alla fine tornai da Fiume; mi posi sulla riva e fissando l’acqua cristallina lo chiamai a gran voce, con la speranza nel cuore che non fosse troppo tardi.

Dal ruscello uscì una figura brillante e maestosa, con lo sguardo saggio e gentile. Venne verso di me con passo fiero; era ancora più imponente di quanto non fosse Fiume nei miei ricordi di gioventù; ma non era Fiume.

<Io è Spuma> disse la figura <Primo figlio di Fiume. Lui torna ad essere ruscello anni fa. Raccontato di te. Io ricorda tua ombra su me e miei fratelli quando noi piccoli. Loro guardiani di altre acque, Spuma aspetta che tu ritorna, che tu salva ruscello, così detto Fiume, e tu qui>

<Sì, ecco… avevo portato una cosa per Fiume>

Posai per terra un muffin, avrebbero dovuto esserci quarantasette candeline.

Spuma sorrise e mi abbracciò:

<Grazie>

Quella nobile creatura appena incontrata già sapeva ciò di cui avevo bisogno.

Piansi a lungo su quella spalla traslucida e umida. Piansi di tristezza per la morte di un vecchio amico e piansi di gioia per la nuova vita rinata nel ruscello.

 

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